Intervista Impossibile a Raffaello Sanzio

Raffaello Sanzio interpretato da Antonio Forcellino, è architetto, restauratore e scrittore, nonché uno dei maggiori esperti europei di arte rinascimentale. Tra i suoi lavori più importanti, il restauro delle facciate del Duomo di Siena e di quello di Orvieto, di opere di Michelangelo e Raffaello. Ha scritto numerosi testi saggistici e divulgativi, tra cui Raffaello. Una vita felice (ed. Laterza, 2008).

Di Edoardo Grandi

Mi trovo a Roma in quella che è oggi la sede dell’Accademia dei Lincei, nota come villa Farnesina, in una loggia al pian terreno splendidamente affrescata con soggetti mitologici. Ho appuntamento con uno degli autori principali di queste opere, che mi si fa subito incontro: è un uomo sui 35 anni, vestito in abiti rinascimentali scuri, ma il suo volto è radioso e cordiale.

Buongiorno, Raffaello. Come mai la scelta di incontrarci proprio qui?

«È un luogo che amo moltissimo. Pur essendo impegnato a realizzare altre grandi opere, come le Stanze Vaticane, qui ho cercato di lasciare un segno di vitalità e di bellezza. Il segno di un mondo del sentimento, di una favola antica, per me molto importante».

In tantissimi hanno scritto a proposito della tua arte, in termini assolutamente elogiativi. Tu cosa ne dici?

«Su di me hanno detto cose lusinghiere, e mi sento imbarazzato nel riferirle o commentarle. Se devo proprio riconoscermi una capacità, è stata quella di mediatore, di fluidificatore delle relazioni artistiche e intellettuali, non voglio apparire come pomposo e presuntuoso».

Puoi essere più preciso su quello che hai cercato di trasmettere?

«Ho sempre pensato che si debba coltivare la capacità di avere un sogno e condividerlo. Prima si deve poter immaginare, avere una visione, e poi bisogna concretizzarla. Ad esempio, nei soggetti sacri ho voluto umanizzare la devozione religiosa: soprattutto con le mie Madonne ho tentato di avvicinare il pubblico alla figura di Maria, attribuendole un carattere di umanità che nell’arte precedente non aveva».

Qual è stato il tuo rapporto con le opere di altri due grandi, Leonardo e Michelangelo?

«Ho studiato molto Leonardo, ma più in generale, ho sempre voluto apprendere da tutti, dalle loro ricerche, per poi trasformare quello che avevo acquisito in un tratto creativo specifico e personale. Poi, insieme a Michelangelo (prima a Firenze e poi soprattutto a Roma), eravamo protagonisti della stessa scena, ma lo eravamo in modo molto diverso. Michelangelo aveva bisogno del conflitto, io cercavo di dipanarlo. Lui agiva in modo individuale, io in modo sociale».

Illustrazione di Emanuele Lamedica
Illustrazione di Emanuele Lamedica

In quest’ultimo senso, che importanza aveva per te la tua bottega?

«Enorme. Quella che è sempre stata chiamata la mia bottega, oggi sarebbe invece definita come un vero studio molto ben organizzato. La presenza e l’attività di allievi, collaboratori e amici era per me fondamentale. Spesso realizzavamo insieme le opere, oppure lasciavo agli altri ancora più libertà d’azione. Era un vero lavoro di squadra. Molti, come Giulio Romano, hanno poi proseguito la propria personale carriera in modo brillante, e ne sono felice».

A proposito del quadro noto come la Fornarina, si è molto spettegolato su di te e sul tuo rapporto «disinvolto» con le donne. Come replichi?  

«Non voglio entrare nel merito dei pettegolezzi. Certo, ammetto di aver avuto diverse donne (cui spesso mi piaceva dedicare poesie), ma le ho amate davvero e ho sempre avuto relazioni molto profonde con loro. In questo senso Giorgio Vasari, il pittore e storico dell’arte venuto poco dopo di me, non ha sbagliato nel descrivermi, nel suo Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, pubblicato per la prima volta nel 1550. In quanto alla Fornarina, non svelerò la sua identità, posso solo dire che è un ritratto ispirato a una Venere antica per la posa e altre caratteristiche, ma reso nello spirito del mio tempo».

Quali sono i tuoi lavori che ricordi con maggiore piacere?

«La Scuola di Atene, affresco oggi visibile all’interno del percorso dei Musei Vaticani, la Madonna d’Alba, un tondo a olio conservato a Washington, il Trionfo di Galatea, che puoi vedere proprio qui nella Loggia in cui ci troviamo, e mi piace molto anche il ritratto dell’amico Baldassarre Castiglione, esposto al Louvre. Poi, naturalmente, la Madonna Sistina».

Della Madonna Sistina ha avuto in tutto il mondo una diffusione spettacolare e discutibile soprattutto un dettaglio, quello degli angioletti che si trovano nella parte bassa del quadro. Cosa pensi dell’uso che ne è stato fatto?

«Mi hanno rovinato! C’era uno studio psicologico, i puttini dovevano convogliare tenerezza verso la figura della Madonna, avevano un senso preciso nella composizione. Sono stati manipolati e sottratti dal contesto, e sono finiti tra cianfrusaglie kitsch o a fare la pubblicità di saponi o borotalco. Che disastro…».

Raffaello interpretato da Max Ramezzana: Raffaello (Urbino, 1483 – Roma, 1520) è stato senza dubbio uno dei più importanti, famosi e prolifici protagonisti del Rinascimento. Artista a tutto tondo, è stato pittore, disegnatore, architetto e poeta. È noto anche come Raffaello Sanzio: si firmava infatti con il latino Sancti, dal nome del padre, Giovanni Santi. L’anno scorso si sono celebrati i 500 anni dalla sua morte, avvenuta per un’improvvisa malattia a soli 37 anni.

Quali sono stati gli anni migliori della tua vita?

«Roma per me ha rappresentato il pieno successo, è stato un periodo felice. Ho, in un certo senso, respinto Urbino e la mia famiglia d’origine, che cercava di farmi sposare secondo proprie scelte di convenienza: pare che avessero combinato un matrimonio molto vantaggioso con la nipote del famoso cardinale Bibbiena, ma io ho scelto la mia strada, e proprio a Roma ho trovato amicizie e soddisfazione».

La tua sembra essere stata una vita piena e ben spesa.

«Sì, ho avuto una vita intensa e felice, anche se ho avuto qualche problemino, soprattutto negli ultimi anni. A Roma il mio sponsor principale era diventato papa Leone X (figlio di Lorenzo de’ Medici), che stava però provando a togliere il Ducato di Urbino ai Della Rovere, i quali erano stati i miei protettori soprattutto agli esordi. Mi sono trovato così in mezzo a un conflitto politico piuttosto sgradevole per me».

Qual è il valore per te più importante?

«Dal punto di vista umano sopra tutte le cose considero fondamentale l’amicizia, che mi è stata d’aiuto anche professionalmente, riuscendo a integrarla nel mio sistema creativo».

Cosa sarebbe Raffaello oggi?

«Nel mondo moderno vedo pochi artisti sociali, fanno quasi tutti riferimento solo al mercato. Per certi versi oggi potrei essere accostato ad Andy Warhol e alla sua Factory, anche se Warhol… be’, diciamolo pure senza falsa modestia, non aveva certo il mio talento!».