Milano Com’Era Milano Com’È – I simboli del boom economico

Di Cristina Sarcina

 Milano tra genio e sregolatezza: il boom edilizio

Siamo giunti all’itinerario milanese numero nove: il razionalismo che caratterizzò gli anni fra le due guerre, giunto al suo splendore negli anni 60, continuerà nell’estetica italiana di sempre, ma siamo ora pronti ad affrontare il boom economico ed edilizio che a Milano, come a Torino, diede vita a un importante fenomeno di espansione, a partire dagli anni  60 per giungere sino agli anni 80. Siamo molto vicini alla fine del nostro percorso, una fine o un inizio? Milano è in continua trasformazione, negli ultimi itinerari scopriremo insieme la nuova zona Garibaldi Isola, piazza Gae Aulenti, i nuovi grattacieli e ancora uno sguardo sui progetti futuri. Prima però, voglio soffermarmi sul periodo del boom edilizio, di cui si parla ancora molto e che proprio a causa della sua rapida evoluzione mise a rischio molte zone milanesi. Un periodo positivo per via dell’espansione e del benessere che la città ebbe, ma in parte anche rischioso a causa degli sventramenti, di scempi e di un’edilizia di grande impatto che crebbe senza un preciso progetto urbano regolamentato.

Siamo agli inizi degli anni 60, sono passati quasi vent’anni dalla fine della guerra, una grande e inaspettata espansione economica è alle porte: dalle zone povere a quelle ricche, più di 10 milioni di italiani si spostarono verso il settentrione, dall’agricoltura all’industria, in particolare nei settori dell’acciaieria. Sono gli anni della Falck, della moda e dei primi oggetti di lusso. Oltre allo spostamento geografico della popolazione, una repentina crescita demografica, grazie alle nuove risorse economiche; da qui l’esigenza di abitazioni, nuovi spazi e luoghi di servizio. Milano si trasforma e si ingrandisce, la periferia avanza, si creano nuovi quartieri. Sono gli anni del benessere, della Dolce Vita. «Gli anni Sessanta sono il volto di una Milano rumorosa e in continua evoluzione, che assomiglia a una pellicola cinematografica infinita, la cui colonna sonora è composta principalmente da perenni lavori in corso… È una città che accoglie tutti e cambia per tutti, come testimoniano gli scatti dei nuovi grattacieli, Torre Velasca, il Pirellone, insieme all’intensaspinta progettuale delle nuove periferie, come la Comasina, il più importante intervento edilizio di quegli anni». (Milano anni 60-70).

Nell’aria un intenso fermento culturale ed economico che nasce dalla voglia di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra.

ll capoluogo meneghino diventa il centro nevralgico dell’editoria e del teatro, locali di cabaret e jazz.

È l’era del Santa Tecla, del Derby Club, del Cab 64 e della Taverna Messicana, per citarne solo alcuni.

Si incontrava Adriano Celentano «il molleggiato», giovanissimi Jannacci e Gaber, ma anche ospiti internazionali come i Beatles, Hendrix o i RollingStones.

Illustrazione di Cristina Sarcina
Illustrazione di Cristina Sarcina

Il tour di oggi ci porterà a visitare i luoghi della Milano anni 60-70, spaziando dai locali di cabaret ai primi importanti grattacieli, simboli tutt’oggi della nostra città, sino ad un accenno veloce alle centralità periferiche nate in questo ventennio.

La città cresce rapidamente e si sviluppa in un’estensione di grandi sobborghi urbani e industriali, dove il cemento diventa il comune denominatore.

Le periferie avanzano, Milano le ingloba e le gestisce come nuovi poli, residenze e luogo di lavoro. Gli anni 70 si dicono anche «anni di piombo», e questo è pur vero, ma questa frase non rende idea di quanto fosse tremendamente viva la città. Milano era una città di impiegati e di operai, di drogherie e ferramenta, mercerie, cartolerie; «bar scuri e non lindi, con zaffate di periferia industriale che arrivavano ben dentro la cerchia dei Navigli», quasi a preannunciare i cortei operai del sabato che arrivavano a tingere di rosso le strade del centro.

La città non era specializzata, non era facile distinguere dove si lavorava e basta e dove si dormiva e basta, un uso promiscuo e abbastanza casuale degli spazi urbani riflette ancora la febbre disordinata della ricostruzione e l’assenza di piani regolatori.

«Il design di Munari era ancora un esercizio intellettuale più che industriale, l’onda del mutamento profondo, del ribaltone degli anni 80 non era ancora immaginabile», (cit. da La Repubblica), eppure molte cose buone sono state fatte, la base, le fondamenta di una città nuova sono fortemente visibili.

IL CENTRO CITTÀ E LE CENTRALITÀ PERIFERICHE

LE INDUSTRIE

Le industrie portarono a Milano milioni di lavoratori, nuovi residenti cittadini, o di periferia. Milano città delle industrie, di produzione, di lotte operaie, sorretta dallo spirito imprenditoriale, si impone nel tempo come centro d’attrazione sia per contadini delle zone limitrofe, sia le persone del Sud che cercano nella città un’occupazione, così come accadde agli inizi del 900, così ora in modo ancor più accelerato. Vale allora la pena ricordare i nomi di questi luoghi di lavoro che hanno fatto la storia della nostra città, molti i nomi noti in vari settori, dal tessile alla chimica alla meccanica: De Angeli Frua, la celebre industria di tessuti stampati, le meccaniche di calcolo, la Riva Calzoni, la Bianchi e la grande Falck, una delle fabbriche più antiche nel settore siderurgico, i cui primi importanti stabilimenti furono fondati a Sesto San Giovanni, e che purtroppo verso la metà degli anni 70 ebbe un declino che portò allo spegnimento dei forni negli anni 90. L’area Industriale della vecchia Falck è oggi oggetto di numerosi progetti di riqualificazione.

