Il Libro a Staffetta XIII – Fare all’amore per capire cosa vuoi essere.

Illustrazione di Giulia Pez
Illustrazione di Giulia Pez

Il riassunto dei primi dodici capitoli

Lapo e Riccardo sono due amici. Riccardo vuole scrivere un libro ma si blocca davanti al foglio bianco. Lapo lo prende in giro mentre camminano per Milano. Riccardo racconta di un incontro al semaforo tra via Santa Sofia e corso Italia con una bella ragazza dagli occhi verdi e i capelli neri. Lapo corre in soccorso dell’amico e con un’app di tracciamento riesce ad individuare la misteriosa ragazza con un borsone nero. Un borsone che usano le ragazze che vanno all’Accademia della Scala.  Trovata, si va  dice Lapo all’amico. La ragazza si chiama Matilde. Matilde viene inseguita dai due ragazzi e corteggiata fino alla stazione. Riccardo, Lapo aiutano Matilde a trovare la madre. I tre ragazzi diventano molto amici e un giorno, di grande tenerezza, finiscono a letto tutti e tre. Fanno l’amore. In questo modo ognuno scopre i sentimenti verso gli altri.

Di Ada Baldovin

Rimane in piedi sull’uscio della camera da letto per qualche minuto, fermo a guardarli. Gli occhi saltano prima sul corpo di lui, e poi su quello di lei, poi torna su quello di lui.
Si ripete l’eco di quelle parole nella sua testa «Devi volermi bene. Dovete volermi bene».
Con calma ritrova i suoi vestiti e li indossa, e appena recuperato il portafogli, senza preoccuparsi di prendere la chiavi, esce dalla porta dell’appartamento. Fuori le prime luci dell’alba rendono il cielo limpido di un bel blu fiordaliso, e l’aria è fresca mentre la città inizia a prendere vita.
Lapo si ferma sulla soglia del portone, pensa se sia il caso o meno di prendere la bicicletta, ma inizia prima a camminare e poi a correre. C’è silenzio mentre corre, le macchine sono poche e non c’è da sgomitare per i marciapiedi del centro.
Corre per via Torino ed è un attimo fino a Piazza del Duomo. E ancora, prendendo fiato accanto a un gruppo di piccioni, corre in via Dante. Prende fiato. Riparte. Ecco stagliarsi di fronte a lui il Castello, ma Lapo ci gira a lato, fino a trovare l’entrata di Viale Gadio. Corre, e si ferma, respira, e cammina. È esausto, le gambe tremano ma lo portano comunque al Ponte delle Sirenette. Il parco è abitato solo da un paio di persone che fanno jogging con le cuffiette. Il laghetto è calmo; Lapo riempie i polmoni di aria, e comincia ad urlare.

«Buongiorno»
«Buongiorno!» risponde Matilde mentre si copre con le lenzuola.
Riccardo è già in piedi da qualche minuto e dalla cucina arriva il profumo del suo operato.
«Hai fame? Ho fatto i pancake»
«Si! Che gentile. Dov’è Lapo?» chiede Matilde dal letto.
«Non lo so. Le sue chiavi sono qui. Sarà andato a fare colazione fuori». Sembra un ragazzo diverso Riccardo, felice, spensierato. Si aggira per casa in mutande: inconcepibile fino al giorno prima.
«Hai visto il mio vestito?» chiede Matilde mentre tenta di riordinarsi i capelli.
«No. Tieni, metti questa» con un gesto Riccardo gli lancia la propria di maglietta. Gli piace l’idea di vedere Matilde indossare qualcosa di suo e anche Matilde non ne sembra contrariata. Prendendo la strada per arrivare in cucina ritrova anche la sua biancheria e indossa anche quella.
Recupera il telefono da terra mentre Riccardo le adagia un paio di pancake nel piatto.
«Devo andare!» Esclama Matilde mentre scattando per tutta la casa va raccogliendo i suoi vestiti.
«Ma è prestissimo! Ho fatto la colazione. Cosa è successo?» Riccardo è perplesso in cucina ad assistere a quella frenetica caccia al vestito.
Matilde, nonostante non abbia staccato occhi e mani dal telefono, è riuscita comunque a rivestirsi e, senza nemmeno guardare negli occhi Riccardo, scappa dalla porta d’ingresso. «È nonna! Non so…Devo andare! Ciao, scusa. Ciao!».
Seduto a quel tavolo solitario rimane Riccardo con la sua colazione apparecchiata per due, che decide in quel momento, non sarebbe andate sprecata. A metà del terzo pancake però si ferma, lascia la forchetta e il coltello sul tavolo, e scoppia in una incessante e isterica risata. Ride guardando quel mezzo pancake, domandandosi se per caso si fosse fumato una canna senza ricordarselo. Ma no, nessun residuo di THC. E ride, finché non iniziano a lacrimargli gli occhi, finché il pianto e la risata sono indistinguibili. Dolorante per gli spasmi, si alza dalla sedia, si avvicina al computer: senza smettere di ridere, lo prende con entrambe le mani, si avvicina alla finestra che dà sul cortile interno, la apre, e lancia fuori il portatile.

