Dott.ssa Cavallera: disturbo mentale, c’è disparità tra malattie.

Foto di Tara Winstead da Pexels
Foto di Tara Winstead da Pexels

Vanessa Cavallera, neuropsichiatra infantile, attualmente è Technical Officer della World Health Organization (OMS) nell’ambito Salute Mentale e tossicodipendenza: «C’è da affrontare la battaglia perché il disturbo mentale sia accettato come tutte le altre patologie, anche dal soggetto stesso che ne soffre. E la prevenzione è un elemento chiave. Un’area che trovo particolarmente interessante, e di cui l’OMS non si è molto occupato, è la scuola”

di Loredana Beatrici

Whatsapp, ore 22:30.
«Ciao Loredana, ho letto le domande per l’intervista. Toccate temi importanti. Complimenti!».

Mi scrive così la Dott.ssa Vanessa Cavallera, neuropsichiatra infantile, Technical Officer della World Health Organization (OMS). E io rimango a guardare lo schermo del cellulare, continuando a dirmi che «certo, che sono temi importanti!», sono temi essenziali, fondamentali. Eppure ancora oggi, in un Paese evoluto come il nostro, vengono considerati tabù.

I disturbi mentali, quegli sconosciuti! E proprio perché sconosciuti fanno paura, è meglio non se ne parli. Ecco come nasce un tabù. Dalla paura, dal silenzio. Ma noi vogliamo parlarne perché l’ultimo rapporto Unicef non lascia scampo. Nel mondo più di un adolescente su 7 convive con un disturbo mentale diagnosticato. 80 milioni hanno solo tra i 10 e i 14 anni. Con la pandemia questi dati sono peggiorati, registrando un +28% di casi di depressione e un + 26% di casi d’ansia. In Europa ogni giorno 3 adolescenti (tra i 10 e i 19 anni) decidono di togliersi la vita. Il suicidio è in Europa la seconda causa di morte, dopo gli incidenti stradali. Di fronte a queste cifre non possiamo chiudere gli occhi, dobbiamo indossare le lenti della conoscenza e cercare di capire.

Cos’è il disturbo mentale

Dottoressa Cavallera, cosa significa avere un disturbo mentale?
«Un disturbo mentale riguarda tutto ciò che altera la capacità dell’individuo di far fronte ai normali stress della vita, di lavorare in modo produttivo e di contribuire alla sua comunità. In altre parole, una difficoltà nel funzionare nella vita di tutti i giorni. La manifestazione dei disturbi mentali è caratterizzata da una combinazione dell’alterazione di pensieri, percezioni, emozioni, comportamenti e relazioni con gli altri».

Lei è a capo di un progetto che si occupa di «misurare» la salute mentale dei bambini…
«Il progetto di cui mi occupo riguarda il monitoraggio dello sviluppo dei bambini, con un focus al di sotto dei tre anni. Questo comprende diversi aspetti, tra cui le competenze motorie, linguistiche, cognitive, socio-emozionali e psicosociali, parametri che servono a individuare precocemente eventuali problematiche e ad offrire alle famiglie supporto per intervenire. Ad oggi esistono strumenti complessi per misurare questo dato “impalpabile”, l’OMS invece sta lavorando alla formulazione di strumenti applicabili globalmente».

Vanessa Cavallera, neuropsichiatra infantile, ha conseguito un master in Salute Pubblica, e lavorato all’Istituto Neurologico Besta e con diverse organizzazioni non governative. Attualmente è Technical Officer della World Health Organization (OMS) nell’ambito Salute Mentale e tossicodipendenza.

La disparità nei servizi

L’Oms nel 2019 aveva segnalato che i governi di tutto il mondo spendevano solo il 2% dei loro budget sanitari per la salute mentale. Ora sta cambiando qualcosa nello sforzo dei governi nell’affrontare le problematiche mentali?
«La pandemia ha reso evidenti le lacune nei servizi di salute mentale, che già esistevano, ma che si sono esacerbate durante la situazione umanitaria. Purtroppo solo un terzo dei Paesi sembra avere risorse adeguate per far fronte a questa emergenza, con una disparità enorme tra Paesi a basso, medio e alto reddito. I livelli di spesa pubblica per la salute mentale rimangono bassi. È confermata una media globale del 2,1% della spesa sanitaria».

Occorre anche cambiare l’approccio nella gestione delle malattie mentali. Per questo voi medici promuovete un approccio non più basato solo sull’isolamento (Ospedali Psichiatrici) e sulla coercizione (TSO), ma un approccio più orientato alla persona. Cosa significa?
«Puntiamo a trasformare i modelli biomedici, in cui l’attenzione della cura era centrata sulla diagnosi, sul trattamento farmacologico e sulla riduzione dei sintomi, in modelli centrati sulla persona e sui suoi diritti».

