Isolasi di proposito in una bolla. 22 ragazzi in oratorio.

Chiudersi in una bolla di proposito. 22 ragazzi scelgono di isolarsi in un oratorio per sfuggire alla solitudine.

Di Assil Kandil, Pietro Lenzi e Giovanni Ravasi

È una follia, diranno alcuni, i più timorosi, gli amanti dell’abitudine.

Coloro che si accontentano. Gli stessi che nel profondo sanno che questa nuova routine limitata da disposizioni stringenti e distanziamento sociale, non ci appartiene affatto.

Qualcuno invece, una soluzione l’ha trovata, assecondando i desideri di un gruppo di ragazzi vogliosi di stare vicini come una volta, anche sporcandosi le mani con le faccende di casa. Una boccata d’aria nel bel mezzo di un’epidemia mondiale. Anche solo per tre settimane. Un ritorno alla normalità come la conoscevamo. Un’occasione per crescere e per imparare cosa significa vivere in un gruppo.

Abbiamo parlato con Don Gabriele dell’oratorio Luigi Molina di Biumo Inferiore (Varese), ragionando sul concetto di «bolla collettiva». Quella che lui stesso e ventidue ragazzi hanno creato per una ventina di giorni in oratorio, senza social e con suddivisione dei compiti e orari definiti, ma anche tanto divertimento, gioco e studio.

Don Gabriele, perché chiudersi in una bolla, lontani dai parenti e dalla società? 

«Il motivo è condiviso da tutti i ragazzi: stare insieme per recuperare il tempo perso nei mesi di lockdown e allontanarsi da quella convivenza esclusiva, e ormai forzata, con la propria famiglia. Per imparare anche, staccandosi un po’ da tutto quel mondo, quanto la presenza dei nostri cari, invece, non sia così scontata. Per tornare a passare del tempo con dei ragazzi capaci di ascoltare e di comprendere, a volte più dei genitori, le difficoltà della pandemia».

Questa bolla vi ha allontanati dal mondo esterno e vi ha isolati totalmente, o è stata motivo di ulteriore interesse verso la situazione esterna?

«L’interesse per il mondo esterno non è mai calato. Estraniarsi dai social è stata una decisione condivisa per la particolarità dell’iniziativa. Siamo riusciti a fare emergere tra di noi i nostri pensieri sul mondo esterno e sulla situazione COVID in generale. È stata un’occasione per leggere la realtà esterna da dentro».

All’interno della bolla c’è stato qualche momento in cui qualcuno si è sentito oppresso dalla situazione che si era creata, oppure è stato per tutti come una boccata d’aria fresca dopo un periodo come quello della pandemia?

«Il sentimento generale è stato di liberazione, dato che ormai si era arrivati a una situazione esterna molto pesante. Alla fine della prima settimana, quando abbiamo tirato le somme degli aspetti positivi e negativi della vita in comunità, sono emersi alcuni punti critici, come la necessità da parte di qualche ragazzo di avere dei momenti e degli spazi solo per sé, perché la vita comunitaria ti espone a stare sempre in una dinamica in cui non puoi nasconderti. Un altro aspetto difficile è stato il fatto di non conoscersi tutti, e quindi di dover essere pronti a mettersi a disposizione di qualcuno con cui non si è ancora in confidenza».

A Lei personalmente, cos’era mancato in particolare del poter stare a stretto contatto con i ragazzi?

«Prima di tutto il fatto di potersi donare, che è l’esperienza fondamentale dell’essere prete, e poi questa iniziativa mi ha permesso di riscoprire la bellezza del vivere in comunità, accentuata dalla situazione generale dell’ultimo anno».

Com’è stato uscire da questa bolla? 

«È stato stranissimo: si sentivano tutti un po’ persi. Uno dei problemi che abbiamo riscontrato al rientro, è stato riabituarsi a portare la mascherina. Ma ciò che ha reso più difficile il ritorno alla realtà, è stato il senso di solitudine che abbiamo provato all’inizio. Dopo tre settimane in cui vivevamo tutti insieme in un clima sereno, trascorrendo ogni momento in compagnia, tornare a casa, dove si passano spesso momenti in solitudine, un po’ ci ha provati. Però tutti, dopo i primi quattro giorni, siamo riusciti a tornare alla normalità».

Il fatto di stare chiusi, non ha aumentato nei ragazzi la preoccupazione di quello che avrebbe potuto accadere ai loro cari durante un periodo così critico?

«Mentre pianificavamo il progetto abbiamo coinvolto subito le famiglie e alcune hanno sollevato questa preoccupazione. Durante la permanenza in oratorio c’era, ovviamente, la possibilità di uscire, però senza poter rientrare, quindi, i ragazzi e i loro genitori hanno dovuto affrontare questa problematica. Tuttavia, è stata un’occasione per prendere coscienza del fatto che un’esperienza bella come questa, può illuminare un momento difficile, oppure dare coraggio a qualcuno che sta affrontando una situazione complicata».

Ragazzi, qual è l’aneddoto più divertente che racconterete ai vostri compagni dopo questa esperienza in oratorio?

«La lavatrice si è bloccata e non sapevamo che fare. Così a turno, ognuno di noi ha provato con cacciaviti e ogni genere di utensile che trovava, a sbloccarla. Dopo due ore, con la paura di doverci lavare tutti i panni a mano, abbiamo letto il libretto delle istruzioni e abbiamo visto come fare, abbiamo risolto e abbiamo scoperto che un ragazzo aveva schiacciato il tasto sbagliato. Che sia stato un sabotaggio non riuscito o un caso, rimane un segreto, ma questo è il bello della bolla».