Intervista Impossibile a Sergio Pininfarina

Sergio Pininfarina interpretato nell'illustrazione da Max Ramezzana
Sergio Pininfarina interpretato nell'illustrazione da Max Ramezzana

Sergio Pininfarina. Laurea in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Torino, inizia la sua attività nell’industria paterna, a Carrozzeria Pinin Farina. Nel 1960 diventa Direttore Generale, nel 1961 Amministratore Delegato, nel 1966 Presidente e nel 2006 Presidente d’Onore. Nel 2005 è nominato Senatore a Vita

Sergio Pininfarina interpretato da suo figlio Paolo Pininfarina

Di Edoardo Hensemberger

«Sali a bordo ragazzo». Eseguo senza discutere perché l’occasione di salire su una Ferrari 550 Maranello Pininfarina Rossa non capita tutti i giorni; certo, siamo fermi in un museo, ma l’emozione è la stessa.
Sergio è seduto al posto di guida, con gli occhiali abbassati sul naso, alternando uno sguardo a me e uno al cruscotto, come se stesse controllando che le linee della meraviglia meccanica sulla quale siamo seduti, siano ancora quelle che aveva in mente. Non apre bocca, capisco che è pronto alle mie domande.

Quanto contano la bellezza e l’estetica?

«Sono entrambe qualità che fanno la differenza, c’è chi dice che se una cosa funziona bene è anche bella, ma prima di tutto deve funzionare. La bellezza fine a se stessa non più essere l’obiettivo del designer, la bellezza del design dev’essere una soluzione estetica a dei problemi funzionali, il risultato di una profonda analisi ingegneristica».

Il valore su cui si basa il vostro successo?

«La qualità. La qualità è un grande valore che abbiamo sempre cercato, voluto e inseguito negli anni. Qualità dei partners, dei progetti, delle persone, dei fornitori, dei dipendenti: qualità a 360 gradi».

Illustrazione di Emanuele Lamedica
Illustrazione di Emanuele Lamedica

Come si fa a stare sempre al passo coi tempi senza perdere qualità, di generazione in generazione?

«Il primo passaggio generazionale è stato un percorso lungo, iniziato nel 1951 e concluso nel 1966, quando, alla morte di mio padre, ho effettivamente preso il comando dell’azienda. Sono stati 15 anni di esperienza, di momenti molto impegnativi e grandi sfide; su tutte, la mediazione all’incontro tra papà ed Enzo Ferrari.
L’incontro, organizzato a metà strada tra i due stabilimenti, nasceva per impostare una collaborazione tra due persone con un carattere molto forte, che per fortuna sono stati in grado di completarsi a vicenda, altrimenti non avrebbe mai funzionato. Non era scontato che il primo incontro andasse bene, e invece fu un successo.
La grande sfida per me però, è iniziata sulla via del ritorno da Tortona, quando mio padre ha detto: “della Ferrari occupatene tu”. Alle sue parole rimasi molto stupito perché dopo il successo dell’incontro, stava aggiungendo una variabile che avrebbe potuto rovinare tutto, lasciare il controllo di Ferrari a un giovane di 26 anni non era una scelta per niente scontata. Ecco, la grandezza di mio padre, Battista “Pinin” Farina, è stata proprio quella di puntare sui giovani. Non è stato facile, perché nei primi anni, il commendator Ferrari non la prese bene, non era contento del fatto che fossi io ad andare sempre a Maranello a portare i disegni e i modelli e voleva sempre verificare che li avesse visti mio padre, era molto sospettoso. Sono cresciuto sul progetto Ferrari e su un aumento delle responsabilità costante, e fu così che in 15 anni avvenne il passaggio di consegne».

E quello con i tuoi figli come avverrà?

«La fortuna ha voluto che siano entrati in azienda in contemporanea, in un momento positivo della congiuntura economica, tra il 1981 e il 1982, gli stessi anni in cui ricevemmo la prima commessa da General Motors. Andrea è entrato con una vocazione industriale per la produzione e Paolo indirizzato verso lo sviluppo creativo. Sono stato fortunato come padre, perché entrambi i miei figli sono entrati volentieri e si sono spesi per l’azienda».

Aerodinamica: l’avanguardia su cui siete cresciuti. Qual è la prossima?

«L’aerodinamica è nel DNA della Pininfarina, già negli anni 30 la si cercava attraverso le forme.
Negli anni 70 invece, siamo arrivati a pensare all’aerodinamica come elemento chiave per fare la differenza nel design. La prossima rivoluzione della mobilità, non solo elettrica, è l’automobile connessa, autonoma e per certi aspetti, anche condivisa. Penso che la nuova frontiera sia quella di vedere il design non più solo come una soluzione estetica, ma come un’esperienza, la User Experience deve diventare il nuovo centro.
Che esperienza ho a contatto con un mezzo di trasporto? Come mi approccio? Quante emozioni si riescono a dare con un’esperienza? Credo sia questo il prossimo passo da fare. Non soltanto fare qualcosa di bello, ma fare qualcosa per cui vivere un’emozione eccezionale».

Che emozioni si provano a vedere concretizzato il lavoro che si ha nella mente?

«La realtà che supera il sogno; è molto bello ed emozionante vedere i progetti concretizzarsi. Il prodotto industriale è più bello di qualsiasi idea o disegno, perché è la concretizzazione reale di una cosa che funziona. Questo vale per le auto, ma vale anche nel caso del design e dell’architettura, dove magari bisogna aspettare dei tempi più lunghi per vedere un’idea concretizzarsi. Il risultato è la cosa più bella che possa esserci».

Sergio Pininfarina interpretato nell'illustrazione da Max Ramezzana
Sergio Pininfarina interpretato nell’illustrazione da Max Ramezzana

Dalle automobili al design e all’architettura. Quando tuo padre ti affidò Ferrari avresti mai immaginato una crescita così dirompente?

«In realtà sì, perché avevo sviluppato delle esperienze extra automobilistiche nel mondo della nautica già negli anni 70, realizzando alcune fuoriserie per clienti particolari. In quell’occasione ci siamo resi conto che c’era un potenziale del design Pininfarina anche in altri settori, e in particolare in altri mezzi di trasporto. Nacque così la Pininfarina Extra (affidata a mio figlio Paolo), divisione della società che andasse oltre le automobili. Ecco, con Pininfarina Extra ancora tutta da costruire, feci quello che mio padre aveva fatto affidandomi Ferrari trent’anni anni prima; e la scommessa sulla nuova generazione ha pagato in entrambi i casi».

Che consiglio che vorresti dare ai tuoi figli?

«Adattamento e resilienza. Adattarsi al cambiamento vuol dire continuare a innovare, come abbiamo fatto fin dagli anni 30. Valorizzare i giovani e continuare a diversificare l’attività, senza aver paura del nuovo e dell’innovazione. Nelle difficoltà, che ci sono, non bisogna abbattersi e nei momenti di successo è importante rimanere con i piedi per terra».