Silvio Garattini “Liberiamo i brevetti dal monopolio”

Silvio Garattini interpretato da Chiara Bosna
Silvio Garattini interpretato da Chiara Bosna

Di Alice Nebbia

Il Professor Silvio Angelo Garattini è scienziato e farmacologo italiano, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Nell’intervista che ci ha rilasciato, si è soffermato su alcuni temi d’attualità quali i brevetti, la proprietà intellettuale e i vaccini.

Professor Garattini, in passato i brevetti per farmaci salvavita, destinati ai Paesi a basso reddito, contro due gravi malattie, l’Aids e l’epatite C, sono stati al centro di una gigantesca battaglia legale. Il mondo si divise in favorevoli e contrari. Ora, l’amministrazione di Joe Biden, su pressione di tanti Stati in difficoltà e di organizzazioni come Medici Senza Frontiere ne ha aperta un’altra per la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini anti Covid-19. Qual è il suo pensiero? 

«I brevetti riconoscono la proprietà intellettuale e premiano chi ha avuto delle idee o ha sviluppato dei prodotti efficaci. Il problema si pone quando si tratta di aver il monopolio di un farmaco che ha a che fare con la salute di tutti. Il monopolio nei confronti di qualcosa di fondamentale per la salute e per la vita, non è sostenibile. Ci sono leggi antitrust che dovrebbero entrare in funzione. Quando abbiamo a che fare con un monopolio e la salute ne va a rischio, non possiamo accettare questo tipo d’impostazione. Inoltre, quando si deve fronteggiare una pandemia, il bisogno è di curare tutti e di prevenire. E i vaccini sono lo strumento. Il Covid è una malattia infettiva che deve essere evitata in tutto il mondo. Se questo non avviene, il virus si trasforma e ritorna da noi tramite le varianti che risultano poi insensibili ai vaccini. Occuparci di vaccinare tutti non è un atto di beneficenza, è nel nostro interesse, al fine di evitare di dover rivaccinare nei confronti di un’altra variante. Per fronteggiare la pandemia abbiamo bisogno di avere circa 15 miliardi di dosi. Se le industrie non sono in grado di metterle a disposizione, bisogna obbligarle a farlo. Non pensando all’abolizione dei brevetti, piuttosto a una temporanea licenza obbligatoria che permetta ad altri, se non lo fanno le industrie produttrici, di produrre tutto il necessario per arrivare a questi 15 miliardi».

Com’è possibile sensibilizzare l’opinione pubblica a vaccinarsi?

«Bisogna fare una buona comunicazione, convincere la gente che i benefici dei vaccini sono così alti e i rischi così bassi rispetto a contrarre l’infezione. Però deve essere fatto a livello pubblico, senza troppe contraddizioni e informazioni malfatte, come purtroppo è successo, perché altrimenti si genera solo panico e dubbio nell’opinione pubblica».

L’associazione Pharmaceutical Research and Manufacturers of America ha bocciato l’iniziativa del Presidente Biden con l’argomentazione che i profitti delle compagnie farmaceutiche sono l’incentivo che le spinge a investire nella ricerca di nuovi farmaci: eliminarlo mette a rischio l’innovazione futura. Se oggi sospendiamo i brevetti, chi farà il vaccino per la prossima pandemia?

«Il vaccino, nella gran parte dei casi, lo ha pagato il pubblico, in molti modi: in primo luogo le aziende hanno preso le idee da parte di una ricerca che non aveva finalità di brevetto, la cosiddetta ricerca di base, che rappresenta le informazioni per poter avere poi le applicazioni. Il vaccino, infatti, altro non è che un’applicazione di conoscenze pagate con fondi pubblici o no-profit. In secondo luogo, sono stati spesi decine di miliardi per comperare e sostenere le industrie farmaceutiche. È stato calcolato, nel caso del vaccino Astrazeneca, che sia stato pagato il 97,2 per cento delle spese di produzione da parte di fondi pubblici. In ultimo, tutte le persone che si sono prestate a fare la sperimentazione lo hanno fatto gratuitamente. Quindi, non è giusto mettere in atto questo tipo di affermazione. Non si tratta di abolire il brevetto, ma di farlo soltanto per assicurarlo a tutti; anche la licenza obbligatoria potrebbe essere pagata dal pubblico. Si tratta di farlo fare a tutti quelli che possono fare il vaccino, per arrivare il più presto possibile a realizzare la vaccinazione di tutto il mondo».

