Avere o essere? Erich Fromm ci porta nel «Nuovo Umanesimo»

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Avere o essere? Erich Fromm ci porta a conoscere il «nuovo umanesimo» con le sue teorie sull’esperienza umana, attuali oggi come erano all’epoca.

di Edoardo Grandi

Avere o essere? Si chiedeva in modo retorico Erich Fromm nel 1976, anno di pubblicazione del celebre saggio avente come titolo proprio quell’interrogativo.
Nei due verbi citati identifica due modalità esistenziali antitetiche: con l’avere, quella del possesso, della bramosia delle cose, puramente materialistica, e con l’essere quella dell’esperienza e legata a dimensioni più interiori.

Nel caso dell’avere, Fromm considera la predominanza di questo modo di vivere a partire dalla Rivoluzione industriale, e che trova il suo apice nel capitalismo con tutto quel che ne consegue, consumismo per primo. E proprio del sistema capitalistico si fa severo critico, sottolineandone le storture e i disvalori portati nel rapporto tra l’individuo e il mondo, riducendolo a un ingranaggio alienato nella macchina economica, produttiva e burocratica.

Avere o essere? Erich Fromm (Saggi – Oscar Mondadori. 2013)

Avere o essere?

Più sfuggente e difficilmente definibile, secondo lo stesso studioso, è la categoria dell’essere. Sostiene infatti: «L’essere si riferisce all’esperienza, e l’esperienza umana è in via di principio indescrivibile (…) L’essere umano vivente non è una morta immagine, e non si presta a venire descritto come una cosa; anzi (…) non può venire in alcun modo descritto». Ne fornisce però, alcune caratteristiche fondamentali: «La modalità dell’essere ha, come prerequisiti, l’indipendenza, la libertà e la presenza della ragione critica».

Il libro di Fromm, per quanto complesso, è anche estremamente godibile, e attinge a un’infinita serie di fonti, a dimostrazione (ma non sterile sfoggio) della vastissima cultura dell’autore. Dall’Antico e Nuovo Testamento ai filosofi dell’antica Grecia, dal pensiero di Buddha a quello di Spinoza, dal primo Marx a Freud, e tanti altri ancora.

Non mancano anche interessanti riferimenti letterari, come il confronto tra il poeta inglese Tennyson, che deve sradicare un fiore per poterne cogliere la vera «essenza», e il giapponese Basho, che per farlo, in un fulmineo haiku, il fiore si limita a osservarlo.

credits: Pylyp Sukhenko
credits: Pylyp Sukhenko

Il «nuovo umanesimo»

È ancora oggi molto attuale, salvo alcune considerazioni e previsioni smentite dai fatti, prima fra tutte quella sulla crisi del capitalismo che egli giudicava già in pieno svolgimento, mentre assistiamo a un suo ulteriore e sempre discutibile sviluppo, in quello che possiamo definire una sorta di «turbocapitalismo» finanziario e globalizzato.

In ogni caso, la sua non è solo una critica negativa alla modalità dell’avere. Nella parte conclusiva dell’opera prospetta l’idea di un «nuovo umanesimo», basato sui valori fondanti dell’essere, simile a una specie di socialismo liberale.

Fosse ancor vivo oggi, probabilmente dedicherebbe più spazio e approfondimento (qui compresso in poche pagine) a un’altra categoria esistenziale oggi imperante: quella dell’apparire. Mai come oggi, infatti, l’esibizione di quello che vogliamo far vedere di noi stessi è così diffusa, dai social a qualsiasi tipo di media. Ma non è altro che una maschera, una recita, ben lontano dal vero essere che contraddistingue ciascun individuo.

In fondo, in questo possiamo vedere realizzata la profezia di un altro grande personaggio del secolo scorso, l’artista Andy Warhol: «Nel futuro, ognuno sarà famoso in tutto il mondo per quindici minuti».