Il Libro A Staffetta IX – L’ombra della madre ferma Matilde mentre bacia Riccardo

Illustrazione di Giulia Pez
Illustrazione di Giulia Pez

Il riassunto dei primi otto capitoli

Lapo e Riccardo sono due amici. Riccardo vuole scrivere un libro ma si blocca davanti al foglio bianco. Lapo lo prende in giro mentre camminano per Milano. Riccardo racconta di un incontro al semaforo tra via Santa Sofia e corso Italia con una bella ragazza dagli occhi verdi e i capelli neri. Lapo corre in soccorso dell’a- mico e con un’app di tracciamento riesce ad individuare la misteriosa ragazza con un borsone nero. Un borsone che usano le ragazze che vanno all’Accademia della Scala.
«Trovata, si va» dice Lapo all’amico. La ragazza si chiama Matilde. Matilde viene inseguita dai due ragazzi e corteggiata fino alla stazione. Riccardo, Lapo, Matilde parlano di tutto, anche di Puccini e Pavarotti. Ma a un certo punto Matilde sembra di scorgere tra la folla sua madre. Un grande dubbio, un tormento. Ora vuole rimanere da sola. C’è il bisogno di contare, di esserci, di bene. Matilde ha dentro di se’ dei vuoti. Da colmare. Ha bisogno, forse, di baci.

Di Laura Bazzarello

Ferma. Quasi paralizzata. Matilde fissava, con i suoi grandi occhi verdi e il suo borsone nero in spalla, quel palazzo signorile di Via Olmetto, domandandosi se la decisione presa fosse la più giusta per lei.
In fondo non aveva mai fatto qualcosa di sconsiderato in vita sua, abituata a una disciplina così rigida e rigorosa come la danza. Passare il lockdown con un perfetto sconosciuto, «che follia!» pensava. Una scelta così folle e istintiva che, per qualche secondo, le fece provare un senso di adrenalina mista a libertà che solamente ballando aveva sperimentato. Fu proprio quella sensazione, così appassionata e sublime, che le fece prendere coraggio. Citofono 127.

«Matilde?» rispose Lapo dall’altro capo del citofono.
«Ehm… si, sono io! » controbatté la ragazza con voce ancora titubante.
«Piano terra ma ti veniamo incontro noi! »
«Noi?» esclamò Matilde quando ormai Lapo aveva attaccato il citofono.
Fece un respiro a pieni polmoni per assaporare l’aria mattutina che le sarebbe mancata per qualche tempo a causa delle restrizioni in vigore per il contenimento della pandemia, ed entrò dal vecchio portone. In lontananza scorse due sagome che subito le diedero un’impressione di familiarità. A ogni passo, i volti dei due ragazzi, si facevano sempre più nitidi.
«Matilde!» esclamò sorridendo stupito ma felice Riccardo. Matilde era sorpresa: «Ancora voi due?»
«Il Destino… » disse Riccardo immediatamente interrotto da Lapo per evitare che l’amico potesse
dire qualche stupidata di cui sicuramente si sarebbe pentito.
«Non rimaniamo qui fuori, entriamo!» aggiunse Lapo.

Una volta entrati in casa, Matilde, si sistemò in una delle stanze ottocentesche che Lapo aveva preparato con cura per la sua nuova coinquilina. Al centro c’era un grosso letto alto, pieno di cuscini. Un bellissimo e antico lampadario donava luce alla stanza; un grosso armadio e un comò accanto completavano l’arredo di quella stanza così già ricca di particolari. Contrariamente agli altri lockdown, questa volta a Matilde non sarebbe di certo mancato lo spazio per potersi rinchiudere in sé stessa, per scavare dentro i suoi pensieri. Quei pensieri che non riusciva a comporre e che la rendevano sempre con la testa sopra le nuvole.

