Il Metaverso che ci renderà più vulnerabili: il nuovo By Meta

Zuckerberg genera il nuovo contenitore By Meta che ci condurrà nel futuro (ormai prossimo) della tecnologia: il Metaverso, il nuovo e gigante passo di internet. Ci porterà alla distopia o rimarremo umani?

di Wilhelm Gutermann

The unknown troubles on your mind(Iron Maiden – Fear Of The Dark, from: Fear Of The Dark, EMI, 1992)

Da sempre siamo in fuga da una realtà che non ci soddisfa, ci costruiamo un mondo nostro che solo noi posiamo controllare, un mondo in cui decidiamo chi essere, cosa essere e cosa fare.
L’immaginario ci ha dato decine di varianti di questo concetto: libri, film, fumetti, videogiochi. Teorie della robotica, mondi cyber e virtuali. Da Ernest Cline alle sorelle Wachowski, a James Cameron a Niel Stephenson, colui al quale dobbiamo il termine meta e avatar presenti nel romanzo del 1992 Snow Cash dello stesso. Snow Cash racconta di un enorme open world a tre dimensioni, accessibile a chiunque e percorribile con vari mezzi e dove chiunque può usufruire di ciò che più gli aggrada.Ognuno con la propria personale idea del medesimo concetto. Un mondo in cui sentirsi a casa e in cui avere il controllo di qualcosa che nel mondo reale sarebbe impossibile… la nostra vita!

La rivoluzione di internet

Ebbene, se vi dicessi che tutto ciò sta per diventare realtà? Avete controllato i principali social di recente? Il classico banner che riportava «From Facebook», presente su Whatsapp e Instagram ora è diventato «By Meta». Tutto questo cosa significa e perché il più grande passo tecnologico dagli anni 90 potrebbe essere potenzialmente tragico? Chiariamo alcune cose, io che scrivo sono del 1990: ho visto quindi l’ultimo colpo di coda dell’analogico prima dell’avvento di internet e da piccolo ero affascinato dai computer e dall’idea che ci dava la pop culture, era il periodo di Hackers (lo strampalato film con Johnny Lee Miller e Angelina Jolie che ci insegnavano come fregare le compagnie telefoniche fischiando dentro l’apparecchio simulando il rumore dei quarti di dollaro) e qualunque cosa riguardasse un computer mi emozionava, ogni cosa, anche banale come uno scanner, mi sembrava un’astronave.

La mia esperienza con la realtà virtuale (anche se definirla così è un errore) erano i giochi interattivi su floppy disc di PC Genius che uscivano in edicola a metà anni 90.

Un po’ diverso da quello che sta accadendo adesso, ma comunque utile a spiegare il mio pensiero. Che cos’è Meta? Mark Zuckerberg l’ha definito come «Il metaverso sarà il successore di Internet mobile. Saremo in grado di sentirci presenti come se fossimo proprio lì con le persone, non importa quanto siamo distanti. Saremo in grado di esprimerci in nuovi modi gioiosi e completamente immersivi. Oggi siamo visti come una società di social media, ma nel nostro DNA siamo un’azienda che costruisce tecnologia per connettere le persone e il metaverso è la prossima frontiera proprio come lo era il social networking quando abbiamo iniziato».

Il Metaverso By Meta

Il metaverso non è e mai avrà un muro intorno a sé. Sarà un’evoluzione di internet che ha permesso e permetterà la nascita di nuove realtà all’interno dello stesso ed è già previsto un piano di investimento da 150 milioni di dollari chiamato «piano immersivo», che insegnerà ai neo utenti come muoversi in questa nuova realtà e dare la possibilità ai futuri content creator di dare il massimo (che sia un modo per battere TikTok). A questi 150 milioni andranno aggiunti altri 10 miliardi l’anno di spese.

