Le fiabe del Bullone: Le Cicatrici Del Cuore

Di Francesca Bazzoni

C’era una volta una bambina, era bionda, gli occhi color del ghiaccio e le labbra come una rosa. Era bella, così bella che la sua mamma, che era molto avara e voleva tutti i soldi del mondo, la portava in giro per la città e si faceva pagare dai ricchi signori e dalle ricche signore per ammirare la sua bellezza. Così la bambina passava le sue giornate da una casa all’altra, da un vestito all’altro, tutta profumata, truccata e vestita per farsi guardare nella sua forma più bella. Non era felice, si annoiava molto, tutto il giorno in piedi, ferma o a piroettare, a sorridere anche se era triste. Lei voleva solo stare con i suoi amici, andare a scuola, giocare. Appena gli adulti non la guardavano, cercava di divertirsi in qualche modo giocando con quello che trovava nelle case dei suoi ospiti. Quando era fortunata, c’era qualche cagnolino o gattino con cui fare amicizia e quelle erano le giornate più belle.

Un giorno la bambina fu portata nella casa di un vecchio banchiere. In quella casa lavoravano moltissime persone, e una di queste, una ragazza, fu dedicata a preparare la piccola per i signori. Le due stettero insieme tutto il giorno e diventarono presto amiche. La ragazza era gentile e giocava con lei, non la trattava come tutti gli altri, che le dicevano solo cosa fare, dove stare, come muoversi, e la sgridavano sempre. Le due giocavano insieme a far finta di essere delle principesse rinchiuse in una torre, quando la bambina decise di fare un nuovo gioco dove lei sarebbe stata l’infermiera della ragazza. Così prese un flacone di disinfettante e con delle forcine per capelli cominciò a spalmarlo sulle mani della giovane, facendo finta di compiere difficili operazioni, gliele stingeva e la consolava con parole dolci,

«Vedrai che starai meglio». Poi la bambina guardò la ragazza e le chiese: «Mi fai vedere le tue cicatrici?». La bambina non lo sapeva, ma la ragazza aveva appena avuto una lunga malattia, e le faceva tanto male il cuore. Questa malattia l’aveva fatta sentire tanto sola e da allora non si era mai aperta con nessuno.

La ragazza fu stupita: come faceva la bambina a sapere delle sue cicatrici vicino al cuore, quei brutti segni che solo lei sapeva di avere e che nascondeva sempre? Forse stava solo giocando, ma la ragazza sentì che la bambina aveva capito che le sue cicatrici erano vere. Così si abbassò il collo della maglietta e mostrò alla bimba i segni che aveva sotto la clavicola. La bambina sgranò gli occhi, poi curiosa sfiorò con le dita quei segni profondi, li accarezzò passando la mano avanti e indietro, e infinte sorrise. Prese la forcina, la pucciò di nuovo nel disinfettante, e la passò con cura sulle cicatrici. Ecco, ora guarirai. Le due si sorrisero quando a un tratto entrò la mamma della bambina che con voce arrabbiata la richiamò al suo lavoro, la bimba la seguì con aria triste.

La ragazza, rimasta sola, si rese conto che il cuore non le faceva più male. Così aspettò che la bambina fosse di ritorno e disse alla madre che l’avrebbe accompagnata a cambiarsi gli abiti. Invece la prese per mano e le disse di seguirla; insieme corsero giù delle scale, fuori dalla casa, sino alla macchina della ragazza.

Fuggirono insieme dalla famiglia della giovane, che la accudì come una figlia, la fece andare a scuola e stare con i suoi amici, e le prese persino un gatto. Una volta cresciuta la bambina ringraziò la ragazza per averla salvata; non sapeva che in realtà era stata lei a salvare la giovane; quel giorno l’aveva guarita per davvero.