L’imperdonabile esiste. Il perdono e l’odio nella storia

Un'immagine tratta dalla serie Rai Storie della Shoah.
Un'immagine tratta dalla serie Rai Storie della Shoah.

«Non c’è giustizia senza perdono» raccomanda, è vero, la Chiesa. Ma l’imperdonabile esiste, è esistito, continuerà a ripresentarsi nelle pieghe delle vicende terrestri.

di Elisabetta Rosaspina

Se fosse sopravvissuta al tifo, alla fame, al freddo e alle vessazioni del campo di concentramento di Bergen-Belsen, anche Anna Frank si sarebbe certamente sentita chiedere, prima o poi, se avesse perdonato i suoi aguzzini. Con la parola «perdono» si costruiscono sempre titoli d’effetto sui giornali. S’imbastiscono articoli commoventi. Si producono film strappalacrime. Ma non si rende un servizio alla Storia, alla memoria collettiva e, soprattutto, alle generazioni future.

«Non c’è giustizia senza perdono» raccomanda, è vero, la Chiesa. Ma l’imperdonabile esiste, è esistito, continuerà a ripresentarsi nelle pieghe delle vicende terrestri. Non assolvere non implica passare alla vendetta o alimentare le ostilità.
La Storia non dev’essere compassionevole. La Storia deve insegnare, formare, comprendere e aiutare a comprendere, anche per evitare che certe apocalissi si ripetano, che certe pulsioni o teorie mostruose possano contagiare nuovamente la società umana, non più protetta dagli anticorpi della consapevolezza e del ricordo.

Un'immagine tratta dalla serie Rai Storie della Shoah.
Un’immagine tratta dalla serie Rai Storie della Shoah.

Non odio ma non perdono

«Io non perdono e non dimentico, ma non odio» ha ripetuto Liliana Segre, una degli ultimi testimoni viventi della Shoah, formulando la risposta perfetta da tramandare ai posteri. Né odio né rappresaglia, ma neppure oblio e indulgenza. Perché rischiano di tradursi in una pericolosa sottovalutazione dei fatti accaduti. E, anche se ciò non avvenisse, il livello di attenzione si abbasserebbe, non coglierebbe le angosciose analogie con avvenimenti nuovi, e in apparenza diversi, ma che sono in realtà generati dalle stesse malattie – forse, purtroppo, congenite – della specie umana: il razzismo, per esempio. L‘intolleranza, il sadismo. E le loro infide patologie collaterali: l’indifferenza, i pregiudizi, l’avidità, il fanatismo.

Sarebbe un sollievo per la coscienza del genere umano rimuovere i sensi di colpa per molte infamie, in particolare quelle recenti o contemporanee. I grandi cataclismi del secolo scorso, quel «secolo breve» ricordato come «il più violento dell’umanità» dallo scrittore William Golding, si limiterebbero a essere racconti, straordinari racconti con i protagonisti debitamente suddivisi fra «buoni» e «cattivi». Innocenti e colpevoli. Vittime e carnefici. Ognuno al suo posto. Ognuno facilmente riconoscibile, sotto la sua lapide di marmo o sul banco degli imputati. The End.

Troppo facile, non ci stanno molti studiosi, come Walter Barberis, autore di Storia senza perdono (Einaudi 2019) e professore di Storia Moderna e Metodologia della ricerca storica all’Università di Torino. Il docente sceglie una frase di Primo Levi, «la memoria è uno strumento meraviglioso, ma fallace», per introdurre il lettore alle sue novanta pagine sul ruolo, i limiti e l’indispensabilità delle testimonianze dirette dell’Olocausto, quelle dei superstiti e di chi, senza patirne le conseguenze, ne fu spettatore. Ma tutto ciò non resisterebbe alla prova del tempo, aggiunge, se gli storici non si prendessero la responsabilità di trasformarlo in una lezione permanente, al netto dei ricordi personali, e che possa perpetuarsi quando chi ha visto o patito quelle atrocità non ci sarà più.

Focolai di odio

E, proprio perché non è solamente una questione di torti e ragioni, la Storia ha il dovere di includere le voci di tutti i partecipanti, protagonisti e semplici comparse, oppressi e oppressori: è il coro greco in sottofondo che aiuta a capire come sia facile scivolare dalla parte «sbagliata» o nella trappola del disinteresse.

Il libro fornisce le lenti giuste per esaminare tragedie recenti e attuali, ancora «fresche» o in divenire. A volte collegate: le conquiste coloniali di un secolo fa e le disperate migrazioni di massa dall’Africa e dal Medio Oriente dei giorni nostri. Gli infiniti regolamenti di conti nei Balcani. I massacri fratricidi in Congo e in Ruanda. I terrorismi a tutte le latitudini.

Se non si tiene a mente il passato, se lo si archivia definitivamente alla voce «mai più», sarà difficile individuare i germi di nuovi genocidi dei quali la Shoah o, ancor prima, l’ecatombe armena, sono diventati il paradigma. Si discute molto, e giustamente, sui termini esatti da usare per definire ciascuna strage: genocidio, crimine di guerra, crimine contro l’umanità. Ci si ingegna, doverosamente, a distinguere se furono attuati con o senza premeditazione, con o senza l’obiettivo di annientare un gruppo etnico, razziale o religioso. A volte, però, si può perdere di vista il filo rosso che li unisce e scatena la ferocia nei focolai di odio sparsi per il pianeta.

Un sopravvissuto di un campo di sterminio Hutu posa per James nel pieno del conflitto del 1994 in Ruanda.   James Nachtwey / Contrasto
Un sopravvissuto di un campo di sterminio Hutu posa per James nel pieno del conflitto del 1994 in Ruanda.   James Nachtwey / Contrasto

A chi si concede il perdono

Aiutano a domare gli incendi persone come Yolande Mukagasana, un’infermiera di etnia Tutsi la cui famiglia, il marito, i tre figli e il fratello, furono trucidati nella primavera del 1994 in Ruanda. Lei si salvò per la gratitudine di una paziente dell’etnia tradizionalmente avversaria, Hutu, che la nascose per undici giorni sotto il lavandino della sua cucina. Dopo essere riuscita a fuggire in Belgio, Yolande è tornata quattro anni dopo nel suo Paese ad aiutare gli orfani. Tutti gli orfani. Ma soprattutto i figli degli assassini morti o incarcerati, fossero anche i responsabili del massacro della sua famiglia. Non è per lei questione di perdonare, ma di bonificare: «Aiutateci a sradicare l’odio» ha implorato di recente. «Perché anche se ciascun genocidio ha la sua particolarità, le radici sono identiche: l’ideologia dell’odio, della disumanità e la volontà di un potere politico». «La Memoria», insiste, «deve diventare parte dell’Educazione».

Aiutano a prevenire gli incendi, finché si è ancora in tempo, persone come Kasia Smutniak, che all’inizio dell’inverno ha speso sé stessa e la sua celebrità di attrice al confine tra la Polonia (il suo Paese d’origine) e la Bielorussia, per attirare l’attenzione sui migranti assiderati e affamati che nessuno vuole e vede. Se non come merce di scambio o di ricatto nei macchiavellici negoziati internazionali.

A chi dovranno concedere il perdono, un giorno, questi uomini e queste donne che hanno visto soccombere i loro figli in mezzo alla neve e al silenzio della migliore civiltà? E chi oserà reclamarlo?