Il Mistero nell’incontro con uno sconosciuto di nome Adèl

Illustrazione di Lucrezia Marradi
Illustrazione di Lucrezia Marradi

Un racconto breve, il mistero nella mano dell’altro, di Adèl, incontrato per caso in una strada di Napoli

di Arnoldo Mosca Mondadori

Pochi giorni fa mi trovavo a Napoli. Ero lì, fra l’altro, per partecipare a un importante convegno con la presenza di persone potenti e stimate.
Mentre ero preso nei miei pensieri a proposito di questo evento, casualmente ho avuto un incontro: un giovane, malvestito e in condizioni di evidente povertà, ha incrociato la mia strada e io ho incrociato la sua. Mi si è rivolto chiedendo aiuto. Si aspettava certamente, al massimo, l’offerta di una moneta o poco più. Invece qualcosa in lui mi ha attratto e mi ha distratto dai miei pensieri.

Abbiamo parlato. Ho voluto conoscere il suo nome, Adèl. Sentivo che non potevo respingerlo, che non potevo volere che si ritirasse ai margini della mia strada. 
Al termine del nostro breve incontro, gli ho stretto la mano. Non era una mano pulita, come tutta la sua persona. E come capiterebbe a chiunque, avrei potuto provare, dopo quel contatto, l’istinto naturale di cercare il prima possibile di lavare la mia, di mano: sana e igienizzata. Invece no: un po’ della sporcizia di quel giovane mi ha fatto compagnia, mi ha segnato, mi ha fatto sentire, a pelle, che stavamo condividendo qualcosa di importante, anzi, di essenziale.

Lavandomi subito, avrei potuto soddisfare il mio istintivo desiderio di purezza… ma avrei «ucciso» sul nascere una piccola esperienza di fraternità. Restando così, almeno per un poco, ho invece proseguito la mia strada non più solo, non più preoccupato per gli importanti incontri che mi attendevano. 
Una mano ferita mi aveva passato un tesoro: un frammento della preziosa sofferenza di una persona che tendiamo a rifiutare. Quello sporco, che ora era in piccola parte sulla mia mano è forse, nell’uomo, ciò che lo può far volare, così come fa la sottile polvere che ricopre le ali delle farfalle. Ho pensato, trascinato in alto da quel faticoso contatto, che solo se saremo sporchi di fragilità umana potremo un giorno volare dentro il Mistero.

Due ore dopo, al termine degli interventi del convegno, mi sono avvicinato a un uomo molto ricco e influente, un personaggio di grandi responsabilità. L’ho salutato e lui ha fatto altrettanto, ma con grande distacco, attento a ben altro, disposto a incontrarmi nei limiti della minima disponibilità possibile.
Insomma, praticamente non mi ha guardato e la sua stretta di mano, infatti, era debole, fiacca, priva di qualsiasi calore e attenzione.

Allora sì, subito dopo questo «non incontro»… ho provato, chissà perché, l’istinto di andarmi a lavare la mano. L’uomo potente non mi ha passato sporcizia, ma qualcosa di ben più pesante, da sopportare: un senso di esclusione, se non di rifiuto. Il contatto con la ferita di Adèl mi aveva fatto compagnia e mi aveva dato calore, come se dopo averlo incontrato io fossi più forte; il contatto con un uomo di potere no: mi indeboliva e mi feriva.
 
Perché ho raccontato questo episodio? Perché non trovo modo più efficace per parlare della bella presenza del Mistero nella mia vita.
Come ho cercato di descrivere, c’è una forza, in me, che mi attira verso ciò che viene scartato e me lo fa apprezzare come una porta che conduce a qualcosa di grande e bello. E qui voglio spiegarmi bene e spero di non essere frainteso: questa forza in me, questo «istinto», non è affatto frutto della mia buona volontà o di qualche merito. È una presenza, appunto, è un vivere, respirare, incontrare l’altro senza mai essere da solo.
Il Mistero, insomma, mi abita, mi fa compagnia… ed è un buon amico. È un ospite generoso, fantasioso, molto creativo e ironico (nel senso che gli piace spiazzarmi e prendermi un po’ in giro, soprattutto quando mi prendo troppo sul serio).
 
Nella vita di ciascuno di noi c’è un po’ di mistero, con la «m» minuscola. Sappiamo tutti bene che non tutto è prevedibile, non tutto è programmabile. Possono sempre accadere cose che ci sorprendono, altre che ci emozionano, alcune che ci spiazzano, altre ancora che ci feriscono. In tutti questi casi ci domandiamo, anche se con diversa intensità, da dove vengono queste «novità».

Anch’io, come tutti, conosco questa forza, che fa della mia esistenza, anche quotidiana, una sfida sempre aperta. Ma incontri come quello con Adèl, che in realtà sono veri e propri regali, mi hanno fatto capire che se guardo alla mia storia e ai miei più profondi sentimenti, non mi basta parlare di «destino cieco», di «fortuna», di «buona o cattiva sorte».
Voglio, anzi devo, parlare del mistero come di un amico. Perciò, come ho fatto sopra, mentre ancora e sempre cerco di «vedere il suo volto» e mi rendo conto che è molto più grande (per fortuna) di me, scrivo il suo nome così: Mistero.
E nel silenzio, nella pace, nella solitudine, faccia a faccia con lui, lo ringrazio, perché ogni ferita che mi fa incontrare mi arricchisce di una riserva immensa di vita.