Leaving no one behind

Si è appena tenuto il Mental Health Forum, promosso dall’OMS, di cui uno degli slogan è stato: Leaving no one behind. Quanto le disuguaglianze sociali influiscono nella comparsa, nella diagnosi e nella cura delle malattie mentali?
«La salute mentale è fortemente influenzata da determinanti sociali, culturali, economici, politici e ambientali. C’è un circolo vizioso che si autoalimenta tra problematiche socioeconomiche e disturbi mentali, per cui maggiore è la disuguaglianza, maggiore è la vulnerabilità nello sviluppare disturbi mentali. Per fermare questo circolo vizioso è vitale che si agisca attraverso strategie globali di promozione, prevenzione, trattamento e recupero».

Cosa dovremmo fare in concreto?
«Bisogna agire a tutti livelli, dalla scuola, alla famiglia al lavoro. In primis c’è da affrontare la battaglia perché i disturbi mentali siano accettati come tutte le altre patologie, anche dal soggetto stesso che ne soffre. E la prevenzione è un elemento chiave. Un’area che trovo particolarmente interessante, e di cui l’OMS non si è molto occupato, è la scuola. È un ambiente particolarmente adatto al dialogo con i ragazzi e fornisce un contesto dove i segni precoci di difficoltà possono essere identificati e una rete di sostegno creata. Il territorio è fondamentale per raggiungere i più vulnerabili e altrettanto sono le politiche sociali e del mondo del lavoro. I benefici possono essere eccezionali».

Le avvisaglie di un disturbo mentale

Quali sono le prime avvisaglie di qualcosa non va?
«Difficoltà di concentrazione, ritiro sociale, cambiamenti d’umore con eccessiva ansia o preoccupazione, difficoltà di alimentazione o di sonno e in sintomatologia somatica frequente (mal di pancia, mal di testa etc). Non sempre questi segni sono evidenti, soprattutto in adolescenza possono essere mascherati da cambiamenti legati a questa fase della vita. Il ruolo della famiglia, e della scuola, è fondamentale. È importante creare rapporti solidi, avere occhio ai cambiamenti e promuovere abitudini sane di ritmo-sonno veglia, esercizio fisico, gestione delle emozioni e della risoluzione dei problemi. Creare degli ambienti dove i ragazzi si sentano al sicuro nell’esprimersi, prendendo sul serio quello che vivono come preoccupazioni. E dimostrare amore e sostegno nei loro confronti».

Ogni volta che un giovane sceglie il suicidio è un fallimento collettivo. Che cosa scatta nella sua mente?
«Spesso si arriva al suicidio a seguito di sensazioni di disperazione o frustrazione incontenibile. L’atto è in questi casi impulsivo, durante una crisi acuta in cui la persona ha la sensazione di non essere in grado di affrontare i problemi della vita. Ci sono circostanze che aumentano il rischio, come conflitti familiari, disastri umanitari, violenze, abusi o grandi isolamenti. Anche in questo caso la prevenzione, un ambiente in grado di supportare e politiche che diminuiscano le disuguaglianze, sono fondamentali per ridurre i tassi di suicidio. Così come le politiche che riducono l’accesso ai mezzi di suicidio, come le armi, per esempio. Importante è anche fornire strumenti a chi è a contatto con i ragazzi, per renderli capaci di identificare precocemente i segnali di rischio».

Quali sono le prossime sfide?
«La creazione di una leadership e una governance più efficaci, la fornitura di servizi integrati e l’assistenza in contesti comunitari. L’attuazione di strategie per la promozione e la prevenzione. Il rafforzamento dei sistemi di informazione e di ricerca. È stata lanciata una “Special initiative for mental health” che vuole supportare i Paesi nel promuovere le politiche di salute mentale, advocacy e diritti umani. Il progetto è già attivo in Bangladesh, Ghana, Giordania, Giappone, Paraguay, Filippine, Ucraina e Zimbabwe. Io mi auguro di vedere cambiamenti nella vita di persone con difficoltà di salute mentale, e una generale accettazione di queste condizioni, senza che siano più un tabu, anche in Paesi come l’Italia. Vorrei un Paese nel quale persone in difficoltà si sentano libere di parlarne, con la tranquillità di sapere che possono ricevere il supporto di cui hanno bisogno. Un mondo dove il focus sia la prevenzione, nonostante sia meno scenografica del trattamento».

Whatsapp, ore 23:30.
«Gentile Vanessa, è lei che tratta temi importanti. E per questo la ringrazio».