Scegliere di insegnare significa mettersi in gioco ogni giorno

Scegliere di insegnare significa mettersi in gioco ogni giorno, non avere un attimo di pace perché i ragazzi hanno bisogno continuamente di essere accolti, raccolti e aiutati a crescere.

di Alessandra Parrino

Quando inizi a lavorare a scuola sai già che ci sono delle leggi non scritte, ad esempio che all’ultima ora del sabato serve pazienza e pure un po’ di coraggio, quello che resta nelle tasche.
Se sei docente di matematica, sai che anche l’alunno più portato per la materia dovrà essere catturato, senza farlo scappare nel pensiero della serata fuori con gli amici, del pomeriggio al sole.

Si sa, l’ultima ora del sabato è una fatica. Che diventa una salita ripida quando negli studenti passa il pensiero di essere gli ultimi, l’ultima spiaggia di un adulto.
E se in quel tempo il pensiero stanco si fa voce, diventa parole come: «Non sapeva cosa fare e ha scelto di insegnare», «Ha preso la classe che mancava perché nessuno la sceglieva», «Avesse potuto scegliere, non avrebbe scelto noi».

Sai di non poter rispondere, non in quel momento, sono troppo stanchi per ascoltare, e la lezione diventa una fatica, l’attesa paziente che arrivi l’agognato suono della campanella.

Imparare ad essere docenti

Sono ragazzi quattordicenni e pensiamo che come automi possano andare in classe diventando ligi studenti, senza nome, solo un numero: quello sul registro o quello del voto. E invece non è così. Sono volti, occhi che si illuminano e spengono nel battito di una parola giusta o sbagliata, con un complimento o una critica, mondi che sono da scoprire. Arrivano da un tempo particolare, certo, non erano più abituati a stare in classe, non lo sanno mica che se usano il telefono e si nascondono si vede ancora di più, che la mascherina non copre il loro parlare, sì, queste cose ancora non le sanno.

Eppure dentro di loro c’è una vita da custodire, che tra fragilità e leggerezza prende forma.
L’idea che possano uscirsene con certe affermazioni porta a chiedersi che cosa abbiano detto loro, perché se arrivano a quelle conclusioni deve esserci stato un punto di partenza dentro quel volo pindarico. Qualcuno li deve avere spinti a pensare di loro stessi in questo modo.

Così il weekend è solo attesa paziente di confronto, da persona, ancora prima che da docente, alcune affermazioni non possono passare senza toccare qualche corda. Perché per imparare ad essere docenti bisogna aver voglia di diventare avventurieri dentro mondi tutti da scoprire.

Scegliere di insegnare

Lunedì alla prima ora sono lì, occhi assonnati, facce che ancora cercano di ricomporsi, alla ricerca disperata del quaderno dentro lo zaino, come fosse un pozzo senza fondo.
Dopo aver sentito le parole pronunciate sotto le mascherine è tempo di spiegazioni. Perché una spiegazione c’è per ogni cosa.
E loro, sessantaquattro occhi, trentadue volti, meritano di sapere che non sono l’ultima spiaggia di un docente, che io non sono lì perché non sapevo cos’altro fare. Meritano di sapere che capita alle volte che l’insegnamento possa essere la prima scelta di una persona, che ho scelto di insegnare e non di lavorare in una qualunque azienda, e che certo io non ho scelto in che classe, ma quando ho detto «» non era importante in che classe, ma che cosa andavo a fare.

Non ho scelto di essere la loro insegnante, loro non hanno scelto di essere i miei alunni, ci siamo capitati, ma capitati dentro la scelta di insegnare e quella di studiare in quella scuola, in quel corso.
Sì, scegliere di insegnare significa mettersi in gioco ogni giorno, non avere un attimo di pace perché i ragazzi hanno bisogno continuamente di essere accolti, raccolti e aiutati a crescere.
Che poi alla fine dell’anno potranno pure non sapere perfettamente come si svolgono i monomi e i polinomi, ma spero che almeno si appassionino, trovino una scintilla per cui valga la pena di cercare sempre un po’ di coraggio nelle tasche.