Lettera a Patrick Zaki Il ragazzo simbolo della libertà negata.

Caro Patrick, non hai scelto tu di diventare un simbolo di libertà negata, non in queste circostanze. Quello che posso prometterti è che ci sarà sempre una parte di noi che continuerà a tener viva l’attenzione su di te, per raccontare la tua storia anche a chi non la conosce. Così saremo tanti, sempre di più. Forse questo potrà aiutarti a sentirti meno solo.

Di Alessandra Vismara

Ciao Patrick,

non ci siamo mai visti, eppure il tuo volto in questi mesi mi è diventato così familiare. Ho imparato a riconoscerlo tra le foto che circolano sui social, leggendo gli articoli che parlano di te. Ti ritraggono con un viso sorridente che ispira simpatia e gli occhi penetranti di chi osa sollevare lo sguardo per scrutare in profondità. Non ti ho mai incontrato eppure avremmo potuto benissimo incrociarci nei corridoi dell’università, o almeno così mi piace immaginare, anche se io in quella di Bologna non ci ho mai messo piede, ma sotto certi aspetti tutte le università italiane si assomigliano. Sai, in questo periodo la tua città non ti ha dimenticato: hai impresso il tuo volto non solo nelle aule dell’Ateneo, ma anche sugli edifici della tua Bologna. La città ha riconosciuto in te uno studente meritevole su cui investire e tu l’hai ricompensata arricchendola con la tua umanità e dedizione.

Cosa è cambiao in un anno

Ormai è da oltre un anno che non ti è più permesso di fare lì ritorno, ma camminando per le strade ti accorgeresti di come in tua assenza la situazione sia cambiata. È trascorso un anno in cui il mondo sembra essersi rivoltato e in cui si fa fatica a riconoscersi. Siamo stati sopraffatti da un virus che fino a poco tempo fa nemmeno aveva un nome, una malattia che colpisce senza discriminazioni. Saranno arrivati anche a te gli echi di questa pandemia che ignora i confini tracciati dagli uomini e ci svela quanto il mondo sia intimamente connesso. Eppure, proprio in questa situazione di emergenza, l’ingiustizia che ti ha colpito deve interessarci più che mai e non possiamo lasciare che venga risucchiata nel vortice delle notizie. È ancora più importante perché ci ricorda che sebbene abbiamo dovuto rassegnarci ad alcune situazioni quali il virus e la malattia, la tua incarcerazione non possiamo accettarla come un semplice dato di fatto. Dobbiamo opporci a questi meccanismi di controllo del potere e di soppressione del dissenso, perché è qualcosa che si può cambiare, che deve cambiare. Tu hai subito un crimine fatto da un uomo ad un altro uomo per il solo fatto di essere umano. E cosa c’è di più umano di pensare ed esprimere le proprie idee? È il fulcro della nostra essenza.

Simbolo di libertà negata

Questi mesi in carcere devono essere stai i più duri per te e per i tuoi cari: le visite negate, le udienze posticipate sempre più in là, i momenti di privazione… Mesi che sono poi divenuti un anno. Hanno detto però, che tra quelle quattro mura il tuo desiderio è stato ancora una volta di riavere i tuoi libri per poter studiare. Forse è questo di te che fa più paura a chi lì ti ha rinchiuso: la tua sete interiore di conoscenza che mira a un sapere non fine a se stesso, ma per il bene comune.

Caro Patrick, non hai scelto tu di diventare un simbolo di libertà negata, non in queste circostanze. Quello che posso prometterti è che ci sarà sempre una parte di noi che continuerà a tener viva l’attenzione su di te, per raccontare la tua storia anche a chi non la conosce. Così saremo tanti, sempre di più. Forse questo potrà aiutarti a sentirti meno solo. E un giorno, quanto più vicino possibile, sul tuo volto potrà ritornare il sorriso, per essere immortalato in nuove fotografie.