Pensieri Sconnessi – Camillo Sboroni ritrova pace e sorriso

Illustrazione di Doriano Solinas
Illustrazione di Doriano Solinas

Di Bill Niada

Camillo Sboroni, voleva essere il migliore. In tutto.

Voleva eccellere, primeggiare, battere, sconfiggere, «sodomizzare» la concorrenza… insomma, non c’erano cazzi, voleva essere il numero uno. Sempre!

Ma quello che gli interessava di più erano la patata e il potere.

Spesso nella sua testa andavano insieme e la sua multinazionale americana, quella gigantesca impresa del male di cui era diventato il leader indiscusso nella patria natia, era il suo territorio di conquista. Lì spadroneggiava, umiliando i colleghi con le sue avventure pirotecniche e brutalizzando le colleghe con pretese sessuali a cui non potevano dire di no.

E così era andata avanti per anni, fino a quando non era arrivata la Sirena del Drago D’Alguer, giovane rampolla di una principesca famiglia capitolina.

Lei era semplicemente bellissima, altera, sofisticata, snob, ma sorridente e coltissima.

Aveva studiato in giro per il mondo e poi, in virtù di conoscenze bostoniane dei suoi genitori, era approdata, nel campo delle comunicazione e pubbliche relazioni, nella mirabolante impresa capitanata dallo Sboroni.

Lui aveva provato ad approcciarla in tutti i modi, con inviti a raduni del Rotary in castelli fatati, picchiate sul suo Cessna sopra Saint Motitz e favolose notti al Suvretta, tuffi dal suo Wally di 45 metri nella baia di Portofino e offerte di cene milionarie da chef che spargevano stelle come dei Messia culinari…

Ma un cazzo, sempre rifiuti. Gran sorrisi dal suo ufficetto della comunicazione, e poi delle picche alte come un bambino.

Eccheccazzo, si diceva lo Sboroni, ma chicazzo crede di essere quella sbarbatella sempre con le friulane? Ma non avrà un cazzo di scarpe col tacco poi?

A lui i tacchi gli facevano venire delle vene grosse così. Gli facevano l’effetto Viagra, di cui non aveva bisogno, perché aveva una compilation di «tic tac» di tacchi, dal 4 al 16, che si sparava in cuffia quando voleva fare un figurone col suo archibugio mozzafiato.

Insomma ne stava facendo una malattia. La Del Drago d’Alguer era la sua ossessione, il suo chiodo fisso, il suo sogno ricorrente e le sbavava tutti i giorni dietro, tanto che era andato a farsi visitare da un otorinolaringoiatra per capire come arrestare quella salivazione tracimante, perché era imbarazzante provare a parlarle e trovarsi ad asciugarle la scrivania. 

Poi, un giorno, il lampo d’illuminazione. Non doveva corteggiarla con quello che piaceva a lui, ma con quello che piaceva a lei!

Sono un genio, s’era detto.

Lei stravedeva per l’arte. I Del Drago d’Alguer avevano una delle più belle collezioni di Tintoretto e Pistoletto e andava a tutte le mostre che c’erano in giro per il mondo. Era anche una straordinaria lettrice di classici e aveva sempre con sé libri e libretti rilegati in pelle. Nella pausa pranzo si metteva a leggere spiluccando un’insalata d’avocado e crevettes, con le cuffiette bluetooth e, battendo il fiabesco piedino al ritmo di Ravel, leggeva Proust e Stendhal.

E così lo Sboroni aveva iniziato a comprare opere a nastro, anche se di arte moderna non ci capiva un’acca, mettendole dovunque, nel suo ufficio al dodicesimo piano, nella sala del CDA, nella hall, in mensa e perfino nel bagno degli ospiti. Però tutto con i soldi degli americani, perché, eccheccazzo, lui rimaneva il più furbo di tutti!

Aveva anche comperato le collezioni intere, in originale, del Cervantes e di Boris Vian (per darsi un tocco di originalità) e faceva finta di leggere tutto il tempo, tra una riunione e l’altra, tra una call con gli USA e un incontro con la Confindustria. In realtà leggere gli aveva sempre fatto cagare e preferiva il calcio, i videogiochi porno e spedire barzellette sconce ai suoi amici avvocati famosi o ai colleghi top manager di altre imprese fantasmagoriche. Loro stavano in ufficio fino a tardi per organizzarsi partite di golf o cene con giovani amanti stagiste, ma trovavano sempre il tempo per rispondergli.

Però anche così aveva fatto cilecca e iniziava ad andare in pezzi. Era un cencio, moscio come una vecchia mutanda sporca e non aveva più voglia di vivere. Si sentiva uno zero e gli americani lo avevano notato. Gli avevano detto: «Listen Sboron, o si tira su o la mandiamo giù», intendendo al piano sotto, che voleva dire l’onta del declassamento.

Ecchecazzo quello mai!

Ormai si vergognava perfino di presentarsi in ufficio.

Poi, un giorno, sua figlia gli aveva detto che la sua amica Sofia era parente della Sirena Del Drago D’Alguer. Gli aveva anche detto che lei impazziva per una mostra che organizzava la fondazione dove lavorava Sofia, Cicatrici, e che spesso faceva volontariato da loro.

Lui prese il coraggio a quattro mani e chiamò la Sofia, dicendole: «Ti sponsorizzo una grande statua di Cicatrici! La metteremo sul Duomo, di fianco alla Madonnina. Sarà una Sirena!».

La Sofia gli aveva risposto: «Grazie! Venga a trovarci così ne parliamo».

E così, inconsapevolmente, la Sirena aveva introdotto lo Sboroni al magico mondo del volontariato, oltre che dell’arte, ma quella vera, non quella dell’apparire…

Ora sembra che lui sia diventato un suo buon amico, e che lei abbia anche iniziato a mettere il tacco 4 e ad apprezzare gli chef stellati, ma su quello non ci son certezze, mentre è vero che ci sarà una nuova statua a dominare Milano, in memoria della pandemia e per merito dello Sboroni vincente, perdente, ma ora un po’ più sorridente.

Bill