Don Paolo Alliata “La vita e le gabbie ideologiche”

Paolo Alliata interpretato da Chiara Bosna
Paolo Alliata interpretato da Chiara Bosna

Di Martina Dimastromatteo

«È un chiostro del 1400». Ci fa strada così, Don Paolo, tra le mura di casa. Una casa carica di libri, parole, spunti di riflessione. Ci accomodiamo sul terrazzo e ammette di non saper bene che dire, ma sappiamo già che non sarà così…

Cosa significa, per lei, rompere gli schemi della retorica?

«L’altro ieri ho fatto un incontro con i genitori dei ragazzi che faranno la cresima e mi sono trovato in difficoltà: come faccio a parlare di un contenuto profondo a persone che non hanno una pratica religiosa? Se avessi iniziato dicendo: “La cresima è il sacramento della grazia”, mi sarei fregato in partenza. Così mi sono rifugiato nelle cose che mi vengono bene: partire dalle cose che hai dentro. Ho scelto una pagina di Vangelo e ho poi raccontato un episodio legato a mia madre. Sua nonna, quando era bambina, la prendeva sulle ginocchia e le leggeva alcuni brani della Bibbia. Quando aveva quattro anni le raccontava di Gesù che attraversava la tempesta camminando sulle acque. Pietro, vedendolo, gli dice: “Fa che possa venire da te sulle acque”. E finché tiene lo sguardo fisso su Gesù, cammina con lui sulle acque. Nel momento in cui inizia ad avere dei timori e a distogliere l’attenzione, smette di rimanere a galla e chiede a Gesù di salvarlo. Mia mamma mi raccontava che, a quel punto, interrompeva la nonna e diceva: “Io non distolgo lo sguardo da Gesù”. Questo racconto ha accompagnato mia madre per tutta la vita. So per certo che nei momenti bui riviveva questo racconto e ha tenuto fisso lo sguardo su Gesù. Nell’ultima notte della sua vita ho potuto dirle: “Mamma, stai attraversando il lago in tempesta. Ti ricordi cosa ti raccontava la nonna? Tieni fisso lo sguardo su Gesù”. Quel racconto è passato da una generazione a un’altra, dando le immagini per poter attraversare il tempo dell’agonia. Questo è straordinario. Poi ho raccontato loro di quando mi sono ammalato io. Nella prima notte in ospedale non sapevo di essere sul crinale, ma non riuscivo a respirare. Ed era un casino, perché io da tanti anni ormai prego legando la preghiera al respiro e ho sempre immaginato che il passaggio dalla vita alla morte sarebbe stato così, tra respiro e preghiera. Ma col Covid è una fregatura. È stata una notte di disperazione, non trovavo uno spazio interiore, c’era la flebo, la CPAP… e cosa è emerso in quella notte di travaglio? Quel racconto a me molto caro. Ecco, proviamo a immaginare di raccontare così cos’è la Chiesa: è quella comunità in cui si trasmettono i racconti che nutrono la vita e ti danno gli strumenti per affrontare i momenti decisivi dell’esistenza. Questo è un modo per rompere uno schema, per cercare di dire quello che mi sta a cuore con un linguaggio immediatamente comprensibile. Conoscete il racconto dei vecchi proverbi di Gianni Rodari? Devo leggervelo. “Di notte – sentenziava un Vecchio Proverbio – tutti i gatti sono bigi”. “E io son nero”, disse un gatto nero attraversando la strada. “È impossibile: i Vecchi Proverbi hanno sempre ragione”. “Ma io sono nero lo stesso”, ripeté il gatto. Per la sorpresa e per l’amarezza il Vecchio Proverbio cadde dal tetto e si ruppe una gamba. […] Una volta tre Vecchi Proverbi si incontrarono e avevano appena aperto bocca che cominciarono a litigare: “Chi bene incomincia è a metà dell’opera”, disse il primo. “Niente affatto – disse il secondo – la virtù sta nel mezzo”. “Gravissimo errore – esclamò il terzo – il dolce è in fondo”. Si presero per i capelli e sono ancora là che se le danno. Cosa ci sta dicendo? Che i proverbi sono importanti, raccolgono la sapienza dei popoli, ma non dicono tutto della vita, perché la vita è più grande. Il problema non sta nello schema, ma quando lo schema diventa ideologico, impermeabile al fatto che la vita sia più ampia. Quando ti rinchiudi nel tuo schema e questo diventa rigido, è fondamentalismo. Vale per quello religioso, scientifico, filosofico, economico».

