Insegno catechismo ai bambini ed ognuno è speciale

di Chiara Baù

Correva l’anno 2006, avevo da poco terminato il mio personale percorso di formazione cristiana e cercavo il modo migliore per poter dare un contributo alla mia comunità parrocchiale. Se avessi camminato, senza dubbio, avrei voluto fare l’animatrice al grest e in oratorio.

Come avrei potuto rendermi utile anche su una sedia a rotelle? Non è mai facile per nessuno scegliere di intraprendere un servizio di volontariato, ma quando sei su quattro ruote devi sceglierlo con un’attenzione ancora maggiore. Dopo aver analizzato le possibilità disponibili e valutato che la mia scelta fosse compatibile con il mio handicap, decisi di provare a fare catechismo a bambini e ragazzi dai sette ai dodici anni.

I bambini e i ragazzi di ogni età mi sono sempre piaciuti, magari fare la catechista sarebbe stato meno appagante di essere un’animatrice a tutti gli effetti, ma mi avrebbe comunque permesso di stare in mezzo ai giovani, di far conoscere Gesù e di esprimere in altro modo il mio senso materno, dato che non ho avuto la gioia di avere figli miei. Tutte queste cose mi stanno molto a cuore, quindi perché non tentare? Un pomeriggio, gironzolando in bici, incontrai il don e andandogli incontro gli dissi: «Don, vorrei provare ad essere catechista, che ne dici?», «Se ci hai pensato bene e ne sei sicura, va bene, provaci», fu la sua risposta.

Inizia così la mia avventura, con tanta allegria, voglia e passione, ma anche con tanta paura perché ero alla mia prima esperienza e non sapevo da che parte cominciare. Ero terrorizzata, e lo sono ancora adesso, di avere un approccio antiquato, troppo didascalico e di presentare il luminoso messaggio d’amore di Gesù in maniera sbagliata e non attraente. A tutt’oggi questo è il grande cruccio che mi pesa sul cuore e non riuscendo mai ad avere assoluta certezza dell’efficienza del mio operato, posso solo affidarmi alla protezione di Dio.

L’unica cosa di cui sono sempre stata sicura è che non ha nessun senso parlare di Gesù e dei suoi testimoni senza ascoltare i ragazzi, le loro gioie e i loro dubbi, pensiero confermatomi anche dalla mia guida spirituale. La mia priorità non è seguire un programma, non sono io e le mie ambizioni personali, sono i ragazzi che mi sono affidati. Gesù è amore, non un programma e l’amore devi prima dimostrarlo tu stesso ai tuoi interlocutori, poi sì che lo puoi spiegare. È questa la direzione in cui cerco di muovermi, nonostante venga spesso rimproverata di avere la tendenza ad improvvisare troppo senza seguire una scaletta. Se il mio di agire funzioni efficacemente o meno, solo Dio lo sa e sarà la Sua mano provvidente a far nascere i frutti.

Dal 2006 ad oggi sono trascorsi quindici anni, con il passare del tempo cerco sempre di impegnarmi per migliorare nel mio intento e, anche se a volte sembra che le gratificazioni non arrivino, anno dopo anno mi sono sentita sempre più a mio agio nell’adempiere al mio servizio. Quando sto con i ragazzi mi sento bene, come fossi nel mio ambiente naturale. Non voglio apparire loro come una finta eroina, voglio essere una persona normale, appassionata della vita e con tanto bene da donare.
Il messaggio che nel tempo ho provato a trasmettere ai miei ragazzi può essere riassunto con le parole de La cura, la bellissima canzone di Battiato che dice «perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te». Il mio obiettivo è far capire loro che agli occhi del Signore ognuno è super speciale e che Lui si prende cura di tutti.