Intervista al ricercatore Giorgio Vacchiano.

Giorgio_Vacchiano (www.emergenza24.org)
Giorgio_Vacchiano (www.emergenza24.org)

Di Gloria Mantegazza

Giorgio Vacchiano, docente e ricercatore in Gestione e pianificazione forestale dell’Università Statale di Milano, studia modelli di simulazione in supporto alla gestione forestale sostenibile, la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico e ai disturbi naturali nelle foreste temperate europee. Nel 2018 è stato nominato dalla rivista Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti. Autore del libro La Resilienza Del Bosco, storie di foreste e di relazioni. Nell’intervista ci parla di resilienza, prevenzione, cura, interconnessioni tra ecosistemi, giustizia sociale e climatica.

Giorgio come mai hai scelto questo lavoro?

“Mi dicevano che avrei lavorato insieme alla natura, per il bene della società e degli ecosistemi. Non sapevo cosa volesse dire esattamente ma questo mi affascinava. Oggi lo vedo sotto tanti aspetti: chi lavora con le foreste lavora sul contrasto al cambiamento climatico, sulla conservazione della biodiversità, sull’economia montana, sulla sopravvivenza dei piccoli centri, sulla bioeconomia circolare e soprattutto lavora sul futuro. In una foresta qualsiasi azione ci mette molti decenni ad esercitare delle conseguenze e così ti abitui a lavorare e pensare con un tempo diverso, che non è quello di vedere immediatamente i risultati ma di scommettere e impegnarsi per chi verrà dopo di te, sentendosi responsabili, nel senso amorevole della cura, e collegati a persone che non si conoscono direttamente ma sulle quali le nostre azioni possono avere un effetto importante”.

Nel tuo libro racconti storie di foreste resilienti. Come si comporta la natura in termini di resilienza e di prevenzione? E noi esseri umani?

“Gli alberi hanno sviluppato delle strategie incredibili sia per reagire agli imprevisti sia per prevenirli; ad esempio, il fatto che abbiano una corteccia di protezione è probabilmente il risultato di un’esposizione di milioni di anni all’azione del fuoco (penso alle querce da sughero o agli eucalipti australiani).

Tanti degli adattamenti nel mondo naturale hanno un’origine casuale: la selezione naturale parte dalla vita che sperimenta milioni di diverse possibilità, tramite mutazioni e cambiamenti casuali del codice genetico, e quelle che consentono agli alberi di riprodursi bene, in presenza di certe condizioni ambientali, rimangono. È un’esplorazione efficace ma molto lenta. Noi avremmo un vantaggio: basandoci sull’osservazione del passato o sulla simulazione potremmo provare a prevenire, ma pare che finché non veniamo danneggiati da un evento non riusciamo a comprenderne la reale minaccia. Quell’esplorazione casuale della natura potremmo farla creando una società multiforme, eterogenea al suo interno, dove non si sa mai quale caratteristica potrebbe rivelarsi vincente nelle circostanze della vita. Diversi studi inoltre dimostrano che i boschi più produttivi e che reagiscono meglio agli imprevisti sono quelli fatti da più specie; l’efficienza di un ecosistema si basa sulle relazioni al suo interno: più sono intrecciate e forti e più l’ecosistema è stabile e generoso”.

Ci racconti la storia di una foresta che ti ha particolarmente segnato?

“La foresta del parco naturale di Paneveggio in Val di Fiemme, una foresta piuttosto estesa di abeti ai piedi delle torri dolomitiche. È una foresta che porta ancora molto forti le tracce della Prima Guerra Mondiale: molti alberi hanno al loro interno proiettili o schegge di granate e in zone un po’ nascoste si trovano ancora fili spinati; sembra ci sia un ricordo fisico, una presenza che gli alberi confermano. Al tempo stesso gli alberi hanno questo particolare legno di risonanza, usato per costruire strumenti musicali, con una proprietà grazie alla quale le onde sonore sono trasmesse in modo più efficace, più sonoro, come amplificate; al solo picchiare con le nocche dentro un tronco si sente un suono pazzesco e così puoi aggirarti tra questi abeti immaginando che qualcuno stia suonando. In ultimo è una foresta dove si vede bene la dinamica del cambiamento in rapporto alla fauna: nel corso degli anni si sono moltiplicati a dismisura cervi e caprioli perché mancavano i loro predatori naturali, come il lupo e l’orso, perciò nella foresta è molto difficile trovare delle piccole piantine che vengono mangiate da questi animali; in alcune zone tuttavia, dove hanno messo dei recinti, vedi un mondo completamente diverso e capisci come un piccolo fattore diverso nell’equazione di quel bosco possa cambiare completamente il paesaggio. Quando sono lì sento tutte queste reazioni ed emozioni, le sento scorrere, vivere”.

Ci fai un esempio di connessione uomo-natura profonda e rispettosa che hai potuto osservare nei tuoi viaggi o ricerche?

“A Courmayeur, in Val d’Aosta, c’è un bosco di protezione dove la semplice presenza degli alberi rende stabili i versanti della montagna. È un bosco antico e gli abitanti della zona conoscono il suo potere tanto da aver scritto negli anni diversi editti di divieto di taglio. Anche questo bosco è sottoposto alle pressioni del cambiamento climatico: ha subito danni da siccità, attacchi da insetti e si sono create condizioni pericolose e instabili, così i Servizi forestali della regione, conoscendone l’importanza, hanno cercato di riportarlo in salute, facilitando la rinnovazione degli alberi e accelerando il naturale processo di ricambio del bosco. Con una sapiente e attenta gestione si è ottenuto qualcosa che fa bene sia all’ecosistema che agli abitanti stessi della zona”.

Nell’agenda 2030 sono stati fissati 17 obbiettivi per uno sviluppo sostenibile a livello ambientale, economico e sociale. Quali proposte e cosa possiamo fare noi come cittadini?

“Provo a darti una risposta a cerchi concentrici. La sfida più grande riguarda la minaccia della crisi climatica ed è arrivare ad emissioni zero per il 2050 (traguardo che ci permetterebbe di stare nei limiti dell’accordo di Parigi) per scongiurare un riscaldamento globale dagli effetti catastrofici; concretamente vuol dire decarbonizzare la nostra produzione di energia. Questa è una cosa numerica-tecnica che si racchiude dentro una sfida più ampia, quella della giustizia climatica: tutte le crisi si ripercuotono con conseguenze più gravi su chi è già più esposto, più vulnerabile e questo vale a livello planetario. La lotta contro la crisi climatica e per un ambiente migliore passa inevitabilmente dalla giustizia sociale ed economica. Perché non esistono confini tra gli effetti delle cose. Questo può avvenire solo se agiamo come un’unica comunità planetaria che si organizza e agisce insieme. Il distacco che c’è tra i cittadini e la politica è un problema gravissimo perché non permette di capire che cosa sta succedendo né quali decisioni vengono prese. Ma le due cose sono collegate: una volta che una comunità si sentirà tale, troverà il modo di farsi sentire ed esprimere bisogni ai propri rappresentanti. Siamo tutti collegati, che lo vogliamo o no, e quindi bisogna sporcarsi le mani con questo collegamento”.