Intervista al dottor Furio Ravera. L’importanza delle comunità

Di Edoardo Grandi

Dottor Ravera, nella cura delle tossicodipendenze fino a che punto è possibile fare del bene senza fare anche involontariamente del male?

«Il tema è molto ampio. Rispondo da psichiatra con una premessa: ciò che rende possibile una cura è la coscienza di malattia da parte del paziente, e che lui sia egodistonico nei confronti della propria malattia. Vale a dire che la deve odiare, come tutti odiano il cancro. Il cancro lo odi: è molto più difficile essere egodistonici verso una malattia che è intrecciata con un malinteso senso del piacere. C’è in corso un atto corruttivo della mente, e l’alleanza terapeutica è più difficile. In ogni caso non dobbiamo mai pensare di poter violare le libertà e i diritti individuali. Come medici non dobbiamo mai fare del male, questo è nel giuramento di Ippocrate, è quasi superfluo dirlo. Forse il male può essere rappresentato a volte dalla sofferenza nell’affrontare alcuni temi interiori. Non è che si faccia male al paziente, ma nell’affrontare certi traumi questa sofferenza può emergere, e noi abbiamo il dovere di condividerla bene e supportare chi prova dolore. Le famiglie devono in qualche modo accettare il conflitto con i figli o il congiunto, per far capire quanto la malattia sia dannosa, e generare così possibilità terapeutiche».

Quali sono stati gli inizi della sua esperienza in questo campo?

«Nei primissimi anni 80, quando in Italia l’eroina dilagava, con il dottor Roberto Bertolli abbiamo costituito un reparto per la disintossicazione presso la Casa di cura Le Betulle, che prevedeva anche un accompagnamento post-cura clinica. Allora in Italia non esistevano molte comunità terapeutiche, e per fortuna abbiamo presto intercettato la struttura canadese di Portage, che aveva una metodologia già ben collaudata. Abbiamo così iniziato a inviarvi tante ragazze e ragazzi per proseguire il lavoro di disintossicazione avviato alle Betulle. Quando i pazienti tornavano, ci trovavamo di fronte a quello che era quasi un miracolo, con cambiamenti veramente grossi dopo un anno e mezzo circa di permanenza in comunità. Da lì la collaborazione con il centro di Portage è proseguita ampliandosi: gli operatori chiedevano che i ragazzi inviati presso di loro fossero preparati, dovevano sapere a cosa andavano incontro, e non credere in un cosiddetto viaggio della speranza.

Per questo scopo abbiamo dato vita a Santa Maria della Versa, in provincia di Pavia, alla nostra prima comunità in Italia. Lì ricevevamo degli operatori canadesi che in due o tre mesi preparavano gli ospiti a quello che avrebbero trovato in Canada, dove stavano circa 8 o 9 mesi. Una volta tornati in Italia venivano ulteriormente seguiti, in modo un po’ più raffinato, dal punto di vista comportamentale e psicoterapeutico, che era la nostra specificità».

Nella foto Furio Ravera
Nella foto Furio Ravera

I disturbi di personalità e tossicodipendenza

Può chiarire meglio quest’ultimo punto?

«Ci siamo dedicati ad approfondire il tema dei disturbi di personalità (da cui si generano altri seri problemi come le dipendenze), che negli anni 80 era abbastanza nuovo, infatti la letteratura più robusta in materia era iniziata negli anni 70. Ho avuto la fortuna di partecipare a stage negli USA, come al New York Hospital, abbiamo avuto proficui contatti con l’Università di Harvard, abbiamo visitato il Chestnut Lodge, una struttura ospedaliera molto avanzata vicino a Washington. In questi luoghi si studiava e si metteva in pratica una psichiatria psico-dinamica, vale a dire, un buon connubio tra psichiatria, psicoanalisi e psicoterapie. Così ne abbiamo fatto tesoro importando le metodologie in Italia».

In cosa consistono, da un punto di vista clinico, i disturbi di personalità, e in che modo sono legati alla tossicodipendenza?

«Tali disturbi mettono in rilievo l’incapacità di una persona di avere una struttura di personalità coerente, stabile, dotata di buoni meccanismi difensivi, ben integrata, in maniera tale da poter affrontare le varie sfide della vita senza che si generino degli estremismi, atti impulsivi e auto-sabotanti: la vita di un soggetto con disturbi della personalità assomiglia a un calvario, diventa un meccanismo a pilota automatico di sabotaggio delle relazioni, degli investimenti sul lavoro. Sono vite estremamente infelici. È fondamentale il riconoscimento di una personalità pre-morbosa, che facilmente conduce ad altro: dai disturbi di personalità conseguono come co-morbilità problemi come le tossicodipendenze o gravi disturbi dell’alimentazione».

Quali strumenti scientifici avevate a disposizione per individuare questi disturbi?

«Quello essenziale, allora molto moderno, era il DSM III (DSM è la sigla che indica il “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” redatto dall’American Psychiatric Association, ora giunto alla quinta edizione, e punto di riferimento principale per la maggior parte degli operatori del settore, seppur con forti critiche da parte di alcuni. N.d.R.) Metteva in evidenza il riconoscimento di tali disturbi per una corretta diagnosi, per poter quindi mettere in atto le necessarie terapie. È stato un bene averlo a disposizione».

L’importanza delle comunità

Torniamo alle comunità CREST. Quando e come siete diventati del tutto autonomi dal centro di Portage?

«Gli anni tra il 1986 e 1987, con l’esplosione a livello mondiale dell’AIDS, hanno segnato un momento molto brutale nella tossicodipendenza da eroina, è stato un periodo sconvolgente. Per ragioni sanitarie era quindi più difficile mandare i nostri giovani in Canada, così nel 1990 abbiamo proseguito a casa nostra e solo con operatori italiani che si erano formati nel frattempo. Nelle nostre comunità, e questa è stata la nostra “invenzione”, abbiamo messo a punto strategie che andassero oltre alla disintossicazione per evitare ricadute, a difesa dei risultati clinici ottenuti. Abbiamo sempre dato grande rilievo alla preparazione e al sostegno per il reinserimento sociale, alla cura nel bonificare l’ambiente di vita, al far nascere nuovi stimoli, fare riprendere interessi e buone abitudini. È stata una storia spesso difficile, e con grandi fatiche, ma che nei risultati è stata commovente dal punto di vista umano, oltre che una sfida eccitante dal punto di vista medico-scientifico e professionale».

Cosa pensa di San Patrignano?

«Di San Patrignano non posso parlare che bene, preferisco lasciare da parte le vicende giudiziarie che hanno coinvolto Vincenzo Muccioli. Ci sono un’organizzazione straordinaria, il lavoro, varie attività. Ciò che cura i ragazzi lì è la vita stessa. I ragazzi vi trovano un mondo bonificato. La considero un’opera meritoria. È una modalità che necessita di tanto tempo, indispensabile per operare cambiamenti durevoli, e in questo senso ha un’impostazione diversa da una comunità terapeutica in senso stretto, come ho indicato in precedenza».