I vincitori sono giudici assoluti, chi attuara la giustizia vendicativa

Creator: UN Photo/Yutaka Nagata | Credit: UN Photo/Yutaka Nagata
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I dubbi coinvolgevano un interrogativo principale: possono i vincitori ergersi a giudici assoluti e attuare una sorta di giustizia vendicativa?

di Edoardo Grandi

Sudafrica, 1991: con la liberazione di Nelson Mandela, il più famoso attivista nero, con il presidente bianco Frederik Willem de Klerk, cessa una delle più mostruose vergogne della storia dell’umanità: il regime segregazionista dell’apartheid.
Poco dopo, nel 1994, le prime elezioni libere e democratiche vedono trionfare proprio Mandela (a capo dell’African National Congress, il principale movimento di opposizione), che diventa presidente, oltre ad aver ottenuto il Nobel per la pace in condivisione con de Klerk.

Ma per Mandela le cose non sono affatto semplici. I bianchi, con una percentuale di abitanti stimata attorno al 9% del totale, hanno governato per lunghi decenni con pugno di ferro, macchiandosi di innumerevoli atrocità verso la maggioranza di neri africani, al punto che nel 1973 l’ONU aveva condannato il governo razzista sudafricano per crimini contro l’umanità. Allo stesso tempo, però, anche alcune frange violente dell’opposizione avevano commesso delitti, a volte nell’ambito di duri scontri tra le diverse anime dei movimenti anti-apartheid, e non solo contro i bianchi.

Giudici e giustizia

Insomma, il neo-presidente Nelson Mandela si trova di fronte a una situazione estremamente instabile ed esplosiva. Che fare per sanare il Paese e riportare giustizia, una volta ottenuto il potere politico? E quale giustizia? Perdono o vendetta? Condanna o assoluzione? I dilemmi sono molteplici. Il Novecento ha portato con sé esempi storici, primo tra tutti il Processo di Norimberga che vedeva imputati i criminali nazisti responsabili della Shoah, e che prevedeva in molti casi anche la condanna a morte dei colpevoli. Ma successivamente ce ne sono stati altri, come avvenuto in molti Paesi dell’Europa centro-orientale alla dissoluzione del comunismo, o in America Latina in seguito alla fine delle dittature militari. I dubbi coinvolgevano un interrogativo principale: possono i vincitori ergersi a giudici assoluti e attuare una sorta di giustizia vendicativa?

La grandezza di Mandela sta anche in questo: per il bene di tutti i componenti della sua nazione evita il perdono tout-court, così come la vendetta e la ritorsione. Sceglie invece una via diversa, del tutto innovativa: quella della «giustizia riparativa».
Nel 1995 fa istituire un tribunale speciale, denominato Commissione per la Verità e la Riconciliazione, con lo scopo di appurare la verità storica su quanto avvenuto in Sudafrica e ristabilire pace e giustizia.

credits: Hans Peters / Anefo
credits: Hans Peters / Anefo

Giustizia assoluta

La Commissione è composta da 17 membri, scelti tra i personaggi più illustri, autorevoli e rappresentativi di tutta società sudafricana. A guidarla viene nominato l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu (scomparso nel 2021), già premio Nobel per la pace nel 1984. Ai mandanti e agli esecutori dei crimini viene chiesto di confessare tutta la verità, condizione indispensabile per poter ottenere pene ridotte o l’amnistia. Naturalmente ampio spazio viene dedicato alle testimonianze delle vittime, che per la prima volta vedono ascoltate le loro accuse di fronte ai propri persecutori.

L’attività della TRC (Truth and Reconciliation Commission)si conclude il 28 ottobre 1998, dopo che sono state esaminate 7.112 richieste: a 849 persone viene concessa l’amnistia, che è negata invece ad altre 5.392. I risultati della TRC, che ottengono una straordinaria risonanza mediatica, non solo in Sudafrica ma in tutto il mondo, ricevono consensi da buona parte della popolazione, ma vengono duramente criticati da altri. Da un lato c’è chi giudica troppo indulgenti le conclusioni, dall’altro (nella minoranza bianca) chi invece considera l’intero processo una farsa.
Certo, ottenere una giustizia assoluta e che soddisfi ugualmente tutti è forse impossibile, ma Mandela, Tutu e gli altri sono riusciti in un’impresa eccezionale di grande valore etico: la ricerca pacifica della verità evitando la vendetta.