Il passato è una maceria. Bisogna saperci costruire sopra.

Di Arianna Morelli

Si definisce maceria un esteso accumulo di rovine di uno o più edifici crollati e abbattuti. La maceria, considerata in termini negativi, è legata però a un concetto positivo: la metamorfosi. Una farfalla appena nata è molto diversa rispetto a quella adulta e dalle sue origini, con le quali sembra non avere agganci. Secondo la mia visione il bruco è la maceria, il detrito iniziale della farfalla, ma è grazie ad esso che le è possibile essere ciò che è e che può volare. Il passato è maceria, per tutti.

Sfido chiunque a non trovare una, anche piccola, parte del proprio vissuto che non sia maceria. È come se stessi cercando di concludere un puzzle da giorni e ti mancasse sempre «quella tessera», quella fondamentale, senza la quale non è possibile comprendere pienamente quanto è illustrato. È come avere la consapevolezza di essere una figlia, una sorella, un’amica modello, ma poi mancasse sempre qualcosa… Qualcosa per appagarci completamente. Questo fanno le debolezze nate dai «pezzi» che ho perso.

La macercia come oggetto magico

Perché le macerie, le rovine, nel mio caso, sono così… Sono persone che fuggono, scappano, o che semplicemente si allontanano. Sono oggetti che mi riportano al mio passato: oggetti a cui sono legatissima. Ad esempio, ho un pupazzetto, un leopardo, per la precisione, e ogni volta che lo fisso intensamente negli occhi, mi emoziono un po’, perché lui ha la fortuna di essere un detrito positivo, una maceria che mi ha dato forza nel mio percorso, un oggetto magico, emotivamente impattante.

Ho la fortuna di avere un buon rapporto con loro, con i miei pezzi persi e ricostruiti poi: ci rido su, li prendo in giro, li sbeffeggio, ci rifletto parecchio sopra. Pensare a come sono arrivata ad avere questa forza nell’interagire con la maceria, mi fa paura, mi fa ancora accapponare la pelle. Interagire con loro, anni fa, mi avrebbe fatto scappare, oggi no. Una fra le più grandi è una fotografia, che per anni mi sono rifiutata di osservare per bene, lo sguardo del soggetto era insopportabile, mi sentivo un peso addosso, un senso di vuoto allo stomaco. Si tratta di una maceria non digerita bene: una perdita. Oggi, quando faccio le pulizie, osservo il soggetto negli occhi, instauro una relazione di sguardi e comunico, insultando se è iniziata male la mia giornata, con parole dolci se sono malinconica, con parole cariche di rabbia se il rancore che provo vacilla troppo. È un trucco che ho affinato col tempo. Mi ci sono voluti ben tredici anni per arrivare al gioco di sguardi, ma io sono più forte della mia maceria, o meglio, la mia debolezza lo è.