Ministro Maria Cristina Messa sull’Università del futuro

Illustrazione di Davide Lazzarini
Illustrazione di Davide Lazzarini

L’università del futuro sarà sempre più attenta e sensibile al digitale, ai temi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica, allo sviluppo di spazi degli Atenei integrati con le città e la cittadinanza; un’università da vivere in pieno, un modello inclusivo e innovativo, motore di sviluppo per il Paese.

Di Cinzia Farina

Buongiorno Ministro Maria Cristina Messa, noi del Bullone scriviamo un giornale sulla speranza. La pandemia ha evidenziato le crepe esistenti in vari settori. Come ripartirà l’università?

«Mettendo al centro le persone – studenti, docenti, ricercatori, tecnici – che hanno fatto e faranno tesoro di questa emergenza. Sono certa che sapremo cogliere gli elementi “positivi” che accompagnano sempre le grandi crisi. L’università ha saputo coniugare una didattica mista, in presenza e a distanza, con modalità di insegnamento nuove, accelerando la transizione digitale, per continuare a formare gli studenti in un mondo che cambia. L’università del futuro sarà sempre più attenta e sensibile al digitale, ai temi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica, allo sviluppo di spazi degli Atenei integrati con le città e la cittadinanza; un’università da vivere in pieno, un modello inclusivo e innovativo, motore di sviluppo per il Paese. Sarà, infine, un’università che tornerà a essere aperta, competitiva e internazionale, e che punterà molto sulla ricchezza data dalla mobilità di studenti e docenti sia nel Paese che all’estero».

La scuola ha dovuto alternare periodi con lezioni in remoto e lezioni in presenza. Ogni cambiamento richiede adattamento, e la scuola italiana non era pronta. È evidente che il diritto al servizio scolastico a distanza non può essere esercitato con gli attuali mezzi. Una parte del Recovery Fund andrà a coprire queste mancanze? 

«Gli obiettivi chiave del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono indirizzati a colmare le carenze strutturali, qualitative e quantitative, che caratterizzano l’offerta di istruzione e ricerca, in particolare post emergenza pandemica, oltre a valorizzare il capitale umano, in ottica digitale e green. Si investirà, quindi, molto sia sull’adeguamento di tutte le strutture, scuola inclusa, per la transizione digitale ed ecologica, sia sulla formazione degli insegnanti. Compito dell’università sarà formare le competenze necessarie al disegno e realizzazione di una nuova scuola».

Dialogo tra università e lavoro

Lei ha sottolineato che l’università è quel periodo della vita dove si passa dall’essere protetti al doversi confrontare con il mondo. Pensa che i giovani oggi siano pronti, finito il percorso universitario, a catapultarsi dalla formazione al lavoro? 

«Il percorso universitario ha l’obiettivo non solo di preparare i giovani per il mondo del lavoro, ma soprattutto di fornire loro metodo, capacità di analisi, di lettura del mondo, dei cambiamenti. Alcuni sono pronti, altri meno. Occorre quindi un dialogo più stretto fra università e mondo del lavoro, affinché le istituzioni agiscano in sinergia, per orientare gli studenti a trovare il miglior equilibrio fra vocazione, conoscenze, competenze acquisite e realizzazione professionale».

Competenza e conoscenza hanno un valore inestimabile. A conclusione delle medie superiori, si può fare qualcosa per aiutare i giovani a rendersi conto di quanto l’università possa aiutarli «ad avvicinarsi» a questi valori?

«L’università e la ricerca creano conoscenza e competenza, è, quindi, nostra responsabilità fare in modo che tutti i giovani, in modo equo e superando i divari sociali e territoriali, accedano a una formazione di alta qualità. Nel PNRR abbiamo inserito un’apposita misura per l’orientamento attivo nella transizione scuola-università: un programma di investimenti a favore degli studenti, a partire dal terzo anno della scuola superiore».

Molte famiglie non riescono ad accompagnare finanziariamente i propri figli nel percorso universitario, ci saranno fondi disponibili con il Recovery Fund per queste situazioni?

«Il Recovery Fund sarà uno strumento fondamentale per incentivare il welfare studentesco, ma non l’unico. Nel PNRR, comunque, alle misure relative ai servizi agli studenti sono destinati 1,5 miliardi di euro. Questo stanziamento consentirà di quasi triplicare gli alloggi per chi è fuori sede e di aumentare l’importo delle borse di studio, allargando al contempo la platea degli studenti beneficiari».

Ad oggi, i dati Istat riportano che la percentuale di occupazione per i laureati nel mondo del lavoro è del 68 per cento. Si riuscirà in un futuro prossimo ad alzare questa asticella?

