La cittadinanza non mi ha cambiata, ero già italiana

Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli
Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli

Mezzo minuto per ripetere una frase, una stretta di mano e di botto sono ufficialmente italiana. Semplice.

di Sajana Rajapakse

Potrei scrivere per ore riguardo a ogni piccola esperienza e pensiero che hanno formato l’identità della persona che sono oggi, delle mie speranze di guardarmi nello specchio fra una decina di anni e di vedere una me nuova e cambiata, ma non irriconoscibile.

Per adesso mi limito a raccontarvi un evento che ho vissuto agli inizi di giugno: ho fatto giuramento per ricevere la cittadinanza italiana.
Certo la cosa non è di grande impatto per nessuno, e con tutta onestà, non l’ho sentito fortemente neanch’io. Oltre al pensiero che da adesso in poi sarà più semplice viaggiare e con un carico burocratico un po’ più leggero a cui pensare.
Il momento in sé è stato strano e incredibilmente veloce. Mezzo minuto per ripetere una frase, una stretta di mano e di botto sono ufficialmente italiana. Semplice.

Naturalmente ne sono felice, eppure ho come l’impressione che avrei dovuto sentirmi un minimo diversa dopo quel momento, forse per i vari anni di attesa che ci sono voluti. Però poi in realtà non è cambiato nulla, o per l’esattezza, non c’è stato nessuno «shift» interiore.

Sono italiana

Ripensandoci, aspettarmi qualcosa del genere è stato po’ irrazionale, però poi chiedendomi perché, e parlando di identità nel mensile insieme a tutti, la risposta è arrivata da sé.
Essendo cresciuta in Italia fin dall’età di cinque anni, non avendo mai sofferto, per mia grande fortuna, per episodi di razzismo, e dopo aver superato i pesanti anni dell’adolescenza, non ho mai più messo in dubbio la mia – passatemi il termine – «italianità».

Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli
Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli

Sono cresciuta in Italia e sono italiana. Ho sempre pensato così anche prima della cittadinanza.
Però è stato proprio il suo conferimento che ha, stranamente, consolidato in me la parte Sri Lankese, nonostante il fatto che più gli anni passano e meno mi ci ritrovo con i miei compaesani, lo Sri Lanka resta un pezzo fondamentale di me. Non ho mai dato molta importanza a questo, prima.

Ma sono anche Sri Lankese

Continuando su questa linea di pensiero, sono arrivata a pensare ai viaggi che ho fatto, ai posti che ho visitato.
Ho avuto la fortuna di viaggiare molto con la mia famiglia, certo non è inusuale al giorno d’oggi, però interagire con persone di vari Paesi, può lasciare un segno se gli lasciamo lo spazio.
E pian piano i pezzi si sono accumulati.
Un po’ come per costruire un puzzle. Un puzzle interattivo, colorato e sempre in continuo mutamento, ma sempre un puzzle, dove l’etnia, la nazionalità e ogni Paese con il quale abbiamo la fortuna di interagire ci lasciano qualcosa senza che neanche ce ne accorgiamo.
In molte quote motivazionali si dice che vivere è sinonimo di viaggiare. E mi ricordo di un’opera di Mario Levi intitolata La vita è un bagaglio a mano.

Prima ho parlato di specchi, ma forse non è stato corretto. Andando avanti ci sarà questo bagaglio che custodirà il mio puzzle dentro e dandogli un occhio ogni tanto, spero di vedere tanti nuovi pezzi, anche se non tutti saranno brillanti e perfetti.
E fra quelli, mi rendo conto, ce ne saranno alcuni impossibili da dimenticare. Riconoscerò sempre quelli che simboleggiano l’Italia e lo Sri Lanka, nessuno più o meno importante, ma entrambi parte integrante del mio «work in progress».