Nuove tecnologie che tengono lontano il dolore

di Sara Aiolfi

Il mio percorso e relazione con la tecnologia è stato ed è ancora oggi abbastanza confuso e distorto. Sono nata in un mondo in cui la tecnologia era già a progressi avanzati, quindi ci sono cresciuta insieme. Il mio primo telefono l’ho ricevuto alla prima comunione, ma già allora ero sommersa di messaggi che mi dicevano: «Non hai il telefono? Bene, allora sei fuori dal mondo».

Che poi fuori da quel mondo ci sarei stata davvero per un anno e mezzo, in comunità, dove il telefono e la tecnologia di qualunque tipo ci era negata e veniva concessa solo per un’ora al giorno. È stato strano il primo impatto senza avere a disposizione i mezzi per entrare in contatto con il mondo esterno, ma, con il senno di poi, mi rendo conto che è stata la cosa migliore: il nostro obiettivo era stare meglio, e non ci saremmo riuscite se messaggi sbagliati e discordanti con la terapia avessero influito sul nostro percorso.

Mi sono resa anche conto che un altro obiettivo era vivere il momento presente, le persone con cui ora dovevo convivere e riflettere su cosa volevo diventare. In un mondo in cui «sei vecchio» se non stai attaccato tutto il tempo al telefono, la mia realtà si è rovesciata in comunità. Ho capito anche che la società ci porta a veicolare questi messaggi completamente distorti su come vivere le nostre vite.

Basti pensare a quando metti piede fuori da casa: non trovi una singola persona che ti guardi negli occhi, tutti sono attaccati ai cellulari nella classica posizione che chiamo «da scimmia»: pupille piccole piccole per via della luce dello schermo, schiena e collo incurvati verso il basso, mani con presa sicura sul cellulare (nel caso qualcuno lo rubi, non si sa mai). Siamo diventati drogati di tecnologia, appena squilla il cellulare per una chiamata siamo già lì con le cuffie a rispondere (bisogna essere smart no?), o quando arriva un messaggio siamo già pronti a prenderlo in mano; per non parlare di chi usa whatsapp, chi al giorno d’oggi non fa un accesso ogni minuto? Queste sono piccolezze, ma sono quello che ci tiene così dipendenti dalla tecnologia e mi sono capacitata di una cosa: certo la tecnologia ci mette in contatto con gli altri, ma chi ci tiene in contatto con noi stessi?

Basta riflettere un attimo per comprendere che in realtà essa mette un velo tra noi e il nostro mondo interiore, ci tiene lontano dal nostro dolore, dalla cicatrice che abbiamo dentro. Forse è per questo che navighiamo nella tecnologia, siamo disposti anche ad affogarci dentro, pur di ignorare il nostro dolore interiore. Io al giorno d’oggi sono totalmente dipendente dalla tecnologia, non lo nego, perché credo che mi faccia sentire meno sola, ma in realtà sta mettendo una distanza tra ciò che sono e ciò che voglio per me stessa. Vorrei viverci senza, ma allo stesso tempo non posso farne a meno, mi sento costantemente sotto il controllo di qualcun’altro. Forse dovremmo imparare a vivere con più consapevolezza il presente che stiamo vivendo adesso, non domani, non tra cinquant’anni. Ora. Il momento presente sfugge dalle nostre mani come acqua corrente, per farlo rimanere dobbiamo mettere le mani «a conca», poi il resto verrà da sé.