« È questo il momento per farlo e non dobbiamo perdere l’occasione. Stiamo lavorando per far crescere il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, per adeguare le competenze nell’istruzione e nella ricerca. Allo stesso tempo, si deve semplificare e rafforzare il partenariato tra pubblico e privato, in modo che la formazione possa rispondere alle richieste crescenti e siano incentivate “nuove” competenze sempre più interdisciplinari e flessibili».

Ministro Maria Cristina Messa
Ministro Maria Cristina Messa

L’Università del futuro tra ricerca e innovazione

Secondo l’Istat, in Italia la quota di giovani laureati non cresce, mentre in altre città europee sì. Con la pandemia il problema è peggiorato. C’è speranza che in futuro il risultato abbia un’impennata verso l’alto? 

«Una speranza arriva già oggi dal numero delle iscrizioni universitarie registrate per quest’anno accademico, l’anno della pandemia. Al trend negativo degli ultimi anni, infatti, si è risposto con oltre 312.000 nuove immatricolazioni, con un aumento pari al 5 per cento, cui devono aggiungersi le oltre 140.000 iscrizioni in più al primo anno delle lauree magistrali biennali: un incremento complessivo di circa il 7 per cento del totale delle iscrizioni. Questi dati ci dicono che la voglia di accrescere conoscenze e competenze da parte dei giovani non manca, così come il loro desiderio di prendere in mano il futuro. Il nostro compito è creare le condizioni perché questa spinta non si arresti».

I pesanti tagli alle università italiane, in particolare sui finanziamenti ordinari e sui progetti di ricerca, ha obbligato alcuni dei più meritevoli giovani ricercatori ad andare all’estero. Con il Recovery Fund la ricerca potrà avere una crescita costante che ci riallineerà agli standard medi? 

«La ripresa e il sostegno agli investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo rappresenta una condizione essenziale per recuperare il divario dell’Italia nei confronti delle performance di altri Paesi europei. Il PNRR rappresenta per noi tutti una straordinaria opportunità di investimento sul capitale umano, la ricerca e l’innovazione. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo dimenticare che il Piano è una “piattaforma temporanea” che va integrata in un’ottica di sistema, con tutti gli altri strumenti e le risorse di cui disponiamo. È necessario però, che gli investimenti siano accompagnati da riforme e semplificazione. Propedeutica per le misure previste nella componente “dalla ricerca all’impresa” della missione dedicata a “Istruzione e Ricerca” del PNRR, sarà la riforma a supporto della ricerca e sviluppo, una riforma che il MUR dovrà implementare insieme al MiSE, per aumentare e sostenere la mobilità reciproca di figure di alto profilo, come ricercatori e manager, tra università, infrastrutture di ricerca e aziende, oltre che per semplificare la gestione dei fondi per la ricerca».

È d’accordo con chi sostiene che un Paese che non «aiuta» la sua università non ha speranze, perché non ama il futuro?

«L’università è sempre stata il luogo dove si sperimenta, dove si anticipa il futuro e non può esistere Paese che non vi investa. L’Italia, con l’approvazione del PNRR (che non a caso si chiama anche Next Generation Italia), ha dimostrato di saper già oggi pensare e costruire il proprio domani. Ma ci deve essere il coinvolgimento di tutti. Questa crisi ci sta dando l’occasione per avere, su un medio e lungo periodo, un Paese più innovativo ed equo, un Paese anche per giovani e donne».

Rivoluzione digitale e inclusione

La pandemia, ha ulteriormente sottolineato la necessità di rendere la digitalizzazione più inclusiva. Si cercherà di mitigare il divario digitale tra regioni o tra classi meno abbienti, sia in termini di infrastrutture, sia di accesso, promuovendo anche l’alfabetizzazione digitale? 

«Digitalizzazione e innovazione sono parte centrale del PNRR, assi strategici che ci restituiranno un Paese più inclusivo ed equo. Come hanno più volte sottolineato, tra gli altri, sia il nostro Presidente del Consiglio sia il Ministro Vittorio Colao, dobbiamo cogliere le opportunità legate alla rivoluzione digitale. Occorre investire in infrastrutture adeguate e in un’opportuna e capillare formazione degli strumenti digitali, così che tutto il Paese sia coinvolto in un processo di cambiamento positivo».

In alcune nostre università la lingua inglese è ancora poco usata. In un mondo così interconnesso parlare la stessa lingua diventa indispensabile. Perché non viene introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’inglese in tutti i corsi di specialistica e dottorato? 

«Molte università sono sempre più attente a internazionalizzarsi e a promuovere corsi e lauree anche in lingua inglese. La conoscenza dell’inglese è un elemento essenziale del percorso formativo di uno studente cittadino europeo e del mondo. Conoscere lingue straniere, e in particolare l’inglese, non dovrebbe essere, però, visto e pensato come un obbligo, ma semplicemente come un’opportunità senza la quale alcune possibilità di lavoro e carriera difficilmente potranno aprirsi».