Prendersi cura della speranza è curare la persona

Illustrazione di Giulia Pez
Illustrazione di Giulia Pez

Di Margherita Luciani

Il bisogno di speranza riguarda l’uomo, dal concepimento fino alla fine della vita. Nella mia vita travagliata ho avuto occasione di sentire e capire come il tema della speranza sia una questione che accomuna tutti gli esseri umani «sani», «malati»,  poveri  e ricchi. Perché in fondo, nella vita il confine tra sano e malato, tra povero e ricco non esiste: siamo semplicemente tutte persone.

Quando insorge una malattia grave, la domanda diviene senza dubbio più urgente, di fronte alla possibilità o alla probabilità della fine. Come si può vivere felici avendo a disposizione anche le migliori cure, ma non avendo speranza? Pensiamo a un paziente a cui viene detto che farà la miglior cura possibile, ma che non potrà più né guarire, né compiere i piccoli gesti quotidiani che lo rendono felice. Come pensate che possa vivere una persona che subisce una diagnosi di rischio genetico elevato di tumore, se gli si leva la speranza?  A che cosa serve curare il pancreas, il fegato, il sangue se si distrugge la possibilità di guardare al futuro? Come si affrontano i controlli oncologici di routine senza la speranza che vadano bene? Come si guarda la fine della propria vita senza sperare in un senso più grande? Come si guarda la Perdita di una persona cara senza la speranza di poterla un giorno riabbracciare? Proprio per questi motivi, quello che gli psicologi, gli infermieri e i medici dovrebbero curare, è la speranza, prima ancora che la vita, perché senza speranza non ci può essere vita. Tra di noi ci sono figli che hanno perso genitori in tenera età e genitori che hanno perso figli piccoli, adolescenti e giovani: come potremmo continuare a vivere il percorso così duro a cui siamo stati messi di fronte senza una, anche flebile, speranza?

La speranza è desiderio e dono allo stesso momento: è desiderio perché si aspetta e si desidera che qualcosa a cui teniamo molto e di cui abbiamo bisogno, si avveri. Ma è anche dono, perché quando speriamo diamo fiducia a qualcuno o a qualcosa, ci lasciamo andare e lasciamo il controllo di una parte di noi a Dio, alla fortuna, o alle condizioni esterne, a seconda delle nostre credenze. La speranza è l’augurio che facciamo a noi stessi e agli altri quando vogliamo farli stare un po’ meglio: «speriamo bene», «speriamo in una nuova cura», «speriamo che tu possa stare meglio».

È anche un’attesa: dobbiamo mettere in conto che un problema o una malattia potrebbero non migliorare subito, dobbiamo essere capaci di aspettare quando una malattia non si può risolvere, ma poi alla fine, magari troviamo una risposta.

Eugenio Borgna definisce la speranza come «un’apertura nel tempo, come un tempo aperto che vive del futuro e che non si arena nel passato, nelle sabbie del passato immobili e inerziali. Mentre il tempo è, nella sua essenza, separazione e disgiunzione, la speranza tende alla riconciliazione e alla riunificazione; e in questo senso essa è come una memoria del futuro. La speranza come apertura nel tempo è la premessa all’essere insieme agli altri nella solidarietà e nella comunione». La speranza è riconciliazione e movimento, la malattia appiattisce perché tutto si congela. La speranza permette di uscire dal corpo e dalla mente congelati per immaginarsi nuove storie, nuove possibilità di essere nel mondo. Curare la speranza ci permette di immaginare nuovi modi di vivere insieme, di inventare altri legami e altre filiazioni.