Studiare la storia del clima con Valter Maggi

Valter Maggi
Valter Maggi

Valter Maggi, ricercatore e professore all’Università di Milano Bicocca. Geologo di formazione ci racconta il sou lavoro in antartide per studiare la storia del clima.

di Eleonora Prinelli

Valter Maggi è ricercatore e professore di Geografia Fisica e Geomorfologia all’Università di Milano Bicocca, dove lavora al dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra. Geologo di formazione, sin dagli anni 80 ha cominciato a studiare i ghiacciai e ad interessarsi ad essi come «archivi» di informazioni climatiche e ambientali. Grazie ai ghiacciai è infatti possibile scoprire com’è evoluto il clima sul nostro pianeta nel passato. L’Antartide, ad esempio, è un grande archivio di informazioni globali, ben diverso dai ghiacciai delle Alpi, dove invece si leggono dati regionali. Valter mi parla dalla sua stanza d’albergo in Nuova Zelanda, dove sta ultimando la quarantena prima di partire per la sua undicesima spedizione in Antartide. Lì sono le nove di sera, ma questo non ci impedisce di parlare a lungo del suo lavoro, delle sfide climatiche future e dell’importanza di scegliere consapevolmente chi dovrà gestirle.

Studiare la storia del clima ci è utile per predire il futuro climatico? 

«Negli ultimi 200 anni il pianeta, l’atmosfera e l’ambiente sono stati fortemente influenzati dall’attività dell’uomo. Per raccontare la storia del pianeta prima che l’umanità la influenzasse significativamente, dobbiamo usare gli archivi messi a disposizione dalla natura: ghiacciai, fondali oceanici, laghi, alberi. Noi trasformiamo queste informazioni affinché siano leggibili dal punto di vista strumentale e confrontabili con i dati di oggi. Questo è il motivo per cui studiamo il passato: così facendo vediamo il frutto dell’esistenza dell’uomo e cerchiamo di capire le possibili tendenze future».

Che cosa si è scoperto finora? 

«Innanzitutto, che il clima è sempre cambiato. In secondo luogo, in Antartide abbiamo raccolto almeno 800mila anni di storia del clima e abbiamo scoperto che la concentrazione di CO2 non ha mai raggiunto i livelli di oggi».

Come funzionano le spedizioni in Antartide? 

«L’Antartide è un cantiere scientifico mondiale. Per andarci bisogna avere un’infrastruttura nazionale che lo permetta (in Italia abbiamo il PNRA, il Programma Nazionale di Ricerca in Antartide) e dei progetti approvati. Questa è la mia undicesima spedizione nell’ambito della glaciologia, durante la quale verranno ricercate antiche eruzioni di un vulcano che si trova in quelle zone. I vulcani in Antartide hanno una storia di eruzione passata, ma se ne sa molto poco. In quanto emettitori di materiale in atmosfera, sono importanti anche dal punto di vista climatico. Faremo delle perforazioni di ghiaccio attorno al vulcano per poi osservare e analizzare i livelli emessi in atmosfera nel passato».

Lei dove soggiornera? 

«Io starò a Baia Terra Nova, nella stazione italiana “Mario Zucchelli”. Moltissimi Paesi hanno una base in Antartide, che oscilla dalla semplice stazione meteo a una stazione vera e propria con progetti, attività e logistica, come nel nostro caso. Per questo esiste lo SCAR, il Comitato Scientifico per la Ricerca in Antartide, che è un organo legato all’ONU e che gestisce tutti gli aspetti nel continente».

Che opinione si è fatto del cambiamento climatico, studiandolo attraverso il ghiaccio?

«L’Antartide è un oggetto molto grande, lì c’è il 92% di tutta l’acqua dolce del nostro pianeta. È grande una volta e mezza l’Europa e si trova al polo sud, in una posizione abbastanza conservativa. Osservare a occhio nudo un movimento in Antartide non è facile: la sensazione dagli anni 90 fino ad adesso è rimasta la stessa. Ben diverso è andare su un ghiacciaio alpino italiano, che negli ultimi cinque anni si è ritirato di 150 metri e si vede. In Antartide, da un punto di vista climatico, non si osserva un vero cambiamento a scala del continente, anche se nel 1995 e nel 2003, due grandi piattaforme di ghiaccio a nord della penisola antartica si sono completamente fratturate. Eventi come questo sono sentinelle del mutamento, soprattutto considerando che l’Antartide ha un’inerzia elevata, sia all’inizio di un cambiamento, sia nel rallentamento dello stesso. Di fatto è una calotta che si sta muovendo e, nonostante i tempi siano lenti, non vuol dire che non dobbiamo curarcene: gli effetti interesseranno i nostri figli e nipoti».