Dopo l’ennesimo urlo, tutte le papere e le rane del laghetto si sono allontanate e la gola a Lapo inizia davvero a fare male. Il sole si è alzato e il parco ha preso vita. Un paio di passanti guardano straniti Lapo; abbassano lo sguardo mentre passano accanto.
Ricomincia a camminare lentamente; senza accorgersene arriva in Piazza Lega Lombarda. La gente scalpita e corre impazzita per la strada, il caos e il rumore hanno preso il posto della solitudine tanto bramata da Lapo che, intento a ritrovarla, sale sul primo tram senza preoccuparsi di dove stia andando.

Il viaggio in treno verso Oggiano a Matilde sembra durare ore. “Ore” passate al telefono con Anna Maria, la migliore amica di sua nonna, per capire cosa fosse successo.
Era caduta, aveva battuto la testa, ma stava bene. Matilde ha deciso che non passerà nemmeno da casa, ma che dalla stazione andrà direttamente in ospedale. Sa che quando l’hanno portata via in ambulanza era vigile e parlava. Anna Maria non era allarmata quindi anche Matilde decide di concedersi un attimo di respiro. Mentre prende fiato sul treno, nota che il vestito è tutto sgualcito.
D’un tratto tutti gli occhi sono puntati su di lei. O forse no, eppure lei li sente. Non sono sguardi maligni. Li sente sulla pelle come le carezze di Riccardo e Lapo la sera prima, come se tutti in quel vagone sapessero quello che era successo la notte prima. La guardavano come si guarda una donna. Per la prima volta si sente una donna, non più una ragazza. Era successo, aveva fatto sesso con due ragazzi. Lei lo sa, il mondo lo sa e questa mattina il mondo sul treno ha dei colori diversi da quelli che aveva ieri. Non è truccata e non ha calze, ma non importa. È come se si sentisse in un corpo nuovo, più bello, più adulto.
“Prossima stazione: Oggiano” È tempo di scendere.

“Ehi, tutto ok?” “Che fine hai fatto?” “Dove sei? Mi sto preoccupando!” Riccardo inizia a preoccuparsi vedendo l’amico ignorare i suoi messaggi, una cosa mai successa.
È ancora in casa di Lapo in mutande Riccardo, impegnato a rollarsi una canna sul tavolo della cucina. “Come faccio a scrivere di cose che non ho vissuto” si chiede. Fa un tiro e prende un foglio e una penna:
Innamorarmi (check)
Girare il mondo
Aiutare chi ne ha bisogno
Ubriacarmi fino a stare male
La lista va avanti tra un tiro di canna e un altro, finché un foglio fronte e retro non basta più e inizia il secondo.

  1. Farmi arrestare
  2. Scoprire un posto nuovo nel mondo
  3. Imparare a suonare il pianoforte
    Nel posacenere sul tavolo si accumulano due canne e tre sigarette.
  4. Stare accanto a chi sta per andarsene
  5. Andare in una zona di guerra
  6. Scrivere un libro?
    Si ferma, e scrive l’ultima voce con un punto interrogativo domandandosi se quelle esperienze possano bastare per dire di aver vissuto. Se siano abbastanza per scrivere un libro. Fuori inizia a tuonare, il tempo sta cambiando velocemente fuori dalla finestra.

