A scuola la disugualianza è triste, la diversità è allegra

A scuola la disuguaglianza è triste porca miseria! La diversità, lei sì che è allegra, ma la disuguaglianza è triste, è cruda nei suoi profili ed è banale nel proporsi. La disuguaglianza provoca dolore. Questi stilisti sono bravi, ma non hanno convertito il dolore in bellezza. Qui il dolore lo hanno negato, non va bene! Ah, che brutto carattere ‘sta maestra assorta in improbabili metafore. Vero.

di Paola Reggiani

Un noto brand spagnolo è riuscito a rendere seducente la disuguaglianza: la frivola metà destra del cappottino, ricamata con rose purpuree, è tanto desiderabile quanto la rigorosa metà nera di sinistra. La morbida peonia rosa antico stampata sul pullover, si abbraccia al cervo nordico sotto lo sguardo imperturbabile di una dea egizia vestita da geisha. Devo confessare che questo mondo beato, straordinario ed ecumenico mi ha sempre irritata. La disuguaglianza è triste porca miseria! La diversità, lei sì che è allegra, ma la disuguaglianza è triste, è cruda nei suoi profili ed è banale nel proporsi. La disuguaglianza provoca dolore. Questi stilisti sono bravi, ma non hanno convertito il dolore in bellezza. Qui il dolore lo hanno negato, non va bene! Ah, che brutto carattere ‘sta maestra assorta in improbabili metafore. Vero.

Usciamo dal negozio, vi porto a scuola, vi porto in classe. Basta un rapido sguardo: astucci ben curati, astucci logori con poche matite spuntate; scarpe che han giocato in eleganti giardini con i vialetti di beole, scarpe che han giocato su polverosi tappeti in periferia. Pupille che riflettono la luce dei tanti luoghi visitati con i genitori: pupille che non riconoscono il duomo di Milano in una fotografia. La disuguaglianza qui non è così cool. Essere ricchi è un vantaggio ed essere poveri è uno svantaggio. Non è una novità, già.

Comunque sia, vi sono molte ricerche sul tema e tutte indicano la fortissima influenza dello status socio economico della famiglia sui risultati degli studenti: la povertà linguistica, l’assenza nei genitori di alti livelli di aspirazione nei confronti dei figli, l’incapacità di fornire adeguati stimoli alla prosecuzione degli studi, l’inadeguatezza dei metodi educativi poco attenti alla creatività e alle motivazioni sottostanti i comportamenti o, al contrario, troppo centrati sul controllo, i sentimenti di inferiorità, di deprivazione, di fatalismo e di scarsa autostima… tutto questo crea uno svantaggio che emerge in modo significativo verso i dieci anni.

È un dato: in ogni problema il dato va prima sottolineato e poi trascritto. Non possiamo mica far finta che non esista. E poi? Come si risolve il problema? Si deve moltiplicare, dividere, addizionare, sottrarre? Voi come fareste? E come facciamo noi? Noi chi? Noi scuola. E chi è la scuola? Il ministro dell’istruzione? Il Miur? Il gruppo di esperti di 8 Paesi dell’Unione Europea che ha pubblicato le linee guida per gli ambienti di apprendimento? I dirigenti scolastici? Gli insegnanti? Sì, tutti noi siamo la scuola. Come facciamo noi? Mah! Per me fare un’analisi complessiva è davvero impossibile, tante sono le contraddizioni di questa difficile mappa.
Io conosco gli insegnanti. So che fanno, so come lo fanno.

Gli insegnanti vivono in un frullatore a velocità 5 (che è la velocità massima consentita a un frullatore). Nel frullatore se ne stanno da soli con 22 o 23 studenti. Come sono gli studenti? Disuguali? Sì, basta guardare gli astucci. Uguali? Sì, certo, agli occhi di Dio, sì.

Entriamo nel frullatore… ops in classe: Amin è in Italia da un anno e non sa che significa delitto, tribunale, erba, melanzana, lenzuolo e ora deve (deve?) imparare che… la repubblica democratica è una forma di governo in cui il potere appartiene al popolo. Quest’ultimo elegge chi lo rappresenta votando alle elezioni.

Vabbè, all’intervallo lo tengo qui un po’ e vediamo tra disegni ed esempi pratici che riesco a combinare. Il papà dei gemelli Rossetti la settimana scorsa è stato arrestato. Ora i fratelli vivono con lo zio perché la mamma è depressa. Christian non ne parla, Gisella ne parla un po’ ma soprattutto si masturba tutte le mattine o cavolo pure oggi e ora come faccio a dirle di smettere senza farla sentire in imbarazzo, forse meglio se faccio un giro con lei dieci minuti, ma dov’è la bidella che rimanga con la classe?

E sì, perché le compresenze se le è portate via la ministra, quella là che non ci piace neppure ricordare il nome, Carla vai a chiamare la bidella… No, ok, la bidella non c’è, che faccio, ok sì, ho trovato ora chiamo Gisella alla cattedra per chiederle se mi aiuta a sistemare un cassetto, sì, farò così mentre dico agli altri di ritagliare la scheda, ma Brando non sa ancora usare le forbici (si dice essere disprassici) e mi guarda con occhi terrorizzati, chi lo sa se è meglio fargli attaccare sul quaderno un foglio sbrindellato, o meglio che ritagli io, ma come faccio a ritagliare e a chiacchierare con Gisella Brando fai tu dai che ci riesci…

No, non è una caricatura. È un quarto d’ora qualunque in una classe qualunque, come ce ne sono tante. È il frullatore a velocità 5. Va così ogni giorno. Noi insegnanti la disuguaglianza non la creiamo. Quella c’è, è un dato. Riusciamo a ridurla? Non lo so, non lo so. Non penso che noi possiamo agire in modo diretto su un gigante di siffatte proporzioni. Ciò che possiamo fare è cercare di armare la fionda di questi piccoli, che trovino la forza e il coraggio per provare ad uccidere il Gigante. E le armi sono sempre le stesse: la conoscenza, l’amore. Questo facciamo nel frullatore, e lo facciamo sorridendo. Come facciamo? Siamo bravi.