Samia, l’atleta morta nel Mediterraneo. Questo non è sport

(Samia) Foto: la Repubblica
(Samia) Foto: la Repubblica

La lettera di denuncia inviata a Malagò da Edoardo Pini, cornista del Bullone, denuncia i valori dello Sport interrogandosi se la vita di Samia sarebbe potuta essere diversa

di Edoardo Pini

Buongiorno Presidente,
sono Edoardo Pini, ho trentadue anni, ventisette dei quali passati a praticare Sport. Le scrivo questa lettera aperta dopo aver conosciuto la storia di Samia Yusuf Omar, atleta somala di Mogadiscio che il Mar Mediterraneo si è portata via a tre mesi dall’inizio delle Olimpiadi di Londra 2012.

Non mi dilungo sulla storia perché già conosciuta e divulgata ormai da tempo. Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella, ha portato al mondo la vicenda in ogni suo dettaglio.

Nel 2008 la Somalia si è presentata ai Giochi Olimpici di Pechino con due atleti: la diciassettenne Samia, che avrebbe gareggiato nei 200mt e Abdinasir Said Ibrahim, mezzofondista nei 5000mt. Samia ha concluso la sua gara in ultima posizione con 9”16 di ritardo da Veronica Campbell-Brown. Nove secondi in uno sprint che ne dura ventitré. Finito di leggere il libro ho guardato il video della gara e in un lampo mi sono domandato se fosse quello il significato di un’Olimpiade. Samia è sulla linea di partenza, magra come un chiodo, con una maglietta simile a quella che uso quando il mio completo da corsa è in lavatrice e dei leggings da mercato popolare. A fianco a lei, atlete forgiate dal mondo Occidentale, con braccia e gambe muscolose, completi attillati e scarpe customizzate dai grandi Brand. E, soprattutto, provenienti da Paesi in Pace.

Samina durante la 200mt dei Giochi Olimpici Beijing 2008 donne
Samina durante la 200mt dei Giochi Olimpici Beijing 2008 donne

La storia di Samia

Ho cercato «Somalia» su Google e i primi due risultati fanno capire che la Somalia è il secondo Paese più povero al mondo ed è in guerra. Lo è oggi come lo era nel 2008.

Ora provo ad immedesimarmi in un qualsiasi dirigente di un qualsiasi comitato Olimpico proveniente dal mondo Occidentale e che ad agosto del 2008 sedeva sugli spalti a Pechino per assistere alla gara femminile dei 200mt. Il significato delle Olimpiadi, spero di non sbagliarmi, vuole essere inclusivo, di pari opportunità indipendentemente dalla nazionalità e dal sesso, e volto ad abbracciare valori collaterali al risultato sportivo.

Samia è partita dalla sua casa a Mogadiscio senza acqua corrente, mangiando due volte al giorno ciò che sua madre riusciva a racimolare in una città comandata da Al-Shabaab, allenandosi per strada con il Burqa e correndo di frodo di notte nello stadio Cons martoriato dalla guerra. Quel giorno, sulla stessa pista di atletica a distanza di qualche metro, c’erano il mondo benestante e il mondo in guerra.

Samia, finita la sua gara, è tornata in Somalia nella sua casa senza acqua corrente e con la paura di essere fucilata perché ha mostrato al mondo cosa potesse fare una donna somala. E il mondo Occidentale, compresa l’Italia, ha accettato questa verità. Quattro anni più tardi, in cerca di un futuro da atleta nello stesso mondo Occidentale che l’aveva accolta a Pechino, Samia ha intrapreso «Il Viaggio», inabissandosi al largo di Lampedusa.

Beijing National Stadium. Beijing 2008
Beijing National Stadium. Beijing 2008

Lo Sport non deve essere questo

Com’è possibile che nessun Comitato Olimpico si sia interessato alla sua storia vedendola partecipare a quella gara in evidente stato di inferiorità, dettato da un pregresso infinitamente distante da quello delle atlete a lei limitrofe? È questo lo Sport? Caro Presidente, non sto parlando del risultato sportivo e di quell’ abisso di secondi che l’hanno separata dalla medaglia d’oro. Sto parlando del lato umano, di Mamma Olimpiade che avrebbe dovuto accogliere sotto le sue ali, proteggere e accudire Samia e dovrebbe accogliere e accudire chiunque venga da un Paese in guerra. E invece ha fatto finta di nulla. Qualche applauso, qualche sorriso di compassione e poi Samia tornatene in Somalia.

