Conversazione su “il mio tempo”. Come lo percepiamo.

Maddalena Fiorentini, Ada Baldovin, Edoardo Hensemberger, Oriana Gullone, la nostra coordinatrice della redazione, Sofia Segre Reinach, con il nostro direttore Giancarlo Perego, hanno voluto fare una conversazione sul nostro tempo. L’idea è partita da Edoardo sfiorando il senso della malattia, aggiungendo i momenti durante il lockdown. È nata questa conversazione che vi proponiamo rigirando a voi la domanda: ma qual è il vostro tempo?

Una conversazione sul tempo. Poche certezze, tante verità.

Oriana: Quando ci si trova a fare i conti con una malattia la percezione del tempo cambia, a me è successo quando stavo iniziando a costruire la mia vita, di colpo si è congelato tutto, la vita fino a quel momento si è azzerata e il mio atteggiamento nei confronti del futuro è cambiato radicalmente, niente era più dato per scontato. La pandemia ha creato uno stop non molto diverso, anche se questo virus riguarda tutti, è come se fossimo in una gigantesca bolla senza sapere quando finirà.

Maddalena: Il tempo è soggettivo al 100%, oggi è troppo dentro alle nostre vite, non saremmo in grado di vivere senza. Migliaia di anni fa non era una cosa certa che il sole sorgesse dopo la notte, e invece noi oggi possiamo dare per scontato il domani, e di conseguenza tendiamo a rimandare spesso le cose da fare, fino a quando arriva una pandemia globale che mette nuovamente in dubbio le nostre possibilità.

Ada: È la concezione stessa del tempo ad essere mutata con gli anni, prima non esisteva la divisione in ore minuti o secondi, semplicemente ci si basava sulla luna e sui tempi dell’agricoltura. La divisione del tempo è un’invenzione dell’uomo, in natura non esiste il secondo, ognuno è libero di contare il tempo a modo proprio. Quest’anno della pandemia mi sembra sia volato, è passato senza che me ne accorgessi, vivere tutte le stagioni da casa ha fatto sì che fosse tutto uguale ed è inutile contare i giorni, quando questi passano tutti alla stessa maniera. Col passare del tempo mi sembra che crescere diventi una cosa terribile, ho poco tempo per fare le cose e non sono in grado di definire se e quando riuscirò a raggiungere i miei obiettivi. Per quel che riguarda la mia malattia, non credo che influenzi la mia percezione del tempo, perché avendocela dalla nascita non ho un confronto con la vita da sana, questa è la mia normalità.

Edoardo: Credo che il tempo in sé abbia due componenti, una molto concreta e una molto astratta, la prima comprende la nostra quotidianità e il susseguirsi degli eventi che ci circondano, ci rendiamo conto del tempo che passa e siamo in grado di misurarlo; la seconda invece, prevede che in una giornata possa esserci un momento unico che sembra non finire mai e che cerchiamo di riempire sempre in modo diverso.  Il tempo scorre e le nostre emozioni cambiano, passiamo da 5 minuti felici a 5 minuti arrabbiati quasi senza rendercene conto; sono passati 10 minuti è vero, ma accanto al tempo, scorre parallelamente anche la nostra personalità, rendendo il tutto più complicato. La durata di un secondo è irrilevante, non lo è per niente la durata di un momento, e un momento in cui viviamo qualcosa, vale molto più di un giorno solare.

La paura del tempo

Giancarlo: Il tempo sorprende e in certi casi fa anche paura, cosa ne pensate?

A.: Io ho smesso di capirlo, non credo faccia paura, e ultimamente è difficile pensare che possa sorprendere. Stare a casa mi ha tolto ogni stimolo e mi sono resa conto che anche le piccole cose, come prendere la metro e andare fisicamente al lavoro, mi piacevano molto. L’idea di incontrare persone sconosciute, parlare con gli amici, interagire col mondo, la normalità insomma, il fatto che sia scomparsa, mi ha bloccata completamente.

