Indossare una maschera è sano, basta solo amarsi

Indossare una maschera, tutti lo facciamo, e molto spesso è un atteggiamento sano e giusto, basta sapere quello che si sta facendo. I problemi sorgono quando non sai di avere una maschera addosso.

Di Loredana Beatrici

«Spesso una maschera dice più cose di un volto», scriveva Oscar Wilde. È forse per questo che tutti noi, chi più chi meno, le indossiamo ogni giorno. In base alle circostanze, all’ambiente, allo stato d’animo, al vissuto, alle nostre paure. Oggi indossare una maschera ha assunto una connotazione negativa che ne sottolinea l’intento di ingannare e l’incapacità di essere autentici. In realtà la psicologia ha mostrato l’importanza fondamentale della maschera, che viene considerata una caratteristica naturale, flessibile, sana, che tutti dovremmo possedere.

L’uso delle maschere si perde nella notte dei tempi. Già nella preistoria gli uomini le usavano nelle attività di caccia, nei riti propiziatori, nelle cerimonie religiose. La funzione principale era quella di esorcizzare la paura e comunicare con il divino. Così la maschera è stata poi usata nel teatro, nell’arte e nel gioco. Non come artificio per nascondersi, ma come strumento per contattare una parte di sé e comunicarla agli altri. «Un personaggio […] ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre “qualcuno”. Mentre un uomo […] può non essere nessuno», sosteneva Pirandello nel suo Uno, Nessuno, Centomila.

Indossare una maschera che ci imprigiona

Le maschere che indossiamo sono strumenti che servono ad adattarci alle circostanze, a rendere più funzionali le relazioni, ad essere riconosciuti e apprezzati dall’altro, ma soprattutto a difenderci da quello che potrebbe danneggiarci. È un ingranaggio psicologico che ci permette di sopravvivere. Tuttavia, questo ingranaggio funziona solo a patto che se ne sia consapevoli. La psicologa Federica Castellano sostiene che quando questa consapevolezza viene a mancare, si sperimenta il disagio di non scegliere di indossare una maschera, ma di essere costretti a farlo.

Accade quando, per esempio, di fronte a un’ingiustizia non reagiamo, restiamo immobili e poi ci sentiamo in colpa per questo. Percepiamo il disagio, la rabbia, la frustrazione. Se invece fossimo consapevoli di aver scelto la maschera del remissivo per evitare, per esempio, una minaccia e un pericolo per noi, l’azione finale non cambierebbe, ma avvertiremmo meno quel senso di impotenza, perché avremmo scelto consapevolmente di indossare quella maschera. «Iniziare a comprendere le nostre maschere ed imparare a relazionarsi ad esse ci protegge dal sentirci estranei a noi stessi (autenticità)», scrive la Castellano.

Ci sono alcune maschere, però, che si adagiano in modo permanente sul nostro volto, sono quelle che in psicopatologia della Gestalt vengono chiamate ego. Sono quelle che abbiamo imparato ad usare nel passato, per proteggerci da eventi vissuti come traumi. Sono state salvifiche anni addietro, ma diventano poi trappole che non permettono più di connettersi con le proprie emozioni. Sono maschere che vengono usate anche se il contesto è cambiato, anche se il sipario è calato. Le più comuni sono quella del bravo bambino, del guerriero, dell’indifferente, del salvatore, della vittima, del duro, del simpaticone, dell’eterno felice.

Imparare ad amarsi

L’unico modo per calare queste maschere e mostrare il proprio volto nudo, l’unica terapia che le diverse scuole individuano è imparare ad amare se stessi, prima di chiedere amore agli altri. Amare se stessi vuol dire vedere le proprie fragilità, accettare le proprie debolezze e riconoscerle come punti di forza. In psicologia questo passaggio viene chiamato auto-controllo, cioè la capacità di farsi percepire dagli altri in modo positivo, nonostante le proprie debolezze.

Un passaggio che permette di uscire da sotto le macerie del proprio dolore, salirvici sopra e avere uno sguardo più ampio sul mondo e su se stessi. Un passaggio che ci rende vincenti ai nostri occhi e a quelli degli altri. Una recente ricerca ha anche dimostrato che parlare delle proprie debolezze durante un colloquio di lavoro, permette di distinguersi dagli altri candidati e venire apprezzati.

Dalla fragilità alla solidarietà

«Quando sono debole è allora che sono forte», inizia così, citando San Paolo, uno dei sermoni del sacerdote e scrittore Salvatore Sciannamea che prosegue dicendo: «dobbiamo cambiare lo sguardo verso la debolezza, che non può essere oggetto di pietà, ma un valore aggiunto del quale la società ha bisogno per riscoprirsi consapevole e dunque umana». Vittorino Andreoli, nel suo libro L’Uomo Di Vetro.

La forza della fragilità, parla della fragilità non solo come motore individuale, ma sociale. Presenta il concetto di solidarietà della fragilità, secondo cui le persone fragili, che magari hanno vissuto o stanno vivendo il trauma di una malattia, sono in grado di comprendere la fragilità altrui e aiutare il prossimo, innescando un meccanismo virtuoso, salvifico per la società. «Perché ciò che conta non è la fragilità in cui ci imbattiamo, ma come la viviamo. Maturo è chi è consapevole di questo, saggio chi riconosce che l’uomo non è solo, anzi da soli non si è nemmeno uomini». Questo è quello che dicono scrittori, psicologi, esperti. Questo quello che ho imparato dai B.Liver, che trasformano ogni giorno la fragilità in azione, che guardano il mondo dal cucuzzolo delle loro macerie, che mostrano il loro volto senza maschere, che mi ricordano la vecchia storiella delle due anfore e che «siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni».

LE DUE ANFORE

Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto.Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua.L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione: «Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!».Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: «Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite».
Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: «Guarda il bordo della strada».«È bellissimo, pieno di fiori».«Solo grazie a te», disse il padrone. «Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno…La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia. Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni.