L’infarto, e Camillo non fa più lo Sboroni

Di Bill Niada


Camillo Sboroni voleva essere il migliore, sbaragliare la concorrenza, umiliare gli umili e brutalizzare i potenti. Sempre e ovunque.

Non rispondeva mai alle mail, dava appuntamenti dopo mesi, cancellava gli incontri un’ora prima e faceva fare ore di anticamera: un vero figo.

Impegnatissimo a mandare avanti la sua multinazionale del male, non aveva mai tempo per nessuno, a parte per i suoi amici, fighi come lui, a cui rispondeva immediatamente alle barzellette sporche, per le partite di golf e per i weekend erotici che organizzava nel suo chalet a Gstaad, dove faceva arrivare schiere di pollastre che razzolavano intorno ai piselli e al grano.

Davvero un figo spaziale. 

Sua madre ne era orgogliosa, perché il suo Camillino si era fatto strada solo con le sue armi. Cuore di mamma lo chiamava prima di fargli fare la nanna, tenendogli stretto il crapino tra le braccia, quando la domenica sera, dopo la Messa, l’andava a trovare per mangiare il minestrone con le fave di cui lui andava pazzo.

Con le donne con cui aveva avuto relazioni di sesso, a un certo punto scompariva. Non si faceva più sentire! Faceva rispondere «non c’è» dalla segretaria, la Paoloni, quella col vocione e le tette grosse, con cui faceva sesso sulla scrivania minimal in acciaio e oro tra le 13.15 e le 13.30, perché poi dalle 13.30 alle 14.00 faceva yoga con la Tamara, alle 14.00 faceva mindfullness business oriented e alle 14.30 si metteva in call (o così diceva) con gli americani di Boston per il «cda unlimited» fino all’ora di cena, quando, sotto un’altra, cancellava tutti gli impegni precedenti, per una cena stellata prima di una notte di sesso acrobatico con la nuova puledra selezionata su internet.

Un uomo pazzesco, invidiato dai colleghi, osannato dai suoi amici rider del gruppo Harley Davidson di Cavaria con Bornago, e corteggiato da una schiera di mamme del bar Leonardo, quello vicino alla scuola dei suoi figliuoli.

Poi un giorno gli americani gli dissero: «Listen Sboron, quando arriva il finanziamento della banca? Doveva arrivare il mese scorso. Se non ce lo danno sei out!».

Quei bastardi della banca Trangugia e Divora, ogni giorno rinviano! Tutti i giorni chiedo al Dr. Briglia e alla Dr.ssa Staffa e non mi rispondono mai! All’inizio tutti mielosi e untuosi e ora che ho bisogno, scompaiono. Non rispondono! Banche maledette, ipocrite, tutte uguali! Dovrebbero essere spazzate via dai bitcoin, ragionava lo Sboroni livido di rabbia, già con un piede sotto i ponti.

Poi una sera, a un party, incontrò Ada Billoni, uno sfigatello che faceva volontariato e aveva una onlus che stampava un giornaletto. 

Erano a tavola con un gruppo di imprenditori sodomiti e non capiva cosa c’entrasse quello lì. Sapeva solo che lo aveva invitato la padrona di casa, la Vale, una gazzella con cui aveva pomiciato nel bagno dell’Esselunga un giorno che era andato a comperare l’aragosta. Da quella volta si scambiavano sms erotici, ma ancora niente…

Tendendo l’orecchio aveva capito che Ada Billoni si stava lamentando della mancanza di attenzione delle banche per il mondo sociale. Diceva che la sua (ma non aveva capito quale) ostacolava in tutti i modi le richieste, complicava le procedure, negava le carte di credito e che per avere qualcosa doveva sempre andare in banca di persona, anche per firmare una prepagata per un volontario, perché «sono le procedure interne». 

E la risposta era sempre la stessa: «Sa… siete una fondazione…». 

Raccontava che i costi erano uguali, se non maggiori, a quelli delle aziende, che non davano nessun aiuto, nessun contributo, facilitazione, anzi, tutto il contrario, come se il mondo sociale fosse un nemico da combattere!

Complicazioni e umiliazioni su tutti i fronti. Era indignato.

Poi aveva capito che parlava della sua stessa banca, la Trangugia e Divora! Altro che indignato, «sono dei bastardi, dei tirchi, degli approfittatori», era saltato su lui con delle vene grosse come funi, «non rispondono mai, non si fanno trovare, non sganciano un euro, promettono a parole e poi non scrivono mai per non lasciare traccia di quello che fanno!». Gridava come un pazzo lo Sboroni, sudava, si agitava, si dimenava. Ebbe un piccolo infarto.

In ospedale l’unico che lo andò a trovare fu Ada Billoni, di cui divenne amico fedele e con cui fece un patto per smascherare le malefatte delle banche. Gli avrebbero messo delle cimici negli auricolari. «Macché cimici! Gli mettiamo delle locuste carnivore nelle cornette!», sbraitò lo Sboroni con le coronarie ancora scoperte.

Da quel giorno divenne un fautore della fondazione e del Bullone e si impegnò a rispondere a tutte le mail, ai messaggi, alle amiche, ai dipendenti, ai suoi figli, alla portinaia a cui sorrideva grato per il suo lavoro ingrato e di cui benediva perfino la puzza di cavolo che arrivava dal fornello sul retro.

Era uno Sboroni non più violento, bensì redento e senza tormento. 

E fu così che visse felice e contento.