La speranza dei giovan nel mondo del lavoro

Illustrazione di Giulia Pez
Illustrazione di Giulia Pez

Di Elisa Legramandi

Ho concluso i miei studi nel 2014, ero carica, piena di iniziativa, di speranze, sapevo che avrei spaccato nel mondo del lavoro. Ho sempre avuto un modo di pensare nordico, ho vissuto in Paesi del nord Europa, anni luce avanti a noi, ero convinta che qui funzionasse come lì: meritocrazia e avanti tutta. E infatti in Italia… mi sono trovata davanti un muro.

Per noi giovani, scaraventati nel mondo del lavoro in piena crisi economica, è stato deleterio. Facile etichettarci come «mammoni», come «pigri». Bello sentire grandi discorsi di ripresa economica, di occupazione lavorativa. Peccato però, che i fatti, nel quotidiano di ciascuno, non rispecchino queste parole.
Trovo che tutto il sistema lavoro in Italia abbia una struttura profondamente sorpassata e, fino a quando non verrà cambiata alla base, non potrà mai stare in piedi. Un edificio pericolante non migliora la sua stabilità solo perché magari è addobbato a festa. O, ancora peggio, solo se lo si racconta come il più bell’edificio esistente. Sempre a rischio crollo resta.

In tutto ciò mi chiedo come ho fatto a trovare la speranza per riuscire a farmi spazio in questo mondo. Probabilmente per puro istinto di sopravvivenza. O forse la scintilla è scoccata quando ho realizzato che l’intero sistema fa acqua da tutte le parti, e quindi mi sono creata il mio lavoro. Sono una libera professionista, inizialmente credevo per necessità, poi mi sono resa conto che lo sono per vocazione.

Credo quindi che la speranza nel mondo del lavoro non possa ridursi a sperare di trovare un’occupazione qualsiasi, o a sperare di arrivare a fine mese, penso sia più qualcosa che spinge a non fossilizzarsi nella propria comfort zone. Se mi fossi adagiata su una situazione lavorativa facile e poco soddisfacente, di sicuro mi sarei evitata un sacco di rotture di scatole, starei però probabilmente lavorando come un ingranaggio arrugginito di un sistema che reputo rotto. Sicuramente, in quanto lavoratrice attiva, faccio comunque parte dello stesso sistema, ma con delle regole che sono anche mie.

Sì, per me la speranza nel lavoro è proprio questo: non accontentarsi e non fermarsi a una situazione scomoda solo per paura di non riuscire a fare altro.
So che non è semplice, so che siamo tutti diversi: chi è imprenditore e chi preferisce lavorare come dipendente. Non c’è nulla di male in ognuna delle scelte, l’importante però, è cercare sempre il meglio per se stessi. Che sia una remunerazione migliore, un ruolo diverso, ritmi differenti… insomma, ciò che può aumentare la nostra felicità.
Certo, inviare tonnellate di CV, che nella maggior parte dei casi non verranno nemmeno aperti, è frustrante. Potrebbe persino farci credere di non valere nulla, di non essere all’altezza. Non è vero! Siamo noi i fautori del nostro lavoro, la speranza non è aspettare che succeda qualcosa, è agire, in un modo o nell’altro, ma non stare fermi.