Il valore della speranza in carcere. Come uscire dalla bolla.

Illustraione di Davide Lazzarini
Illustraione di Davide Lazzarini

Carcere ed ospedale, due bolle diverse, ma sempre bolle. Qual è il valore della speranza quando sei isolato?

Di Giulia Porrino

C’è chi vive in una bolla. E chi nella bolla di una bolla. Che sia questione di intimità, di malattia o di reclusione, poco è importato durante il confronto tenutosi lo scorso 10 aprile, tra i B.Liver e i detenuti del carcere di Opera. Un appuntamento diverso rispetto al solito, un incontro a distanza, in tanti piccoli quadratini racchiusi in uno schermo dopo attenti controlli telematici, ma pur sempre carico di emozioni.

«Dentro a Opera si sono create delle bolle», ha premesso Sofia, riferendosi alla creazione di sezioni separate all’interno dei piani del carcere, per garantire un maggiore controllo contro il Covid-19. E ha continuato: «Una parola che appartiene ad entrambi i mondi, e su cui ci siamo interrogati durante l’ultima riunione di redazione».

A cogliere la palla al balzo, Fiamma: «Tra di noi ci sono diverse bolle con tanti modi diversi, siamo un gruppo e con la pandemia abbiamo sentito la mancanza dell’incontro: raccontarsi le storie, abbracciarsi, tutto faceva parte del vivere una bolla comune. Con la pandemia tutto è cambiato, molti di noi hanno sofferto anche le piccole mancanze, l’impossibilità di allenarsi, di vedere un amico o i genitori». Poi Fiamma ha interrogato Giuseppe, Carlo, Mattia, Andrea, Alex e Alessio: «Come si vive in una bolla dentro la bolla?».

La bolla nella bolla è vera

E qui, la sorpresa. Se al di fuori delle mura del carcere di Opera la pandemia ha creato solitudine, abbandono e spesso nostalgia, all’interno «vuol dire stare ancora di più a stretto contatto tra di noi, in spazi più ridotti. Ci sono lati negativi, come il senso di costrizione, ma questo ci ha permesso anche di comprendere ancora di più quanto siamo importanti l’uno per l’altro, farci man forte e capire i problemi dei nostri compagni. Ci siamo conosciuti in modo diverso», spiega Alessio.

Parole a cui hanno fatto eco quelle di Carlo: «La speranza non la perdiamo mai, parla una persona con pochi, ma bianchi, capelli, che ha fatto la sua vita sbagliando qualcosa verso la fine. La bolla nella bolla è vera, ma probabilmente il cambiamento maggiore l’avete vissuto voi fuori. La mia compagna dice che non sa dove andare e chi incontrare, è la società che deve combattere questa pandemia. Noi sopravviviamo con la forza della speranza e con la certezza che questo finirà, prima per voi e poi per noi».

Una speranza che talvolta lascia spazio alla comodità: «Quando penso alla bolla, penso sempre alla mia, come molto personale, quasi intima – confida Maddalena -. Se le bolle mi vengono imposte non tendo a combatterle ma ad adattarmi, per me il problema è uscire. C’è una parte di me attaccata a questa bolla ed è molto comoda, mi rende sicura. Dopo un po’ mi dimentico che sia chiusa». Carlo non ha dubbi: «Anche per noi uscire da qua non sarà facile, così come riadattarci alla vita normale. Ma bisogna comunque provare ad avere dei rapporti». Mattia, invece, lancia una provocazione: «Un momento di solitudine credo faccia bene un po’ a tutti, la vita però non è fatta per stare soli, l’uomo deve socializzare, fare esperienze, errori e imparare da questi. Ti senti sicura nella bolla, è vero, ma quanto può durare questa sicurezza?».

Per uscire dalla bolla, quantomeno quella intima che ci si crea, Sarah dopo un lungo ragionamento e un confronto serrato, sembra dare la soluzione: «È questione di scelta?». Silenzio. «Sembrerà un paradosso, ma quando tocchi il fondo è più facile vedere la luce, quando sei abbagliato sembra tutto complicato, quindi probabilmente sì», è convinto Alessio. «Secondo me il carcere, così come l’ospedale, non può cambiare le persone, che possono solo migliorare, o ti lasci sopprimere, o scopri il futuro e dai valore alla tua personalità», rimarca Giuseppe.

Il valore della speranza in carcere

Un dialogo a cuore aperto, che mischia le mura del carcere con quelle degli ospedali, ma fa crollare quelle più interiori e fa emergere una chiave comune per far passare il tempo: lo studio. «Il reparto di oncoematologia in cui ero ricoverato era un’ eccellenza, anche dal lato umano, ma la fortuna è stata che sono riuscito a far passare il tempo molto velocemente», afferma Edoardo, «ho sviscerato diversi argomenti che mi appassionavano da tempo, ma che la vita quotidiana non mi permetteva di approfondire». Interviene Andrea: «In questo momento abbiamo molte meno attività rispetto a prima, io il tempo lo passo studiando, è l’unica cosa che posso fare». «Non sprecare il tempo è sicuramente il modo migliore per dargli valore», conclude Edoardo.

All’interno del carcere di Opera, infatti, i detenuti hanno la possibilità di iniziare o proseguire il percorso della scuola secondaria di secondo grado o, in alternativa, iscriversi all’università e conseguire una laurea. Tra le scelte, a tasse agevolate, l’università Statale di Milano, Bicocca e Bocconi che adottano strategie diverse. Le prime due prevedono delle studentesse o degli studenti più o meno alla pari del percorso dei detenuti, con cui avvalersi per un confronto e materiali aggiuntivi, e spesso aiutano a prenotare gli esami per chi sta nelle mura di Opera; la Bocconi invece, presente con l’indirizzo di economia e commercio, prevede incontri periodici con i professori, prima degli esami e video lezioni registrate su dischi.

«Riuscite a riempire la parola “speranza” dentro al presente senza pensare al futuro che vi potrebbe illudere?», domanda con tono riflessivo ma tuonante, Giancarlo. «La parola “speranza” me la configuro appena apro gli occhi al mattino e la mando nei miei sogni di notte, perché senza quella è dura stare qua dentro. La speranza te la danno non solo le persone che ti circondano qua, il mio compagno di stanza è Giuseppe, pensate che fortuna – scherza Carlo -, ma te la danno anche le persone che stanno fuori».

«Sono le piccole speranze che ci fanno andare avanti: la speranza della chiamata dell’educatrice che ti dà buone notizie; speri ti chiamino per lavorare, perché già lavorando passa mezza giornata; la chiamata della scuola dicendo che puoi scendere a studiare», continua Andrea. «Parliamo del lavoro: per me è importante potermi mantenere senza dover pesare sulla famiglia, dovevo andare a lavorare, ma ad un certo punto mi hanno detto che non avevo il profilo giusto. La disillusione qua è quotidiana, ma poi non ci fai caso. Arriverà il momento in cui andrà tutto bene, una speranza ci vuole sempre», dice Mattia.

Nel mezzo del confronto, terminato il tempo a disposizione: «Torniamo nella nostra bolla», salutano gli amici di Opera. Rimango senza parole. Sono passate tre ore, ma il tempo sembra essere volato. Come seduti al tavolo tra amici di lunga data, o all’aperto, fuori da ogni bolla, in un prato verde scambiando esperienze di vita.