Intervista Impossibile Giuseppe Panza di Biumo

Giuseppe Panza interpretato da Max Ramezzana
Giuseppe Panza interpretato da Max Ramezzana

di Stefania Spadoni

Il collezionista d’arte Giuseppe Panza di Biumo ci accoglie all’interno di Villa Menafoglio Litta Panza di Varese per condurci in un viaggio all’insegna dell’arte. Viene interpretato da sua figlia Giuseppina (curatrice, direttrice e responsabile della Villa).

Siamo a Varese, nella magnifica cornice di Villa Menafoglio Litta Panza, luogo celebre in tutto il mondo. Immersi fra opere d’arte contemporanea, ci sediamo nello splendido salone e ci viene servito un tè. Non ho mai preso un tè con un conte e sono distratta dalla bellezza che mi circonda. Un raggio di sole proveniente dal giardino buca le tende e colpisce il viso del conte Giuseppe Panza di Biumo che dopo aver posato la tazza, mi guarda in attesa che io gli domandi.

Siete originari del Monferrato, come mai vi ritrovo a Varese?

«Mia nonna era varesotta e abitava sotto il colle di Biumo. Non so come si siano conosciuti i miei nonni, ma dopo la guerra mio nonno Alessandro si trasferì a Milano e poi nel 1932 comprò questa casa dove tutto iniziò. Per mia nonna fu una gioia immensa tornare nel suo paese di origine».

Sento molto forte la commistione fra tradizione e innovazione. Da dove arriva questa visione?

«Questa casa è un luogo unico, storico che ho voluto far coesistere con opere d’arte contemporanee. Ce l’ho nel sangue, ma il merito non è solo mio, la casa ne ha gran parte. La pianta regolare a U, il corpo dei rustici sulla destra, il giardino pianeggiante a metà di una collina… me ne sono innamorato a prima vista. Ho compreso che qui c’era un’atmosfera particolare. La purezza dei locali e della luce che vi entra, la regolarità e l’ampiezza degli spazi. Era il luogo giusto per collezionare opere d’arte sempre diverse, ma anch’esse pure e in sintonia con l’ambiente circostante».

Illustrazione di Emanuele Lamedica
Illustrazione di Emanuele Lamedica

Questa casa prima di essere un museo era la vostra casa, dove sono nati e cresciuti i suoi figli. Come si relaziona la quotidianità di una famiglia con la sacralità di opere d’arte uniche al mondo?

«I miei figli sono cresciuti prima insieme ai Rothko, ai Rauschenberg, ai Lichtestein, e poi, più grandi, insieme alle opere di Judd, di Morris, di Sol Lewitt. La casa era vissuta, i bambini giocavano in queste grandi sale e non sono mai successi disastri. Ogni tanto toccavano il mattone dell’opera di Rauschenberg e scappavano, sapendo di non poterlo fare; a volte erano un po’ intimoriti da alcune opere, ma tutto questo era parte della nostra vita e i bambini vivevano la casa e le opere senza troppi problemi. Quando crebbero iniziarono a interessarsi, a fare domande e io li coinvolsi maggiormente, ma lasciandoli sempre liberi di scegliere e appassionarsi anche ad altro. Ho avuto cinque figli, quindi di rumore ce n’era parecchio, ma sono sempre riuscito a trovare il mio spazio per studiare e pensare con tranquillità».

Le piace viaggiare?

«Ho viaggiato molto in America, per comprare nuove opere. All’inizio stavo via solo una settimana, dieci giorni, poi ho iniziato ad allungare i soggiorni, prima in solitaria, poi con mia moglie e infine anche con mia figlia Giuseppina. Tutti i miei viaggi sono sempre stati legati all’arte, tranne quelli fatti nel Sahara, che però erano in qualche modo collegati alla mia idea di arte, molto vicina al tema della luce e dell’infinito».

Dove nasce la sua vocazione per l’arte?

«Mia madre e mia zia erano pittrici. Spesso nei weekend andavamo sul lago di Varese a dipingere o in giro per musei. Questo mi ha ispirato fin da bambino e poi, quando a 14 anni mi sono ammalato di scarlattina, mi hanno messo in quarantena e mi hanno detto di scegliere dei libri per svagarmi. Io ho scelto la Treccani e mi sono studiato tutta la storia dell’arte».

Giuseppe Panza, (Milano, 192 –2010) collezionista d’arte italiano, fra i più importanti dell’arte contemporanea della seconda metà del 900. Dal 1955 al 2010 ha creato una collezione di oltre 2500 opere, esposta nei principali musei d’arte del mondo, raccolta oggi a Villa Panza, Varese.

Come mai una passione così forte per l’arte americana?

«Nel 1953 ero in Brasile per lavoro e ho allungato il viaggio fino agli Stati Uniti, girandoli da Ovest ad Est. Gli spazi e la luce delle praterie, dei deserti e delle stesse città, soprattutto New York, mi hanno colpito moltissimo. Ho trovato in questo Paese un’energia e una vitalità che l’Europa, reduce da due guerre mondiali, purtroppo non aveva più. Non ho cercato arte contemporanea durante quel viaggio. Poi un giorno ho visto su una rivista d’arte un’opera di Franz Kline, ho contattato la galleria, ho conosciuto Pierre Restany, critico francese con una conoscenza dell’arte d’oltreoceano molto vasta, e ho avuto la folgorazione per l’arte americana».

Cosa spinge una persona a collezionare opere d’arte e quando nasce il seme della condivisione con gli altri?

«È una malattia. Il collezionista quando vede qualcosa di cui si innamora, lo deve avere. Alla fine diventa un’azione compulsiva: di certi artisti ho comprato molte opere, per me era una fatica non avere quello che vedevo. Per un periodo ho smesso di comprare, ma non di viaggiare in America per osservare quello che accadeva: è stata una vera tortura. Per quanto riguarda la divulgazione, all’inizio collezionavo solo per me, poi dopo aver venduto alcune opere e aver fatto una mostra importante a Basilea, ho compreso che c’era interesse per la collezione, alcuni visitatori venivano in villa previo appuntamento e io e la famiglia facevamo da ciceroni. Le persone interessate erano sempre di più e capii che questo stava diventando un compito, una missione: collezionare perché gli altri potessero godere di quello di cui godevo io. Le stesse vendite ad altri collezionisti o musei venivano quantificate in base al prezzo più basso rilevato da Sotheby’s e diviso ancora a metà. Per me era più importante che le opere generassero piacere negli altri che guadagno per me, tant’è che molti musei considerano questi “acquisti” come donazioni».

Quali artisti l’hanno influenzata maggiormente?

«Sicuramente Ryman, che fa solo quadri bianchi, era per me importantissimo e allo stesso modo Rothko, che è stato il primo artista del colore che ho collezionato».

Da visionario qual è, come vede l’arte del futuro?

«Io sono un uomo positivo e ho un motto: le cose andranno come devono andare. Certo il mondo dell’arte oggi mi preoccupa, ma forse sta semplicemente andando in una direzione che non mi appartiene più. Questo un po’ mi rattrista, per fortuna l’interesse per Villa Panza e la collezione c’è sempre e va crescendo, quindi non voglio smettere di avere fiducia nel futuro, perché il futuro cela sempre qualcosa di inaspettato che potrebbe aiutarci».