Voci di corridoio dello stesso Zuckerberg hanno annunciato la futura non presenza di un account, rendendo la piattaforma di fatto molto più laterale. Il cambio del nome serve a dettare un confine su ciò che è stata la piattaforma e cosa diventerà. Serve anche a gettare un colpo di spugna sugli aspetti negativi, come la disinformazione. Inoltre l’alzarsi dell’età media di chi utilizza la piattaforma, il fatto che viene utilizzata come una sorta di Linkedin o negozio e il suo iniziale scopo di «riunire» vecchi amici è ormai scemato. I nuovi utenti sono migrati su nuove realtà come Tik Tok, con utenti che oggi vantano milioni di follower. Il cambio di nome inoltre, serve anche a ridare slancio alla piattaforma che, anche se è la più famosa è ormai quella che conta di meno, diventando la principale dei meno seguiti nel suo catalogo. Ad ogni modo, faranno parte di Meta tutti i social dell’azienda, da Instagram, a Whatsapp, a Oculus.

Le critiche comunque, non si sono fatte attendere, pure un’app per l’emicrania, la più esilarante è quella di M-sense, che ha ironicamente accusato Meta di aver preso ispirazione dal loro logo, sperando che avessero «più attenzione per la sicurezza degli utenti».

Ma ci son accuse e sospetti ben peggiori che in parte condivido: il difficile equilibrio tra tecnologia e uomo, per esempio, persone timorose di vivere nel mondo reale, come già detto all’inizio dove possono creare ciò che vogliono e interagire con altri utenti. Ma se gli altri utenti non fossero reali ma programmi? Chi garantisce che anche la più incredibile tecnologia del secolo non possa avere delle falle di sicurezza? Utenti che si dimenticano in quale dei due mondi sono e crea involontariamente un disastro, o ancora, la vecchia barzelletta che i videogiochi ci istigano alla violenza? È pur vero che una volta creato il nostro personaggio, nessuno ci obbligherà ad utilizzarlo quotidianamente, tanto meno a diventarne schiavi, ma d’altro canto questo concetto, equivale a una scrollata di spalle dell’azienda in caso di possibili conseguenze.

Un po’ come quando un gruppo di obesi denunciò le catene di fast food per averli resi tali. Un’altra grande paura è che se il metaverso assorbisse il mondo del lavoro, ci sarebbe il paradosso del lavorare: «Lavora meglio e fai di più», siamo al paradosso: lavorare meglio si può, organizzandosi e ottimizzando alcuni processi, facendo in modo di lavorare, magicamente, meno.

Il Metaverso e il mondo del lavoro

Ma lavorare meno diventerebbe un problema: se il Metaverso assorbisse il mondo del lavoro significherebbe utenti meno «ingaggiati» e un user time più basso. Molto meglio lavorare sempre di più, scaldati dai panorami della coloratissima distopia di Zuckerberg, in un mondo in cui il positivo è che il tragitto casa-lavoro non esiste più, perché il negativo è che si è sempre al lavoro. E tutto è lavoro. E se il tempo libero non sarà del tutto scomparso, verrà minacciato dalle ansie dei doveri lavorativi, impedendo di prendersi del tempo libero sia virtuale che reale.

In merito a questo Zuckerberg ha affermato: «Non si tratta necessariamente di passare più tempo online ma di provare a rendere più significativo il tempo non connessi a Internet». Frase che ricorda molto un passaggio di Ready Player One, romanzo di Ernest Cline portato al cinema da Steven Spielberg. Frase che dubito sarà mai reale in questo non tanto prossimo futuro. Forse sembrerò un po’ arretrato a dire che questa è una tragica svolta di eventi per il nostro futuro e che Matrix non ci ha insegnato un accidenti su queste cose, ma ritengo che ci sia bisogno di preoccuparsi di un’espansione a tutto tondo di queste nuove tecnologie. I libri e i film, seppur esperimenti di fantasia, lasciavano sempre una morale e un avviso su come comportarsi, insegnandoci che esiste sempre una via alternativa per trovare noi stessi e che non bisogna mai lasciare che quello che creiamo ci sfugga di mano, perché spesso non ci accorgiamo nemmeno quando è successo e allora è già tardi, inoltre non bisogna mai fidarsi di chi guadagna un profitto piatto piatto, perché è quello il cattivo. Metterci così in mostra in un mondo virtuale, ci rende molto più vulnerabili e indifesi di quanto possiamo pensare. Già sui social siamo vulnerabili in centinaia di modi diversi. L’unica fortuna che abbiamo è che possiamo sempre riprenderci il controllo è mettere fine a ciò che abbiamo creato, sempre ammesso che il Tamagotchi non sia lì agguanto pronto a prendersi la sua vendetta!