La storia di Camillo Sboroni, il numero uno del sesso.

Di Bill Niada

Camillo Sboroni voleva essere il numero uno, in tutto, anche nel sesso.

Da piccolo era diventato il numero uno delle seghe. Un vero funambolo, se le faceva seduto, in piedi, su una gamba sola, facendo la verticale sulla testa, voltato all’indietro a braccia conserte e perfino a occhi chiusi. A scuola, in classe, non lo batteva nessuno. Il suo record era stato settantaquattro in un giorno, ma poi aveva dovuto prendersi una pausa, perché all’ultima gli stava prendendo fuoco: come il bastoncino nel legnetto dei boy scout, aveva iniziato a fumare e fare scintille e si era dovuto arrestare.

Un mese di stop che gli era costato troppo…

Quella fu la prima lezione che la vita gli diede.

Poi aveva ripreso con una professionalità ferrea, diventando un vero virtuoso. Se le faceva con la destra, la sinistra, a due mani e perfino coll’incavo del gomito. Si narra che una volta, sull’ottovolante, se ne fosse fatta una coi piedi, urlando in picchiata nel carrellino con le braccia alzate. Un vero spettacolo, immortalato alla fine della corsa dall’istantanea appesa in salotto dalla sua mamma che stravedeva per lui.

Poi all’età di 15 anni ebbe una visione. La patata di Ginetta, sua cugina di 14, mentre si faceva la doccia a Finale Ligure.

Fu uno choc, un’illuminazione. Gli si bloccarono le mani e mai più riuscì ad usarle. Da allora non più branzini, solamente patate! Un vegano del sesso.

Basta seghe, ora ci dava dentro con la scopa. Voleva cambiare musica, tutti i giorni una trombatina!
Così ebbe inizio una carriera da erotomane. Un vero drogato del sesso. Affamato di clitoridi, buchi, umori, “profumi”, Monti di Venere e capezzoli. Li sognava di notte, li desiderava con tutto se stesso, faceva fioretti per averli, scialacquava patrimoni per leccarli.

Un pensiero fisso che lo faceva viaggiare giorno e notte alla ricerca della gnocca e del piacere. Un clochard della mona.

Però era un egoista, non gli interessava scambiare piacere, solo averlo a piene mani, senza considerare desideri e affetti altrui. Non si fermava davanti a niente e nessuno.

Era anche un senza Dio, senza religione e senza amore. Solo il piacere nudo e crudo. Sognava di farlo con scoiattole, cinciallegre, donnole e porcospine, ma quella volta si svegliò col pube irritato e decise di dare un taglio al sesso onirico.

Però Camillo Sboroni era un arrivista anche nel resto della sua vita e aveva fatto una carriera sfolgorante in azienda. Era diventato il numero uno anche lì! A capo di una multinazionale americana, dettava legge.

La mattina quando arrivava faceva inginocchiare il suo stuolo di segretarie e gli passava davanti con l’archibugio eretto fermandosi davanti a ognuna. Loro dovevano lodare quell’arnese dirigenziale con commenti creativi ed entusiastici: Che glande! Superlativo! Bello e misterioso. Che impennata!

Che occhi stupendi…

Alla fine il commento migliore veniva premiato con un fuori programma, che fuori programma non era, perché si rinnovava tutti i giorni, dentro alla sala riunioni dove teneva un’attrezzatura sadomaso nel frigo bar. I mugolii e gli ansimi venivano registrati e trasmessi in podcast sull’intranet delle risorse umane, a dimostrazione della virilità del capo aziendale.

Perfino il Duce sarebbe impallidito davanti alle imprese sessuali di Camillo Sboroni.

Però stava esagerando e certe voci arrivarono sul tavolo degli americani. Anzi arrivò un podcast con la Paoloni della reception, quella con le tette grosse e col vocione. Gli americani, prude e politically correct, all’inizio non capirono, perché sembravano i bramiti di un cervo in calore, poi lo chiamarono a Cincinnati per avere spiegazioni.

Camillo Sboroni negò, negò e ancora negò, ma ad un esame del liquido seminale sulla Bic della Paoloni, la verità saltò a galla.

Venne messo alla porta e la sua vita naufragò. Si lascio andare. Iniziò a bere e a drogarsi, non più di sesso, ma coi lubrificanti avanzati nel comodino. Un relitto.

Poi un giorno, al bar, incontrò il Gianca, suo compagno dell’oratorio col quale aveva condiviso qualche avventura e la squadra di pallone in «promozionale». Lui gli disse: «Dai, vieni un giorno dai miei ragazzi. Vedrai che ti piacerà. Scriviamo un giornale, il Bullone. Parla di storie vere con giovani che hanno passato una vita tosta. Nel prossimo numero si parla di sesso, magari ci puoi raccontare qualcosa sulla tua vita».

Lui ci pensò su, poi disse: «Va beh, ci provo…».

E così Camillo Sboroni divenne un fisso del Bullone con la sua rubrica sui vincenti perdenti redenti e, per questa volta, sessodipendenti.

Bill