Un po’ come quando ai Mondiali di calcio del ’74 in Germania Ovest, durante Brasile-Zaire, lo zairese Joseph Mwepu Ilunga ha scaraventato il pallone lontano dalla propria porta nonostante il gioco fosse fermo e il Brasile fosse in procinto di tirare una punizione al limite dell’area. Un gesto apparentemente buffo e stupido, ma che ha salvato la vita a tutta la squadra. Se lo Zaire avesse perso con quattro goal di scarto, l’intera squadra sarebbe stata fucilata sotto ordine del dittatore Mobutu Sese Seko. Nessuno si chiese il perché o supportò la squadra africana post-partita. Ma eravamo nel 1974 in Germania Ovest e poteva andare bene così.

Alle prossime Olimpiadi di Parigi 2024, vorrei assistere a una storia differente, in cui l’Italia salirà sul gradino più alto del podio. Una storia in cui a fine gara, come nel terzo tempo del Rugby, il nostro Comitato Olimpico si siederà al tavolo con tutte le nazioni in guerra partecipanti. Comitati Olimpici fatti da due persone e che a fatica parlano l’inglese. Che ai loro atleti possono a malapena fornire una divisa degna di questo nome e che al buffet dell’albergo proveranno ogni pietanza presente perché in vita loro non hanno mai assaggiato il pesce, la carne o una Coca-Cola.

Si immagini quanto potrebbe essere elevato il significato di Sport e di Olimpiade se il Comitato Olimpico Italiano, a cronometro spento, chiedesse ai singoli atleti di queste nazioni in quali condizioni vivono, se hanno acqua potabile e le scarpe per camminare. Se possono mangiare tre volte al giorno, accedere a cure mediche di base, o se rischiano di essere fucilati una volta tornati in patria. Se si sono mai lavati in una vasca da bagno e se hanno mai respirato aria che non sa di polvere da sparo. Se vivono in una casa con il servizio fognario, oppure se ogni fine settimana devono svuotare la latrina che c’è in mezzo al cortile. Se hanno il desiderio di scappare dal loro Paese in guerra o, semplicemente, se hanno bisogno di aiuto. Se sono alla ricerca di asilo politico, o se hanno pensato di intraprendere «Il Viaggio».

Foto: Bryan Turner
Foto: Bryan Turner

Lo Sport può salvare delle vite

Se nel 2008 qualcuno avesse fatto queste domande a Samia, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. E invece abbiamo accettato che fosse giusto così. Grazie allo Sport avremmo potuto salvare una vita umana e invece abbiamo solo guardato al cronometro. Mentre tagli il traguardo di un’Olimpiade con la tristezza nel cuore perché non hai spinto a fondo e chissà cosa penseranno sponsor, tifosi e stampa per quei decimi di secondo persi nell’etere, nella corsia alla tua sinistra arriva un’atleta a cui hanno giustiziato il padre al mercato rionale perché reo di aver cresciuto una figlia troppo ribelle.

Figlia che ha passato il giorno antecedente la gara nella vasca da bagno dell’Hotel, perché non aveva mai fatto un bagno in vita propria. Mi venisse un colpo se è questo lo Sport che amo e che pratico da quando a malapena riuscivo a camminare.
A cosa serve il cronometro quando manca il cuore? A cosa serve lo Sport se non eleva l’uomo a un livello superiore. E non parlo di muscoli, Presidente. La vita è questione di centimetri (Al Pacino, Ogni maledetta domenica). Per Samia è stata davvero questione di centimetri. Qualche centimetro in più e si sarebbe aggrappata alla fune gettata in mare per trarla in salvo.
Mi porterò Samia nel cuore ad ogni metro che correrò. Lei Presidente, faccia sì che alle prossime Olimpiadi qualcuno dei nostri si guardi attorno in cerca di Atleti provenienti da un Paese in guerra e abbia l’onore e privilegio di tendergli la mano in pieno fair play.

Certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca e nella gara più importante di un ’’abbiamo la possibilità di arrivare sul gradino più alto del podio“. Primi nella gara per la Vita.