M.: Il tempo fa paura nelle cose concrete, quando dovevo partire per l’Australia per 3 mesi mi sembrava un tempo lunghissimo ed ero spaventata; ma così come fa paura, può anche darci sollievo, soprattutto quando ci separa da un evento complesso (come una verifica o un esame) e ci dà l’occasione di prepararci al meglio. Non è il tempo in sé a fare paura, è il modo in cui lo impieghiamo a spaventarci. Perché diciamo che il tempo cura le ferite? Cosa fa sì che con lo scorrere del tempo un dolore si attenui e una ferita si richiuda? È difficile capire come faccia il tempo ad aiutarci, se neanche siamo convinti di che cosa sia.

G.: Quindi quando il tempo è concreto e siamo in grado di controllarlo, come nel caso di un esame che si avvicina, siamo più tranquilli; se invece si parla di ferite e dolore, restiamo con una manciata di domande senza risposta. Il tempo è elastico, a seconda di come lo viviamo, può essere assoluto o soggettivo.

Come percepiamo il tempo

O.: Se ci pensiamo, la nostra parentesi sulla Terra è microscopica, rispetto al tempo assoluto siamo insignificanti, eppure la nostra percezione è totalmente diversa. Quando passavo le estati al miniclub coi bambini, rimanevo sempre stupita che si ricordassero di me anche dopo tanto tempo, ma effettivamente per la vita di un bambino di 5 anni una settimana è molto più lunga che per un adulto, in cui i ricordi restano meno impressi.

E.: Parlando di percezione del tempo mi sono reso conto crescendo, durante i miei svariati ricoveri ospedalieri, di quanto due settimane in ospedale passino con una tempistica molto più lenta rispetto a due settimane di vita normale. In ospedale succedono meno cose, eppure il tempo è più dilatato, quindi la questione non è quanto diventi grande: quello che conta è sempre come viene impiegato il passare del tempo. Per capire le ferite curate dal tempo invece, credo si debba tornare alle emozioni. Più il tempo passa, più si rimarginano le ferite, questo è innegabile, ma più ferite devi rimarginare, più la tua sfera emotiva si riduce, fino a quando il tempo in cui una ferita è curata è sempre più corto e le emozioni sempre meno intense. La nostra gamma emotiva si riduce e alla lunga ci si trova sulla strada per l’apatia.

A.: Il tempo rimargina le ferite, ma è difficile. Lo scorso febbraio è mancato mio padre, ho vissuto la fase del lutto, ma perdere un genitore e poi ritrovarsi in casa senza poter vedere nessuno e senza potersi svagare, è molto più pesante. Da quando non c’è più è come se il mio tempo si fosse dilatato tantissimo, perché penso a tutti gli anni che vivrò senza poterlo vedere più. Dopo un anno non ho ancora superato questa ferita.

Il tempo come strumento

G.: Non mi sono mai confrontato col tempo; il mio tempo era scandito dalle cose che facevo. Adesso invece, arrivato a 67 anni devo fare i conti con quello che mi rimane da vivere, e faccio molta fatica trovare il mio equilibrio se mi concentro su questo, preferisco passarci sopra senza dargli peso, ma allo stesso tempo preparando la mia successione. Questo virus mi ha fatto molta paura, perché vorrei morire senza dover passare dal respiratore, non lo sopporterei. Il mio tempo è scandito dall’attesa, ed è anche grazie all’attesa che ne ho scoperto l’esistenza: prima era relativizzato, lo gestivo come volevo. Adesso lo capisco meglio.

Sofia: Quando ero più giovane il tempo per me era uno strumento con cui giocare, potevo fregarmene, invece adesso, a 36 anni, mi chiedo dove sia finito tutto quel tempo con cui giocavo, in cosa sono cresciuta e in cosa invece no. Il mio tempo oggi è diventato un’urgenza, urgenza di portare delle trasformazioni nella mia vita, sulla base di quello che è il mio presente, ma anche guardando al passato. Mi rendo conto che il tempo è storia, un percorso fatto giorno per giorno, di passato, presente e futuro.

E.: Quando hai una malattia, specie se da tutta la vita, sei forzato a fare una riflessione sul tempo fin dall’inizio, non ricordo momenti della mia vita in cui il tempo non avesse importanza. Per questo credo che da un certo momento in avanti, il tempo diventi quasi inutile; arriva un momento in cui tutto quello che si può fare nella vita poteva essere fatto prima, ed è inutile andare oltre quel momento. È una cosa che mi fa paura, perché non so quanto sarò capace di fare nella mia vita, se dovessi ritrovarmi tra cinque anni senza essere cambiato, sarebbe un disastro. Far passare il tempo restando fermo nello stesso punto mi terrorizza.

