Intervista impossibile al maestro Ugo Tognazzi

Ugo Tognazzi interpretato da Max Ramezzana
Ugo Tognazzi interpretato da Max Ramezzana

Ugo Tognazzi interpretato dal figlio Gianmarco Tognazzi nato a roma l’11 ottobre 1967, figlio d’arte di Ugo e dell’attrice romana Franca Bettoja. Muove i primi passi nel mondo della recitazione sui set del padre già da bambino; ad oggi è uno dei protagonisti della scena cinematografica italiana.

Di Fabio Giranzani

Oggi anche il sole sorride. È una giornata stupenda, piena di luce; non è tanto calda, ma un’emozione mi scalda il cuore. Ho chiesto a Ugo una breve intervista e lui mi ha invitato a casa sua a Velletri, a pranzo. C’è aria di festa in casa Tognazzi; desidero subito ringraziare il mio ospite. La sala da pranzo è piena, ci sono tutti…ma, dov’è Ugo? «Che domande!» – mi rispondono – «dove vuoi trovarlo, se non in cucina!». Già, è vero, il cuoco qui è lui: «Ciao, Ugo!».

Ugo Tognazzi, tu sei un grande attore che col sorriso raccontavi e provocavi la nostra vita.

«Beh, io ero come i miei personaggi: istintivo. Non ho mai interpretato un personaggio con l’idea che questo dovesse cambiare la società. Però ho sempre accettato quelle sfide artistiche che alzavano la riflessione, per evolversi a una misura d’uomo che fosse meno bigotta e programmata».

Eppure tu non sei mai stato un «battutaro».

«Ti stupirò! Sono stato “battutaro”, macchietta, imitatore. Sono stato tanto perché parto dalla materialità, dalla vita, dall’ambizione del piccolo. Quindi faccio tutti i passaggi della gavetta, ma poi mi evolvo artisticamente e trasformo le battute dell’avanspettacolo; e così la risata non è più fine a se stessa, ma diventa critica sarcastica a quello che avviene nel Paese, ironia ai costumi e satira politica».

Illustrazione di Emanuele Lamedica
Illustrazione di Emanuele Lamedica

Cos’è stata per te la Commedia all’italiana?

«È stata la possibilità di interpretare dei personaggi in cui gli spettatori potessero riconosce la propria comune umanità. Per esempio, il film La Donna Scimmia narra il cinismo di un uomo che sfrutta la malattia di una donna, col solo scopo di guadagnarne. Raccontando, infatti, in modo comico – o comicamente drammatico – talvolta cinico, i difetti, le debolezze e le bassezze di questi personaggi, potevo mostrare quanto in realtà fossero vulnerabili. I personaggi, infatti, hanno sempre quel fondo di umanità – che certo non giustifica i vizi – ma che fa capire come tutti noi spettatori, che in loro ci riconosciamo, siamo fallibili, siamo vulnerabili… siamo umani».

Infatti hai messo tanto in discussione le convenzioni, i pregiudizi, gli stereotipi sociali.

«Sì, perché avevo il dono di capire che l’esigenza dell’uomo è quella di trovare il giusto equilibrio tra le regole che l’uomo stesso si dà (la “normalità”, la tradizione) e le necessità di libertà. Quindi anche la critica non era fine a se stessa, ma era un modo per conservare le proprie origini, pur rischiando un cambiamento. Nel film La Grande Abbuffata di Marco Ferreri, incontriamo quattro uomini che si chiudono in una casa per dar sfogo ai loro vizi fino a morirne. In realtà il film critica la società dei consumi: era il 1974, epoca in cui, oltre la speranza di rinnovamento della rivoluzione culturale del 1968, si afferma invece una società del consumismo più sfrenato. Quindi è un film che critica molto profondamente la società».

Oggi la satira diventa spesso un “meme” che passa migliaia di volte su internet: non rischia così di perdere un po’ di forza?

«Questo è il rischio che c’è nella degenerazione dell’evoluzione, quando non si ha più la misura di capire qual è il limite. Non è solo una cosa soggettiva dell’artista, riguarda anche il mercato dello spettacolo che pensa di potersi permette di sfruttare all’infinito qualcosa che funziona, fino a esaurirlo».

Forse è rimasta un po’ troppo sedimentata la risata fine a se stessa, più che il contenuto che ci stavi trasmettendo attraverso la risata?

«Bravo! Non il contenuto, ma la risata, il tormentone fine a se stesso, la ripetizione della ripetizione del già visto. Qui si gioca il vero artista, colui che è capace di mostrare che la drammaticità è la faccia nascosta della risata, perché il comico dentro di sé piange. Mi rattristo a vedere che oggi, con i reality e i social, molti cercano invece di mettere in mostra solo loro stessi, avendo l’illusione che basti diventare un personaggio per essere un artista».

Ugo Tognazzi interpretato da Max Ramezzana
Ugo Tognazzi interpretato da Max Ramezzana

Ugo, un’altra tua grande passione è la cucina. Quanti piatti avrai cucinato in pieno lockdown?

«Mi sono autodefinito “un cuoco prestato al cinema”. Però durante il lockdown, avrei dovuto cucinare solo per me stesso o per la mia famiglia e non avrei potuto aprire la mia cucina agli amici. Non mi sarei divertito, perché avrei dovuto limitare la mia tavola, che invece era trasversale: c’era il gommista insieme al premio Oscar, il grande artista insieme al manovale, o l’amico dell’amico che non era dell’ambiente, il famoso con quello che ancora doveva diventarlo, o quello che non lo era più, ma rimaneva un amico, un commensale».

Quindi alla tua tavola ciascuno poteva essere se stesso? È forse questa la tua eredità per i giovani?

«Sì, tutti siamo qualcuno; se però partiamo da ciò che sappiamo di essere e di poter essere, non imitando gli altri, non seguendo ciò che la società ci impone. Ciascuno deve cercare nella propria attitudine e diversità, qualcosa che profondamente facciamo per noi stessi, ma che porta anche la volontà di essere qualcosa di cui si gode solo insieme agli altri: solo così trovi la tua identità».

Tu amavi molto la convivialità, essere circondato dai tuoi amici e condividere ciò che era tuo.

«Il mio godimento era vedere il godimento degli altri. In modo provocatorio è come la sessualità. Io ritengo che chi fa sesso in maniera edonistica, avendo l’altro solo come partner relativo, in quel momento non ha alcun tipo di scambio autentico. Ecco, questa autenticità, molto Ugoistica, è alla base della condivisione, che è partecipazione di persone che si confrontano nelle loro differenze, è ampliamento culturale. Non la condivisione di oggi, quella dei social, dove io condivido molto più egoisticamente che Ugoisticamente, perché condivido solo ciò che approvo e penso io. Solo così si può sperimentare la libertà di vivere, che è la libertà di sentirti a casa tua, con i tuoi amici, anche se sei a casa di Ugo».