Ersilia Vaudo tra Unknown Unknowns, il mistero e la matematica

Ersilia Vaudo, chief diversity officer all’Agenzia Spaziale Europea – Foto di Gianluca di Ioia
Ersilia Vaudo, chief diversity officer all’Agenzia Spaziale Europea – Foto di Gianluca di Ioia

conoscere la matematica ci aiuta a non avere più paura del mistero perché ci aiuta a comprenderlo. L’intervista a Ersilia Vaudo ci insegna l’importanza dello studio delle materie scientifiche ponendo l’accendo sulla disparità di genere

di Chiara Malinverno

Ersilia Vaudo è una astrofisica, oggi Chief Diversity Officer dell’Agenzia Spaziale Europea. Convinta del fascino inclusivo della scienza, è fra le fondatrici dell’associazione Il cielo itinerante, no-profit nata con lo scopo di portare il cielo là dove non arriva. Con Il Bullone Ersilia Vaudo dialoga di mistero, matematica e futuro.

Il prossimo 15 luglio verrà inaugurata in Triennale, a Milano, la mostra Unknown Unknowns, di cui è curatrice. Secondo lei, perché è stata scelta un’astrofisica come curatrice di un’esposizione dedicata a ciò che «non sappiamo di non sapere»? 
«Tutto è nato nel marzo 2020. Stefano Boeri aveva organizzato un simposio in cui erano coinvolti diversi esperti provenienti dalle più varie discipline. In quell’occasione, io spiegai il fatto che noi conosciamo solo il 5% dell’Universo, tutto il resto ci è sconosciuto. Dopo quel simposio Boeri mi contattò per chiedermi se e come fosse possibile immaginare un’esposizione su ciò che non conosciamo. Da lì è nato uno scambio che poi ha portato alla proposta di diventare curatrice di Unknown Unknowns, la mostra dedicata a ciò che non sappiamo di non sapere. Credo che scegliendo un’astrofisica come curatrice, Boeri volesse connotare questo evento con una forte interdisciplinarietà».

Ha detto che il tutto è nato nel marzo 2020, all’inizio della pandemia…
«Prima della pandemia credevamo che il 5% di conoscenza fosse sufficiente per avere il controllo, ma è bastato un evento imprevisto come questo per essere sconvolti».

Alla luce anche di questo fatto, qual è il fine di Unknown Unknowns? Che cosa vuole trasmettere a chi verrà a visitarla?
«Il mio obiettivo è quello di una condivisione, uno scambio di conoscenze. Attraverso lo scambio reciproco, la prospettiva di ognuno si allarga, i punti di vista si ribaltano e ci si avvicina a qualcosa che fino a poco prima non si considerava. Il mio obiettivo è condividere l’emozione della trasformazione, di qualcosa che sta succedendo».

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Il Mistero che può fare paura. Ma non sempre

Volendo semplificare, si può dire che Unknown Unknowns sia una mostra dedicata al mistero. Lei sembra essere affascinata da ciò che non conosce, mentre di solito si è più portati ad averne paura. Secondo lei perché?
«C’è tutto un immaginario che ruota intorno allo sconosciuto, penso alle contrapposizioni fra vuoto e pieno, fra buio e luce, fra paura e rassicurazione. Del resto, la paura è qualcosa che ci appartiene proprio da un punto di vista evolutivo e che ci consente di sopravvivere in un ambiente ostile. Se ci pensiamo, una delle poche cose certe che sappiamo sul cervello è che lì c’è una ghiandola, l’amigdala, dove risiede la nostra paura. La paura dell’ignoto è dentro di noi, ci accompagna fin dall’apparizione dell’uomo sulla Terra».

Intende dire che la paura è una sorta di retaggio evolutivo? Con gli strumenti di oggi, ha ancora senso avere paura dell’ignoto?
«Dipende cosa intendiamo per avere paura. Pascal diceva: “Il silenzio degli spazi infiniti mi spaventa”. Ecco, in questo senso la paura può essere anche un motore per l’azione, perché ciò che non conosciamo è spesso affascinante. Se la paura diventa un alibi per non uscire dalla propria comfort zone, allora va smontata».

Fino ad ora ho parlato di ignoto come sinonimo di mistero e di sconosciuto, sono invece concetti da distinguere?
«Tutti questi termini hanno sfumature diverse. Possiamo dire che l’ignoto, lo sconosciuto, il mistero sono tutte scatole una dentro l’altra. Ciò che non si conosce, ma anche ciò che non si sa di non sapere, apre a un’ampia suggestione».