I primi giorni passarono in tranquillità, tra serie televisive spesso iniziate e lasciate incompiute, qualche canna da parte dei due ragazzi, un po’ di musica e le solite chiacchiere a cui però Matilde non partecipava spesso destando parecchia curiosità e numerose domande. Era una ragazza così particolare, così schiva che sembrava non avere passato. Si chiedevano come mai Matilde sfuggiva
sempre a qualsiasi tipo di conversazione meno superficiale. Lapo trascorreva molto tempo al computer. Dal primo incontro che avevano avuto con Matilde si era messo in testa di voler creare un’App sofisticata e alla portata di tutti per poter rintracciare persone sconosciute incontrate casualmente o di cui non si avevano più notizie: era questa la sua nuova missione! Riccardo, invece, dedicava un’ora al giorno al suo libro, o meglio, alla sua pagina bianca, che non sporcava neanche con un segno di biro. Bianca. Vuota. Come la sua mente quando tentava di scrivere qualcosa. Vuota. Come molto spesso percepiva la sua anima. E infine Matilde ballava. Sì, perché la scuola di danza, diversamente da quanto non avessero detto all’inizio, aveva dovuto chiudere, gettando Matilde nello sconforto più totale.

Si esercitava come poteva, tra jeté, arabesque, balancé e pirouette, colmando ad ogni passo quel vuoto che sentiva dentro. Erano quelli i momenti che più le appartenevano, che più le conferivano un senso. Ogni sera si annotava su un vecchio diario, regalatole da nonna Mimì, tutti i passi di danza che aveva provato durante il giorno e le relative emozioni avvertite. Il suo modo per esprimersi e rimettere in ordine il caos della sua mente era quello, l’arte nelle sue forme più sfaccettate. La danza, la scrittura, le note della musica in cui perdersi. Era quello il valore assoluto di Matilde.

Laura Bazzarello interpretata da Chiara Bosna

Le giornate continuavano a trascorrere, monotone e ripetitive. Tutti i giorni erano scanditi dalle stesse azioni. Niente di nuovo, niente di minimamente interessante.
«Ragazzi vi va se stasera mangiamo la pasta al sugo?» gridò Lapo seduto alla sua solita postazione davanti al PC e che, come sempre, non aveva minimamente voglia di preparare la cena.
«Va bene!» esclamò Matilde senza troppi indugi. La ragazza si sporse dallo stipite della porta di Riccardo che non aveva ancora risposto all’amico.
«Posso?» disse Matilde con tono stridulo, rompendo il silenzio di quell’ attimo. Riccardo ritornò sulla Terra: «Entra pure!»
La ragazza si avvicinò, sedendosi su un piccolo pouf verde adagiato di fianco la scrivania.
«Blocco dello scrittore eh?» esclamò Matilde. Riccardo tirò su la testa nuovamente china sul foglio bianco: «Diciamo soltanto blocco. Non ho mai scritto niente».
«Non è semplice riordinare le idee, non te ne devi fare una colpa. Quando arriverà la storia giusta te ne accorgerai» replicò Matilde che aggiunse dopo un momento di esitazione: «Sai anche a me capita di scrivere… per lo più pensieri e qualche poesia».

Quelle parole furono seguite dal silenzio, un silenzio che fece capire ai due che, dopotutto, non erano poi così tanto diversi. Due menti talvolta assorte e distanti dal mondo da non lasciar spazio a nessun altro di poterle comprendere. Fino a quel momento Matilde non si era mai interessata veramente all’universo interiore di qualcuno, figuriamoci quello di Riccardo ma, quell’espressione
persa le era troppo familiare per lasciarla indifferente. Matilde e Riccardo, iniziarono una danza di sguardi sempre più intensi. Si fissavano senza dire niente. I loro occhi però non erano vuoti come al solito, avevano la luce di chi ha capito di non essere solo.
Provarono un irrefrenabile desiderio. Quelle sensazioni tanto sconosciute a Matilde quando a Riccardo stavano prendendo il sopravvento. Riccardo accarezzò il suo viso, spostando una ciocca di capelli neri che le cadevano lungo il volto.

