Quando Camillo Sboroni scopre il bene

Illustrazione di Doriano Solinas
Illustrazione di Doriano Solinas

Di Bill Niada

Camillo Sboroni era stato definitivamente licenziato.
Dopo aver scambiato il CEO americano in visita alla sede milanese, per un dirigente di un’azienda concorrente, e avendolo fatto correre nudo intorno al chilometrico tavolo della sala riunioni, mentre tutte le colleghe delle risorse umane battevano le mani e gridavano: «Hop hop, trotta trotta porcellino tutto biotto e rosellino», gli era arrivata una telefonata da Boston nella quale gli comunicavano «Listen Sboron, you are fired».

Lui era caduto in depressione. Una rabbia sorda lo aveva travolto, da una parte verso gli americani che non sapevano stare allo scherzo e dall’altra verso tutto il mondo che non lo capiva e non lo accettava più, perché da quando aveva perso il posto, tutti i suoi amici potenti si erano dileguati. Svaniti, sciolti come neve al sole. Anche la Gisella, la sua adorata mammina, che aveva costruito negli anni quella perfetta macchina da soldi, gli aveva voltato le spalle e si rifiutava perfino di cucinargli il minestrone con le fave. La sua vita era svuotata, priva di prospettive e sostentamento.

Basta divertimento sado maso, basta mobbing, basta stalking, basta stronzing, basta ghosting. Ora era lui che «pietiva» delle risposte che mai arrivavano. Era solo, in fondo al pozzo, a rimuginare su una vita da super eroe che però non piaceva più a nessuno.
Masticava rabbia e depressione. Non vedeva vie d’uscita e il ponte della Ghisolfa si avvicinava a grandi falcate, per dormirci sotto o per buttarcisi da sopra.
Poi una notte gli apparve in sogno la Sirena del Drago d’Alguer che gli disse: «Guarda che Martina della Fondazione cerca un collaboratore per coordinare i ragazzi del Bullone».«E cosa c’entro io?», le rispose la faccia stupita dello Sboroni.
«Martina dice che tu saresti perfetto».
«Io, ma se ho fatto solo del male a tutti?», si trovò a dire il Camillo con un inizio di redenzione nella voce.
«Lei sostiene che gliel’ha detto LUI».
«Si sarà confuso. Magari un omonimo».
«No, ne è certa. Aspetta una tua chiamata».
E così…
«Scusi, lei è Martina del Bullone?»,
«Sì, lei è Camillo Sboroni? Aspettavo la sua telefonata. Ci vediamo domani alle 9 alla Fondazione».

Lo Sboroni, sbalordito dalla rapidità della telefonata e non avendo nulla da fare, si presentò alla Fondazione. 
Martina lo assunse con lo stipendio minimo e gli orari massimi. Lo Sboroni lavorava come uno schiavo, sabato e domenica inclusi, ma si divertiva come un pazzo. Gli piaceva un casino stare in mezzo ai ragazzi, sentire le loro storie, ridere con loro delle sue, dar loro consigli sul lavoro e riceverli sulla vita. 
A loro raccontava di quando era un giovane stronzo e si comportava da vero bulletto alle elementari, stracciando le figurine Panini dei calciatori ai suoi compagni e sbriciolando le gomme Pelikan alle bambine, lasciando solo la parte blu, quella che grattava e bucava il foglio.

Alle medie la sua preda preferita era la Busnelli, che aveva un neo grande come una casa sul mento e che lui chiamava Brufalgor. Lui e i suoi amichetti della ghenga «punzecchia e tortura» la prendevano sempre in mezzo e lei piangeva come una fontana.
Al liceo idem, ma i giochi erano diventati più perversi. Costringeva la Caciotto a togliersi le mutandine nel bagno dei maschi e poi le nascondeva nella cartella del Piantoni, il timido coatto della classe, che diventava rosso fuoco quando la mamma gli controllava i compiti. A nulla valevano note e richiami, lui se la rideva e quando si doveva presentare in presidenza con la Gisella, bigiava e andava a rigare la Ritmo arancione del preside con la bic con la punta a sfera… .

I ragazzi si sganasciavano, osservando quella vita brutale e insensata che aveva vissuto lo Sboroni, come un amaro film comico di Buster Keaton, qualcosa in bianco e nero che non esisteva più.
Quei ragazzi gli riempivano il cuore e gli donavano il sorriso, quello che non aveva mai avuto, così concentrato a pensare a se stesso e ai suoi «successi», invece che agli altri.
Aveva finalmente la vita piena e il petto gonfio. Gentilezza, affetto, abbracci, emozioni, un piacere e un divertimento sconosciuto fino ad allora.
In breve Martina lo promosse a capo dei progetti speciali, quei progetti che volevano far capire che ci sono sempre seconde chances e che siamo qui per fare del bene, perché a fare del male son capaci tutti.