Qual è la situazione dell’Artico invece?

«L’artico è un oceano coperto di ghiaccio dove la situazione è più critica e meno inerziale. Lì si osservano grandi cambiamenti: il ghiaccio marino si sta ritirando sempre più, specialmente in estate, permettendo il riscaldamento degli oceani e influendo su sistemi complessi come le correnti oceaniche. Tuttavia, c’è chi trae vantaggio da questi eventi: navigare attraverso il passaggio a nord-est senza dover pagare i dazi di Suez o Panama fa la differenza. Inoltre, nell’Artico ci sono giacimenti di petrolio e gas che diventano più remunerativi nel momento in cui è più facile raggiungerli. I sistemi sono complessi, il problema è noto, ma la sensibilità al problema cambia di esigenza in esigenza».

Lei cosa ne pensa? 

«Sarà meglio che ci sbrighiamo a cercare di rallentare il processo, perché qualcuno potrà anche guadagnarci, ma ho il tremendo sospetto che la maggior parte ne subirà gli effetti. Ci sono guerre legate anche a questi aspetti: quando la gente vive male, le tensioni aumentano. Abbiamo un sistema economico ad alto sfruttamento delle risorse. Di tutti i risultati ottenuti dalla battaglia ambientale degli anni 60 e 70 contro l’inquinamento atmosferico in Occidente, è rimasto ben poco, dal momento che i sistemi più inquinanti sono semplicemente stati spostati in altri Paesi. Ci sono Paesi che oggi sono già in difficoltà e che hanno meno possibilità di noi di rimediare ai danni causati dal cambiamento climatico».

Qual è invece la situazione dei ghiacciai in Italia? 

«Consideri che se l’aumento medio della temperatura nel mondo negli ultimi 150 anni è di circa un grado, sulla zona alpina italiana questo aumento è il doppio. A parte qualche sporadica avanzata nel corso degli anni 80, questi ghiacciai sono in ritiro da sempre, lo confermano anche i dati annuali del Comitato Glaciologico Italiano. Qui il cambiamento climatico è ben visibile».

Come possiamo cambiare le cose? 

«Penso che, in primis, tutto passi dal voto. Noi, che non siamo politici, la politica la facciamo votando. In alcuni Paesi il movimento verde funziona di più che in altri perché c’è un interesse politico in tal senso. In secondo luogo, dato che il nostro mondo vive di business, lo potrebbe diventare anche la lotta ai cambiamenti climatici. I combustibili fossili sono gestiti da poche nazioni e multinazionali, mentre le risorse rinnovabili sono molto più diffuse e svincolate dai limiti geografici. Agli investitori potrebbe interessare che il mercato vada in questa direzione».

Cosa ne pensa del movimento giovanile contro il cambiamento climatico?

«Sono circa 40 anni che studio i cambiamenti climatici e ricordo pochissimi attivisti che abbiano parlato alle Nazioni Unite. Greta Thunberg è stata invitata in tempi record. Il potere politico è anche questo: convogliando le forze verso rappresentanti fattivi, le cose cambiano più rapidamente».

Non c’è il rischio che il potere politico agisca troppo lentamente? 

«Il nostro pianeta è grande e, almeno per il momento, non sta morendo. Il nostro sistema socioeconomico invece è in crisi, ma magari può cambiare. Si tratta di un aspetto umano che va a toccare un sistema naturale, ben più grande di noi. Possiamo cercare di ottenere un rallentamento, ma un’inversione di rotta sarà quasi impossibile, se non aspettando qualche secolo. Tuttavia, questo non vuol dire che non ci si debba lavorare. Il cambiamento ci sarà, ma dovremo evitare lo scenario peggiore: per questo è importante agire e sensibilizzare sempre più le nuove generazioni».