La storia di Veronica Vendramin

Veronica Vendramin interpretata da Chiara Bosna
Veronica Vendramin interpretata da Chiara Bosna

Di Veronica Vendramin

Ciao a tutti, mi chiamo Veronica e Sono Meravigliosa: non fraintendetemi, non sono una persona con la puzza sotto al naso, che si sente chissà chi, anzi, sono tutto il contrario.

Forse, è necessaria una spiegazione più esaustiva. Se me lo avessero chiesto due anni fa, avrei risposto con un distaccatissimo e superficiale: «Sono Meravigliosa perché mi è stata diagnosticata la Sclerosi Multipla (SM), ecco perché»; ma oggi, il mio atteggiamento con «lei», non è più così.

Veronica Vendramin

Scoprire di avere la SM

Dopo un lungo e tortuoso percorso di accettazione, sono riuscita finalmente a urlare al mondo che IO, Veronica Vendramin, ho la Sclerosi Multipla, non quella persona in fondo alla strada di cui non conosco neanche il nome.

Parliamoci chiaro, la strada è ancora lunga, ma come si dice? Siamo in pista, balliamo.

Avevo 18 anni, stavo affrontando la mia prima esperienza lavorativa, ero in mezzo a prosciutti, formaggi, panini, pasticcini e piatti pronti. Ero felice ed entusiasta di quell’esperienza. Avevo una famiglia felice, un fidanzato, le amiche, la scuola, l’esame di maturità all’orizzonte, era tutto maledettamente perfetto, fino al giorno in cui il mio occhio sinistro, decise improvvisamente e senza nessun tipo di avvertimento, di non vedere più.

Una serie di visite, di esami e di incognite, assalirono la mia vita e quella di chi mi amava; quella vita maledettamente perfetta iniziò a sgretolarsi pian piano sopra la mia testa, fino al botto finale: la diagnosi. La Sclerosi Multipla!

Veronica Vendramin interpretata da Chiara Bosna
Veronica Vendramin interpretata da Chiara Bosna

Accettare la malattia

Sono sincera, inizialmente feci orecchie da mercante, non volevo crederci, avevo paura, non volevo pensarci. Chiusi tutto in una piccola scatola immaginaria, di quelle con il lucchetto con la combinazione e buttai nel dimenticatoio la password. Terminai il mio ultimo anno di scuola, con un sottofondo di apparente tranquillità. Poi, qualcosa dentro di me cambiò, il finto dipinto della vita perfetta si sciolse davanti ai miei occhi e fui assalita da fiamme di paura, tristezza, depressione, panico, ansia e terrore.

«Potrò ancora camminare? Riuscirò a fare le cose che facevo prima? Cosa ne sarà di me?». Finii letteralmente in un angolo buio e triste della mia vita: la scuola era finita, non avevo un lavoro, con le amiche non ci vedevamo più tutti i giorni, la mia famiglia non era più così felice. Mi chiusi in me stessa. Come un’onda anomala, l’ansia e il panico si impossessarono di me; mi ero creata una maschera, stile «Joker», da indossare con gli altri, ma quando ero sola, non ero altro che un corpo senza più un’anima. Non sorridevo più, non ero più felice, non ero più io.

Ho sempre avuto un carattere determinato, solare e forte, mi hanno sempre definita una «testona incallita», ma avevo perso tutta la mia forza. Avevo quasi toccato il fondo, quando un giorno qualcuno mi mise davanti la realtà dei fatti: stavo cadendo in uno stato depressivo grave, avevo perso tanti chili, non mangiavo, non sorridevo più, non potevo permettermelo. «Io non sono così!», mi dissi.

Ricordo che andai da uno psichiatra, il quale, al termine della seduta, mi presentò davanti agli occhi una lista di farmaci che avrei dovuto prendere con urgenza, se non mi fossi aiutata da sola.

Tornai a casa totalmente assente, quella ricetta bianca in un istante mi fece rivivere quegli anni trascorsi a negare l’evidenza, come un flash, mi illuminò la mente. Mi buttai a terra, e insieme a mia mamma caddi in un pianto disperato, piansi, per tutte quelle volte in cui non permisi alle lacrime di segnarmi il volto. Guardai allo specchio il risultato di quell’ostinato e lungo rifiuto, mi lavai il viso e da quel giorno, tra un attacco di panico e l’altro, ricominciai a vivere.

Veronica Vendramin

Tornare alla vita

Tornai alla mia vita, non più maledettamente perfetta, ma caratterizzata da un valore aggiunto, la mia amica Sclerosi Multipla, che da quel giorno mi ha reso, ci ha reso tutti, Meravigliosi.

Capii che da sola non ce l’avrei fatta, mi rivolsi a una psicologa e ad oggi posso dire con certezza che non avrei potuto fare scelta migliore.

Mi ha aiutato tantissimo a trovare in me, le armi giuste per fronteggiarmi a «lei», per tornare a sorridere e riprendere in mano la vera me.

Sicuramente la Sclerosi Multipla mi ha tolto tanto, in tanti hanno deciso di andar via dalla mia vita, ma altrettanti si sono avvicinati; mi ha privato, forse, di una fase importante di tutti noi, i fantomatici diciott’anni, in cui ci si affaccia alla vita degli adulti; ma allo stesso modo, mi ha insegnato in fretta e in modo eccellente, cosa significa essere adulti.

La paura c’è, ed è tanta, ma con il tempo ho imparato a darle la giusta importanza nella vita di tutti i giorni. Mi sono documentata, ho imparato ad ascoltare il mio corpo, anche se non si smette mai di imparare. Sono grata alla mia terapia, il mio amato Copemyltri, che nonostante i dolori, i bruciori, i pianti, gli effetti collaterali con le conseguenti corse in Pronto Soccorso, le lipoatrofie nelle gambe e nel lato B, che mutano un po’ il mio corpo esile, nonostante i mille punti a sfavore, ne ha uno favorevole, che li annienta tutti in un battito d’occhio: è la mia occasione di vincita contro di «lei», è la mia arma per stare bene.

Forse leggendo queste righe, vi siete fatti un’idea di me tipo eroina invincibile, ma vi posso assicurare che ogni parola scritta in questa storia, non è altro che il risultato delle mie numerose e rovinose cadute a terra, passate, presenti e future. Nella mia famiglia ho trovato la forza di reagire e di tornare a essere la ragazza solare che ero un tempo, nelle  amicizie ho trovato la forza di non sentirmi inferiore e diversa dagli altri, nella penna, e nel mio diario rosso, ho trovato un’arma invincibile, che mi ha aiutato e mi aiuta tuttora ad affrontare le sfide che la vita ogni giorno mi pone davanti. In me stessa ho trovato la forza di accettare la malattia, di non chiedermi perché proprio a me, di ricominciare a vivere, ma soprattutto, di riuscire di nuovo a sentirmi me stessa. Ieri credevo di non poter più avere una vita felice, ma oggi non è più così: so che la mia vita, nonostante tutto, sarà bella, perché credo in me, in ciò che posso fare e in ciò che posso creare, credo in chi mi ama e credo nella scienza. Ho imparato che quando un castello si sgretola, con le macerie e le cose imparate durante la prima costruzione e la successiva distruzione, si può creare un altro castello altrettanto bello, seppur diverso.

Con un’accortezza in più, si può vivere una vita diversa da quella precedente a una diagnosi, ma comunque, diversamente perfetta.