Maruska Albertazzi porta i DCA al cinema con Hangry Butterflies

Maruska Albertazzi porta i DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) al cinema con Hangry Butterflies #Larinascitadellefarfalle per denunciare i tabù sulle malattie mantali.

di Elisa Tomassoli

Maruska Albertazzi è giornalista, autrice e sceneggiatrice, ma è anche la portavoce di migliaia di persone, contribuendo alla sensibilizzazione sulle malattie mentali; nel 2020 ha diretto il film Hangry butterflies: La rinascita delle farfalle, che racconta le storie di ragazze che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare, e che trovano la forza della guarigione grazie all’aiuto e al sostegno reciproco.

Maruska, secondo lei, perché ancora è difficile parlare di malattie mentali?
«Perché, originariamente, l’essere umano ha due paure che considera impossibili da affrontare: la paura della morte e la paura di impazzire, di perdere il contatto con la propria mente. Queste due paure spaventano ancor più della malattia organica, perché con quest’ultima si hanno degli strumenti chiari per guarirla: quella che noi chiamiamo follia ci terrorizza perché non ne vediamo la possibilità di cura. Siamo abituati a parlare in termini di salute mentale, in termini di bianchi e neri, due compartimenti stagni: da una parte c’è la persona sana di mente con diversi livelli di emozioni, mentre dall’altra parte c’è il pazzo. Questa difficoltà fa sì che noi non siamo in grado di riconoscere malattie che non si possono vedere: in questo modo immaginiamo una persona depressa come una persona molto triste, che non si alza dal letto, che rischia di ammazzare suo figlio (se ha una depressione post partum); se l’essere umano non avesse questi punti di riferimento entrerebbe in crisi, altrimenti come si può dimostrare l’esistenza di questa malattia quando non c’è un segno organico? Nel 2021, lo stigma sulla salute mentale esiste perché fa paura, non la si capisce, nessuno sa spiegarla adeguatamente, e lo stesso medico ha difficoltà a porre sullo stesso piano salute fisica e mentale. In più, negli stessi ordini di psicologi e psichiatri c’è una guerra intestina, hanno filosofie che non si incontrano, così si creano due mondi che non collaborano».

Maruska Albertuzzi al Giffoni Film Festival
Maruska Albertuzzi al Giffoni Film Festival

Spesso lei parla delle esperienze che ha vissuto, quali sono le situazioni in cui ha potuto connotare il pregiudizio che la malattia mentale subisce?
«Avrei tantissimi esempi da raccontare, ma ricordo molto bene quando, lavorando come sceneggiatrice, un collega che stimavo moltissimo, durante il periodo in cui mi sono ammalata di depressione post partum, mi disse che soffrivo della “malattia delle donne borghesi annoiate”, che se io fossi andata nei campi a lavorare, probabilmente non mi sarei ammalata; per gli altri ero una donna che aveva troppo tempo per pensare. Le mie stesse amiche, quando soffrivo di insonnia dovuta alla depressione e al mio stato di malnutrizione, mi dicevano: “ma se ti svegli alle 4 del mattino, fai yoga, sfrutta la tua depressione”, e io mi sentivo incompresa. Spesso si pensa che sia solo una questione di volontà, ma le persone sane non hanno idea di cosa voglia dire essere malata, cosa significhi avere una biochimica nel cervello che non funziona, che per quanto ci si sforzi non ci si può curare da soli, ma tramite la psicoterapia e talvolta i farmaci. Chiunque si può ammalare, anche quando si proviene da una famiglia perfetta, anche quando si appare performanti e intelligenti: una malattia che attacca la mente è qualcosa di incomprensibile, a cui tutti vogliono trovare una spiegazione, un trauma originario che spesso non esiste. Ogni persona è un caso a sé, è necessario un percorso terapeutico personalizzato: è questo il motivo per cui è difficile una diagnosi e una collocazione adeguata dei fondi per stanziare reparti attrezzati. Ho deciso di realizzare il mio documentario Hangry Butterflies perché ogni riferimento all’anoressia era sempre rappresentato da una precisa estetica: tra le testimonianze che ho raccolto ho deciso di raccontare storie di ragazze che non fossero necessariamente conformi all’idea standardizzata con cui siamo soliti immaginare una persona affetta da anoressia; è fondamentale trasmettere il messaggio che l’anoressia può manifestarsi anche senza raggiungere un sottopeso drastico».

Locandina del film: Hangry butterflies: La rinascita delle farfalle di Maruska Albertazzi

Qual è la priorità per il nostro Paese in merito alle politiche per la tutela della salute mentale?
«In questo momento la priorità è la destinazione di un budget maggiore per la cura delle malattie mentali, che per molte malattie, come quelle del comportamento alimentare, non esiste ancora, come non esistono ancora reparti autonomi in molti ospedali. In Italia c’è troppo pudore a parlare di malattie mentali: gli stessi psichiatri spesso sono trattenuti nel parlarne pubblicamente, e i malati si vergognano, si sentono colpevolizzati. Io mi permetto di parlare della mia esperienza perché l’ho vissuta, non potrei mai raccontare la storia di un’altra persona».

Ma allora, chi può parlare di salute mentale?
«Dobbiamo parlarne insieme: i medici, che sono alleati dei pazienti, gli psichiatri, i terapeuti e tutti gli specialisti che entrano in contatto con la malattia mentale; anche gli utenti esperti, che hanno vissuto la malattia, e che attraverso un percorso di consapevolezza possono dare informazioni valide e corrette. Una malattia mentale non è un tratto di personalità, perché ciò implica l’impossibilità di una guarigione. Io non ho vergogna di parlare della mia sofferenza e della mia malattia, perché so che la mia malattia non mi definisce, che posso curarmi e posso guarire».