Ritrovarsi davanti a ciò che non si conosce può essere una buona occasione di dialogo fra diversi saperi. Lei lo ha sperimentato nel curare la mostra?
«Penso che mescolare vari punti di vista sia una necessità quando si parla di ignoto, perché alla fine lo sconosciuto è soprattutto questione dello sguardo che si ha su di esso. Nella mostra si è voluta una multidisciplinarietà intesa non come presenza di diverse competenze, ma come coralità di sguardi diversi».

Ersilia Vaudo, chief diversity officer all’Agenzia Spaziale Europea – Foto di Gianluca di Ioia
Ersilia Vaudo Scarpetta, Astrofisica e Chief diversity officer dell’Agenzia Spaziale Europea, dal 1991. In passato ha ricoperto vari ruoli strategici e ha inoltre lavorato quattro anni nelle Relazioni Internazionali all’ufficio dell’ESA di Washington DC, curando in particolare le relazioni con la NASA e la liaison dell‘ESA con il Canada e gli Stati Uniti. (Foto: © Triennale Milano – Gianluca Di Ioia)

Il cielo itinerante

Unknown Uknowns non è l’unico progetto cui si è dedicata in quest’ultimo anno. Nel 2021 ha visto la luce anche il suo programma no-profit Il cielo itinerante che si propone di portare il cielo là dove non arriva. Da dove nasce l’idea di questo progetto?
«Ho una convinzione: una volta che si guarda il cielo e si respira un attimo di infinito non si è più gli stessi. Guardare un cielo stellato, misurandosi con qualcosa di più grande di noi, ha un potere trasformativo enorme e un potenziale di ispirazione fortissimo. In più, ho la convinzione che debba esserci una sempre maggiore alfabetizzazione alla matematica e alla scienza. La scienza deve essere inclusiva, perché senza la scienza si rischia di rimanere fuori dal mondo di domani e non possiamo permettercelo. Nella mia visione, la matematica è un abilitatore di futuro e di pari opportunità. Una persona nella vita può anche scegliere di fare il poeta, ma deve conoscere la matematica e la scienza perché solo così avrà gli strumenti necessari per scegliere consapevolmente. Con Il cielo itinerante abbiamo voluto presentare la scienza come qualcosa con cui sporcarsi le mani, anche guardando il cielo».

Sembra che lei intenda non solo includere nella scienza, ma anche attraverso la scienza…
«Per me una rivoluzione ci sarà quando vi sarà un pari bilanciamento fra uomini e donne nelle materie tecnico-scientifiche. Le materie scientifiche sono lo spazio dove si immagina e si rende possibile un futuro e noi abbiamo il dovere di occupare quegli spazi».

Perché oggi non c’è inclusione nella matematica?
«Oggi, in Italia si rimane esclusi dalle scienze dure molto presto, non a caso l’Italia sconta il divario di genere più grande in tema di competenze matematiche fra uomini e donne. Questo divario ha radici già nelle scuole elementari. È lì che le bambine e le ragazze iniziano ad essere escluse, per poi arrivare a non avere gli strumenti alla fine delle scuole superiori per scegliere consapevolmente quali studi intraprendere, se scegliere fra una materia umanistica e una scientifica. L’inclusione nella matematica è una via per mitigare le disuguaglianze».

La matematica fa comprendere il mistero

Da come dice, considerare la scienza una disciplina riservata a un’élite tradisce una visione miope capace di creare danni nel futuro…
«È molto comodo usare la matematica per creare un’élite, ma è oltremodo sbagliato. Nel 2017, in Francia, la matematica è stata dichiarata una priorità nazionale, non solo perché chi è debole in matematica lo è tendenzialmente anche economicamente, ma perché la fiducia in sé stessi passa anche dalla matematica. Se ci si sente inadeguati, poi si delegano ad altri i ragionamenti complessi, si diffida degli esperti, si aprono le porte alla paura e al populismo. La matematica è uno degli strumenti critici essenziali per una cittadinanza consapevole».

Cosa fare per rimediare a tutto questo?
«Non bisogna negare che la matematica sia difficile, ma è possibile comprenderla. Per far sì che questo accada, bisogna cambiare il modo di insegnarla, senza che nessuno possa più essere convinto di non esserne portato. La diffidenza verso la matematica dipende sempre dal contesto, perché tutti abbiamo la capacità di impararla. Abbiamo il dovere di includere nella matematica».

Questo dovere è tanto più forte nel momento in cui si comprende che la matematica è uno strumento attraverso cui comprendere la realtà…
«La matematica è il linguaggio dell’Universo, in qualche modo ci concerne e ci appartiene. Dobbiamo coltivare il piacere di impossessarci di un linguaggio capace di capire la natura e ciò che ci circonda. Ci sono tanti linguaggi, quello della natura è quello della chimica e della matematica. La familiarità con la matematica ci permette di sentirci a proprio agio e adeguati, non avendo più paura dei misteri».