Le comunità di ieri e di oggi. Come cambia l’aiuto

Di Giancarlo Perego

È stato un docu-film su Netflix riguardante la Comunità di San Patrignano, a scatenare vecchie e sepolte polemiche su come gestire il recupero di migliaia e migliaia di giovani persi nel mondo della droga e oggi anche dell’alcol.

C’è chi ha puntato il dito ancora una volta contro Vincenzo Muccioli, che era stato anche processato per alcuni episodi di violenza avvenuti a San Patrignano. Episodi che avevano diviso l’opinione pubblica, pur riconoscendo l’opera di recupero che avveniva nella comunità. I ragazzi del Bullone durante la riunione di redazione hanno voluto allargare la discussione andando oltre. Nelle pagine seguenti troverete dei professionisti, medici e psichiatri che lavorano nelle comunità e ragazzi che ci «vivono» tuttora. Oggi è diverso da ieri. Ma ecco alcune domande emerse durante la riunione…

La vita in comunità

Si può fare del bene facendo anche del male? Si può limitare la libertà personale di un individuo anche con la forza, se poi esce dall’incubo dell’eroina? Le comunità sono un porto franco dove si sperimentano modelli di recupero uno diverso dall’altro?

Domande che fanno discutere. Ho pensieri contrastanti. E per questo preferisco partire dalla sofferenza delle famiglie. Personalizzo. Parto da chi ha una dipendenza e da quello che fa prima di entrare in comunità. Nella mia carriera giornalistica, soprattutto negli anni 80 e primi anni 90, ho avuto modo di conoscere tanti coetanei tossicomani e poi alcolisti. Ho avuto modo di parlare con le loro famiglie, ho conosciuto la disperazione di padri e madri. Più di una mamma mi ha chiesto aiuto.

Ho visto ragazzi finire in carcere perché per procurarsi la droga facevano rapine e scippi. Ragazze che si prostituivano. Facevano di tutto pur di racimolare denaro per il buco o per sniffare cocaina. Ho ancora in mente i loro sguardi persi nei momenti della giornata più duri e i loro sguardi dolcissimi quando stavano bene.

I ragazzi e le dipendenze

Erano come me. Ragazzi che avevano preso una strada sbagliata. Nel quadrilatero dove abitavo ho visto «sparire» otto ragazzini più giovani di me di qualche anno. Sparire vuol dire morire. Non c’erano differenze fra le loro famiglie e la mia. Ho visto una sofferenza tale da indurre i genitori, ma poi anche diversi giovani, ad andare a pregare affinché quell’inferno finisse. L’unica speranza erano le comunità.

Le prime comunità sorte qua e là, dove c’era più bisogno. La scienza non era ancora preparata ad affrontare quella disintossicazione, a lavorare fortemente su testa e corpo, su vissuto e realtà, bla bla bla… A San Patrignano c’era la fila per entrare, tanti ma tanti genitori stringevano le mani a Muccioli, lo vedevano come un salvatore. Quindi… si può far del bene facendo del «male», quando è necessario? Allora sì. Si può limitare la libertà personale? Sì. Se poi torni a vivere, lavori, ami, hai figli. Le comunità sono un porto franco? Non sono, erano. Oggi le comunità sono oasi di recupero, di duro lavoro, ci sono tanti medici, tanti psichiatri. Oggi le comunità lavorano con il sistema sanitario nazionale.

Oggi è diverso. Anche se dobbiamo sapere tutti che quando si entra in comunità è come se la vita fosse sospesa. Luoghi d’amore dove c’è una grande fatica del bene. Non è facile. Per gli operatori, per i ragazzi ospiti. Ma anche oggi può esistere coercizione? Quali sono i confini della coercizione? Ci sarà da qualche parte del mondo qualcuno che entrerà duramente nei problemi di questi giovani, ogni caso è a sé, ma i tempi della sperimentazione sono finiti. Oggi contano la competenza e l’esperienza. Al di là di qualsiasi errore, bisogna sempre ricordare da dove siamo partiti.