«Sei ancora più bella con questa luce» disse il ragazzo che, allungandosi verso di lei in maniera del tutto istintiva, la baciò.
Matilde rimase ferma per un secondo ma immediatamente si fece trasportare da quelle incredibili sensazioni che aveva solo immaginato nella sua mente fino a quel momento. Aveva sempre desiderato di vivere un’emozione così forte e viva ma, vuoi per la sua timidezza o per gli incontri sbagliati che aveva fatto fino a quel momento, non era mai riuscita a lasciarsi andare. La passione tra i due cresceva e nel giro di pochi attimi si ritrovarono nel grande letto pieno di cuscini di Riccardo.
Ma in quel momento… Immobile. Ferma. Una piccolissima Matilde fissava impaurita la scena da dietro la porta. Mamma Teresa era sdraiata sul letto che si dimenava. Sopra di lei un uomo che le teneva le mani ferme, lasciandole solo per una frazione di secondo per schiaffeggiarle il volto. Era una scena a cui la piccola assisteva quasi ogni sera dopo la morte del padre. Quelle aggressioni non erano solo ai danni della povera madre ma anche di Matilde che aveva deciso di rimuovere, fino a quel momento, tutti gli episodi dalla sua mente.

Aveva dimenticato tutto. Pochi, pochissimi i ricordi legati alla madre e alla sua infanzia. Non voleva più soffrire e per lei, avere quei buchi temporali, era l’unico modo per proteggersi. Le urla. I pianti. Le aggressioni. Le porte che sbattevano. Le bottiglie sparse tra cucina, salotto e camera da letto. Tutto tornò nitido. Mamma Teresa non aveva mai avuto buone compagnie, e di errori, specialmente dopo la morte del marito, ne aveva fatti tanti. Le pessime decisioni che aveva preso erano ricadute
sulla piccola figlioletta che, inconsapevolmente, subiva tutto. Immatura e impreparata. Inadeguata ed egoista. Erano queste le giustificazioni che Teresa si continuava a dare per l’abbandono della figlia, non avendo neanche provato a fare un passo in direzione del cambiamento. Nella mente di Matilde tutto cominciò ad apparirle più chiaro…
«Spostati!» urlò d’improvviso Matilde spingendo via Riccardo da sopra di sé.
«Matilde…» disse il ragazzo con tono preoccupato. Ormai era corsa via. In lacrime, sbattendo dietro di sé la porta di legno pesante della camera di Riccardo.

Questa volta il suo rifugio sarebbe stata la sua stanza. Ma come potersi nascondere da quel ricordo improvviso? Come potersi nascondere da ciò che piano piano stava riaffiorando alla mente? Si stese sul letto a pancia in su, fissando il soffitto. I singhiozzi si erano placati. In quell’esatto istante Matilde smise di sentirsi in colpa. Sua mamma non l’aveva abbandonata perché lei era immeritevole d’amore, ma perché, per amore – in quel momento travestito da puro egoismo -, aveva dovuto salvarla. Decidendo di lasciarla alle cure amorevoli della nonna, Matilde aveva potuto vivere, imparare e coltivare delle grandi passioni. Tutto era capitato per una ragione e quell’interpretazione, era il senso che Matilde voleva dargli.
La pasta è pronta. Riccardo e Lapo sono, come ogni sera, seduti al tavolo rettangolare della sala da pranzo. Lapo è a capotavola con un piatto stracolmo di pasta fumante e un calice di vino rosso. Riccardo gli siede accanto, anche lui con il piatto davanti ma molto meno abbondante di quello dell’amico. Non ha molto appetito, è ancora scosso dall’accaduto che però non ha ancora avuto il coraggio di raccontare a Lapo.
«Dovete aiutarmi a trovare una persona!» esclama Matilde apparendo improvvisamente nella stanza e rompendo il silenzio.