Il tram 4 ferma al capolinea, Niguarda (Parco Nord) dove Lapo è costretto a scendere. Conosce quella zona solo di nome, ma di fatto non c’è mai stato.. Cammina mentre si guarda attorno senza sapere la strada da prendere. Non gli importa. Il cielo si fa più scuro e un deltaplano inizia a fare manovra per atterrare poco lontano da lui. Non sapeva ci fosse un aeroporto. Decide quindi di inseguire il deltaplano per vedere dove l’avrebbe portato.
Ormai è stremato e decide di sedersi sull’erba per rispondere ai messaggi di Riccardo quando viene fermato da un ragazzo.
«Cerchi qualcosa?»
«Come?» Lapo è perplesso, mentre si domanda se può stare seduto in quel punto.
«Vuoi da fumare?» chiede il ragazzo con più insistenza.
Lapo ci riflette un attimo, si tocca le tasche dei pantaloni ma il sentirle vuote gli ricorda di aver lasciato tutta la sua roba a casa.
«Si dai. Solo erba. Quanto?»
«Due sono dieci!» Il ragazzo gli si avvicina tenendo le mani nelle tasche larghe della felpa mentre Lapo rovista nel portafogli.
«Dieci?»
«Dieci!»

“Se non mi rispondi chiamo la polizia. Dove sei finito?”
Inizia a piovere e Riccardo, dopo un’intera giornata passata in mutande decide che è finalmente il momento di rivestirsi. È intriso di una nuova energia quando prova a chiamare Matilde per sapere cosa le sia successo, ma anche da lei nessuna risposta. Poi, mentre si infila la maglietta, finalmente il cellulare da segni di vita. Lo sente vibrare sul tavolo e corre a scoprire chi lo sta chiamando. Potrebbe essere Matilde, ci spera, come potrebbe essere Lapo, e forse ci spererebbe anche di più. È il numero di Lapo.
«Lapo! Dove sei? Ti ho scritto tutto il giorno!» gli urla Riccardo.
«Vieni!» una voce piccola e disperata all’altro capo.
«Cosa?»
«Vieni ti prego» Lapo sta piangendo.
«Dove sei?» Chiede Riccardo con calma.
«Aeroporto di Bresso, al Parco Nord. Ti mando la posizione»
«Arrivo!»
Tempo di chiamare un taxi e Riccardo è già per strada.
Arrivato alla posizione esatta che gli era stata mandata, riesce ad intravedere in mezzo alla pioggia una figura piccola, rannicchiata, senza l’ombrello, bagnata. Non poteva essere, e invece lo era, Lapo. Un ragazzo così forte ridotto ad uno scricciolo fradicio.
«Lapo ma che fai?» gli urla da qualche metro di distanza.
«Credo di essere gay!» gli risponde Lapo con lo stesso tono.
«Ma che cazzo ti sei fumato?» Si avvicina
«Uno, mi ha dato dell’erba. Sento che mi sta per esplodere il cuore. Forse sto morendo e credo di essere gay!» Non era più in sé Lapo, aveva gli occhi grandi come palle da golf.
«Se è per quello che è successo ieri notte, non è importante. Cioè …» si ferma Riccardo perché nemmeno lui sa come continuare. Si avvicina intanto per coprire l’amico con l’ombrello.
«È stato strano, ma bello, intenso. Ma l’unica con cui andrei di nuovo volentieri a letto è Matilde, scusa» Riccardo è seduto di fianco a quell’omino che ricorda Lapo.
«No, l’ho sempre saputo. Ero geloso. Credevo di essere solo preoccupato per la nostra amicizia, ma ero geloso di lei» Riccardo ascolta in silenzio. «Tu sei tutto quello che mi rimane!» Lo dice quasi urlando «Sei tu, che devi volermi bene!».
Il silenzio è tale che nemmeno lo scrosciare della pioggia riesce a coprirlo. Riccardo guarda Lapo che ricambia lo sguardo.
Minuti, ore, secondi, tutto il tempo che può durare un attimo. Fino a che il telefono di Riccardo non lo riporta sulla terra.
«Oh cazzo»
«Cosa?» chiede Lapo.
«È Matilde. Mi ha mandato un messaggio: sua nonna è morta».