L’8 giugno si riunirà a Ginevra il consiglio generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e di nuovo si troverà sul tavolo la proposta di India e Sudafrica di sospendere i brevetti su cure e vaccini fino alla sconfitta del Covid. Un affare da 40 miliardi, solo per il 2021, per i bilanci della grande industria farmaceutica. È pensabile che la mancata condivisione si configuri come un serio ostacolo alla diffusione dei farmaci anti-Covid, con il rischio di creare un’apartheid vaccinale tra il «Club dei Grandi», dieci Stati ricchi che hanno ottenuto il 76 per cento delle scorte e la metà povera del pianeta?

«Ad oggi non ci sono farmaci specifici. Gli anticorpi monoclonali sono ancora molto sperimentali. Possiamo parlare solo dei vaccini e torniamo al problema di prima: o le industrie sono in grado di fare il necessario in tempi rapidi, o bisogna trovare un’altra soluzione per non correre il rischio di cominciare da capo».

Cosa possono fare concretamente il Governo italiano e il Presidente Mario Draghi, nel gruppo dei paesi del G20, per garantire la tutela della salute al di sopra di ogni protezione della proprietà intellettuale e per rimuovere l’ostilità all’iniziativa degli Stati Uniti, dell’India e del Sud Africa?

«Il Presidente Draghi si è già pronunciato in modo molto positivo, ha detto che dobbiamo fare in fretta per avere tutto quello che serve. Ha ribadito che si devono avere anche delle licenze per poter produrre. Speriamo che la sua autorevolezza convinca l’Europa a esser solidale con chi sta peggio di noi».

Silvio Garattini interpretato da Chiara Bosna
Silvio Garattini interpretato da Chiara Bosna

Professor Garattini, non pensa che, dopo la catastrofe del Covid, bisognerebbe avere una visione del problema brevetti-farmaci salvavita più ampia e cominciare a proporre un modello di innovazione farmaceutica alternativo alla proprietà intellettuale?

«Certamente. Il tipo di problemi che abbiamo attualmente deriva dal fatto che non abbiamo pensato per tempo a quello che si doveva fare. Sarà indispensabile che i governi pensino a un piano per risolvere i problemi del futuro. Non possiamo pensare che non ci saranno altre pandemie; inoltre esiste una situazione di antibiotico-resistenza. L’anno scorso abbiamo avuto diecimila morti per malattie infettive che non erano sensibili agli antibiotici. Questo problema pian piano si estenderà a tutto il mondo. La globalizzazione porta problemi su scala mondiale».

Si potrebbe discutere di due possibili soluzioni: sfruttare l’interazione tra ricerca di base e ricerca applicata in campo farmaceutico, delegare l’invenzione di nuovi principi attivi a università o istituti di ricerca, che già adesso fanno una parte rilevante di questo lavoro e finanziarli con denaro pubblico. I test clinici potrebbero invece essere delegati a nuove istituzioni pubbliche. Oppure, lasciare la ricerca nelle mani delle compagnie farmaceutiche private, modificando però la struttura degli incentivi e, in particolare, sostituendo i brevetti con premi in denaro.

«Ci sono molte possibilità. I governi dovranno trovare una soluzione, perché non possiamo accettare che un farmaco importante non sia disponibile a tutti solo per via del costo. Chiaramente, se il costo è molto basso il problema non si pone; diverso è quando costi molto elevati rischiano di ledere gli interessi dei Paesi a basso reddito, ma anche la possibilità di essere utilizzati persino nei Paesi ricchi. Quando avevamo un milione di ammalati di epatite C, il Sofosbuvir costava 50mila euro e avremmo dovuto spendere 50 miliardi. Una cifra che non c’era nel nostro bilancio. I tempi sono stati lunghi e moltissime persone non hanno potuto ricevere le cure perché non c’erano i soldi. Non deve assolutamente più succedere».