E forse anche per quello quotidiano, in un certo senso, no?

«È l’avventura di tutti gli uomini: non lasciarsi imprigionare dai propri schemi ma essere aperti alla meraviglia. Che tragedia se ognuno di noi realizzasse solo quello che si era immaginato da bambino. Penso che l’uomo e la donna saggi siano morbidi: capaci di integrare il dato di fatto che esce dal loro stesso schema. Gesù è stato un uomo così. Quando raccontiamo che aveva tutto chiaro dall’inizio è una balla, lo rende meno uomo. L’uomo intelligente impara dalla sua esperienza. Gesù è cresciuto in un contesto rurale, sulle colline di Galilea, con l’idea che tutti i non israeliti fossero gente da evitare. “Tutti i pagani sono cani”, poteva essere un proverbio che circolava al tempo. Gesù però impara un po’ per volta che non è vero. Incontra una donna piena di fede, il centurione, che è un idolatra, ma ricco di fede… e rimane sbalordito. “Mi avevano detto che di notte tutti i gatti erano bigi, invece guarda qui, il gatto nero”. Il suo modo di pensare si ristruttura a partire da questo».

E chissà se noi saremo intelligenti. Soprattutto pensando a quest’ultimo anno…

«L’Andrà tutto bene va bene per la fase iniziale, per darsi una pacca sulla spalla, ma non dobbiamo volere che tutto torni come prima. Cosa cambierà questa pandemia? A livello globale si incricca qualche meccanismo, ma il rischio è che se ne crei subito un altro, anche più pericoloso. L’importante è lavorare sulla dimensione profonda di sé e questo si può fare solo a livello individuale. Chi di noi uscirà un po’ più radicato nella vita ci riuscirà perché si è lasciato avvicinare e coinvolgere dalle sue crisi e ci ha messo mano. Qualche domenica fa nella predica sono partito da Fahrenheit 451, che non ritengo un capolavoro, ma se pensiamo che è stato scritto settant’anni fa ha delle intuizioni davvero forti: il governo vuole che tu vada in fretta perché così non pensi. Questo secondo me è il grande tema del nostro tempo: la fretta che ci tiene sempre in superficie e ci spinge a rimuovere. Due settimane dopo l’inizio del primo lockdown, mi sono reso conto che ero in crisi: lo ero da prima, ma non riuscivo a dirmelo. Correvo, mi svegliavo con l’ansia. E poi l’agenda diventata improvvisamente vuota: che figata. Il fatto di poter respirare, avere del tempo per me, era una dimensione che stavo rischiando di perdere. In quei giorni Mariangela Gualtieri aveva scritto una poesia (9 marzo 2020) che mi aveva folgorato, che dava parole a quello che stavo vivendo e non riuscivo a dirmi».

«Sapevamo che dovevamo fermarci ma non ci riuscivamo».
«Lo schema mentale per cui l’uomo vale tanto quanto produce si è crepato, cosa faremo di quello che stiamo vivendo? Vogliamo imparare qualcosa, oppure torniamo a correre e rimuoviamo il vuoto?».

A tal proposito, mi torna in mente la parabola del fico sterile…
«C’è una lettera in cui Dostoevskij dice che il cuore del romanziere è come una miniera, dove le forze della vita e di Dio stesso si concentrano per plasmare e forgiare il diamante, ovvero l’inizio di una trama, il primo verso di una poesia. Il compito del poeta è di farlo emergere e lavorarlo perché da grezzo diventi raffinato. Questo presuppone da parte nostra fiducia che nella nostra caverna interiore le forze della vita stanno lavorando. La vita merita fiducia. È un casino, ma un casino buono. Io questa cosa l’ho proprio vissuta. Schemi rigidi che andavano frantumati. Sono cresciuto in un contesto molto rigido: un giovane insicuro che trova il suo sentiero in una tradizione religiosa, trova facilmente riparo in schemi rigidi. Poi la vita ti apre, ti dà le opportunità. E io sono stato fortunato perché ho avuto il coraggio di chiedere aiuto. Ho fatto un percorso psicologico di tre anni che mi ha dato chiavi di lettura diverse: questo significa rompere gli schemi. Se chiedi aiuto a qualcuno di competente e in cui hai fiducia, lo schema salta. È stato meraviglioso scoprire che il mondo è grande, che si possono vedere le cose in altri modi. Che si può perfino accettare di dover imparare, un po’ per volta. Bello, no?».