Illustrazione di Cristina Sarcina

L’ARCHITETTURA

Gli anni 60 rappresentano per l’architettura un momento di transizione. In sintonia con le molteplici trasformazioni in atto, gli architetti operano fuori dal tradizionale orizzonte di riferimento, fuori contesto. Quando lavorano in aree periferiche non consolidate, si propongono di realizzare NUOVE CENTRALITÀ: fuori dalla città compatta sono i progetti stessi a portare il contesto, nuove residenze, nuovi luoghi di lavoro, nuovi servizi, terziario e parchi. Luoghi dello stare e luoghi di passaggio.

In città, invece, il tessuto storico pone loro il problema della relazione con un eccesso di contesto. Se da un lato si aderirà a tale contesto riproponendo stili già passati d’epoca, nella maggior parte dei casi si guarderà al futuro con nuovi progetti, carichi di sapienza urbanistica e nuova tecnologia.

Sono gli anni del grattacielo Pirelli, della torre Velasca, gli anni dell’area di Porta Romana e porta Garibaldi. Le periferie avanzano e in esse si consolidano impianti residenziali, case popolari e per lavoratori: il quartiere Barona; Metanopoli a san Donato Milanese, dove oltre al residenziale e ai numerosi servizi nasce la cittadella  dell’ENI con i suoi diversi palazzi uffici; Sesto San giovanni; Segrate.

SAN DONATO MILANESE E METANOPOLI

Illustrazione di Cristina Sarcina
Illustrazione di Cristina Sarcina

L’idea di Metanopoli nasce su proposta di Enrico Mattei, agli inizi del 1952 come città giardino che integra funzioni produttive e sociali. Al suo interno cinque palazzi uffici, di cui i primi due nati proprio agli inizi degli anni 60. Strutture in acciaio cemento e vetro, parchi, una chiesa e diversi centri sportivi, tutto costruito guardando al futuro.

IL GRATTACIELO PIRELLI E LA TORRE VELASCA

Illustrazione di Cristina Sarcina
Illustrazione di Cristina Sarcina

La Torre Velasca, il grattacielo realizzato tra il 1955 e il 1957 su progetto dello Studio BBPR, rappresenta uno dei pochi esempi italiani di architettura post-razionalista brutalista. Il suo nome si deve alla piazza in cui si trova l’edificio, luogo un tempo noto per le sue osterie, le case chiuse e i piccoli vicoli malfamati. La sua forma è particolare e insolita, allusiva ai torrioni medievali, un tentativo di creare un legame tra un impianto moderno e la memoria storica di un ambiente. L’edificio, alto 106 metri e composto da 26 piani, è stato pensato per ospitare abitazioni (nella parte superiore e più panoramica) e uffici, e fu uno dei primi tentativi di fusione funzionale tra residenziale e terziario.

Alla sua comparsa la Torre fu oggetto di accese discussioni che accusavano gli architetti di scelte progettuali non in linea con il Movimento Moderno; oggi la Torre Velasca è parte integrante di MIlano se non simbolo tra i tanti, per turisti e milanesi stessi.

IL GRATTACIELO PIRELLI

Illustrazione di Cristina Sarcina
Illustrazione di Cristina Sarcina

Il grattacielo Pirelli, progetto dello studio Ponti, è certamente una delle costruzioni che meglio rappresentano l’integrazione tra arte e tecnica.  Nell’ospitare piani tecnici e un suggestivo auditorium, l’edificio raggiunge l’altezza di 127 metri e, all’epoca della sua costruzione, era uno dei più alti realizzati con struttura portante in cemento armato. Il palazzo ha una planimetria studiata a partire dalla figura del diamante, tema caro alla progettazione di Ponti. Per chi fosse interessato a visitarlo, il grattacielo Pirelli è aperto durante le giornate di primavera del Fai.

LA MILANO DA VIVERE E I FAMOSI LOCALI DI CABARET E JAZZ

I locali si chiamavano Santa Tecla, Lanternin, Cab 64, Derby Club. Quest’ultimo è il più famoso, perché è stato, soprattutto sotto la guida di Enzo Jannacci, il laboratorio creativo e il trampolino di lancio di artisti del calibro di Cochi e Renato, Paolo Villaggio, Bruno Lauzi, e poi di Massimo Boldi, Teo Teocoli, Diego Abatantuono, Giorgio Faletti, per fare solo alcuni nomi notissimi al grande pubblico, grazie al successo che poi hanno avuto in tv e nel cinema. Il Derby ha tenuto a battesimo il cabaret italiano e ha covato fino a maturazione quella nuova peculiare comicità milanese, che non è solo arte della risata, ma insieme teatro, canzone, mimo, tradizione popolare e invenzione linguistica. Purtroppo di questi luoghi (tra via S. Tecla, S. Sofia e Monte Rosa) non resta che la nostalgica memoria e il ricordo di quella musica che ancora oggi ci suona nelle orecchie con il suo ritmo libero e scanzonato.