O.: Quando avevo 22 anni ho fatto un incidente stradale, ne sono uscita illesa ma ho rischiato parecchio; è da quel momento che ho cominciato a ragionare il tempo in maniera diversa, la mia percezione è cambiata. Sono ripartita con un pensiero: «se dovessi morire domani mi sentirei a posto con ciò che ho fatto?», che è stato subito seguito da «e se invece dovessi morire dopodomani, cosa vorrei aver fatto domani?». Sono ripartita da qui per organizzare la mia vita. Dovremmo ricominciare ad avere più rispetto del tempo, dei nostri tempi; tutto quello che abbiamo fatto nella vita ci ha reso le persone che siamo adesso, non ha senso nascondere il nostro passato, e quando stiamo male dobbiamo concederci il tempo di stare male, senza dispensare sorrisi e allegria a tutti i costi.

M.: A quasi 18 anni si tende sempre a confrontarsi con gli altri, per capire se si è al passo, se si è in anticipo o in ritardo; io cerco di non pensare a dove sono rispetto al resto, e così, per adesso, la paura di non essere abbastanza o di non cambiare abbastanza, non mi appartiene. Certo ho quasi finito il liceo, voglio studiare medicina e di conseguenza il futuro incombe sul mio presente, però vivo un pezzo alla volta, senza mettermi fretta.

G.: Ada cosa ne pensi del rispetto del tempo?

Fare un bilancio

A.: Credo che valga fino a un certo punto, il mondo non è certo lì ad aspettare me, il tempo va avanti. A prescindere da tutto la vita continua, è giusto che ognuno si prenda le pause di cui ha bisogno, però non si può pensare che gli altri si fermino ad aspettare.

G.: Il mio consiglio è di fare un solo bilancio della vita, quando si arriva a 50 anni. Prima bisogna fare tutto quello che si può, e poi arrivati a mezzo secolo, girarsi e rendersi conto di dove si è arrivati, se c’è ancora strada da fare o se va bene così. Vi invito però a capire prima possibile quello che vi piace di più, e non parlo degli obiettivi futuri, ma di quello che vi piace adesso.

A.: Io credo di aver già fatto un bilancio quando avevo 21 anni. Tra i 16 e i 20 ho vissuto un’adolescenza un po’ turbolenta in cui il tempo mi sembrava fosse infinito e potevo fare tutto quello che volevo, poi mi sono resa conto di aver sprecato gran parte di quel periodo, come se fossi rimasta immobile per 4 anni. È come lo si vuole vivere il tempo che fa la differenza, da quando ho capito che non stavo combinando niente, il tempo è cambiato, ha acquisito un valore che prima non aveva. Vivere il tempo è una scelta.

E.: Il rischio di scegliere il tempo da vivere è che poi diventi troppo pesante. Se ogni cosa è una scelta, poi si finisce per perdere delle occasioni solo perché non ci sembravano abbastanza importanti, e questo chiude le porte a tante strade che la leggerezza avrebbe portato nella nostra vita. Ci vuole un bilanciamento, come per ogni cosa, tra la «scelta» e il «prenderla come viene». Vorrei chiudere la mia parte dicendo che ci serve solo un modo per passare il tempo, tutto il resto è inutile, ed è proprio quando questo modo non ce l’abbiamo che ce ne rendiamo conto. Nella vita, da quando nasciamo a quando moriamo, l’unica cosa che ci serve davvero è passare il tempo nel miglior modo possibile.

O.: Il bello di perdere tempo coscientemente è che ti lascia sempre qualcosa, senza dover pensare a come potrebbe essere impiegato meglio, semplicemente va bene così, perché ti va. Ci sono dei momenti in cui perdere tempo è la cosa più giusta da fare, perché lo senti dentro di te.

M.: «La morte è ciò che dà alla vita significato». Non mi ricordo chi l’abbia detto, ma sono d’accordo. Occupiamo il tempo, andiamo avanti e si vedrà.

A.: A questo punto la mia frase a effetto è: pensa a chi vuoi essere, e cerca di diventare quella persona nel tempo che hai.

G.: Non lo so cos’è il tempo. Forse una grande sega mentale che nasconde la verità.