Milano Com’Era, Milano Com’È: La Milano del Razionalismo

Illustrazione di Cristina Sarcina - La Triennale
Illustrazione di Cristina Sarcina - La Triennale

Di Cristina Sarcina

Il periodo Liberty milanese fu breve ed intenso: la sua produzione artistica,  seppur estremamente affascinante,  può essere considerata di nicchia; il suo valore, come quello di tutte le avanguardie, fu quello di aver seminato le basi per i grandi cambiamenti che da lì a poco sarebbero avvenuti nel XX secolo, con il movimento Moderno. Le ceramiche dei colori dell’oro e della natura, protagonisti dello scorso itinerario, lasciano spazio a una nuova anima di Milano, quella più essenziale e razionale, che dal primo dopoguerra, sino a metà del secolo scorso, trasformerà la città donandole un’immagine sempre più vicina a quella attuale.

L’itinerario di oggi ci porta a scoprire la Milano Razionalista, uno dei periodi artistici più complessi e importanti del nostro Paese. Fortemente intrecciato con avvenimenti storici e condotte politiche,  il razionalismo  troverà spazio per esprimersi in Italia tra il 1920 e il 1940-50. Siamo nel primo dopo guerra, Milano, seppur vittoriosa, risente come tutto il Regno d’Italia, della crisi economica post bellica: le fabbriche vengono occupate, il popolo si fa sentire attraverso scioperi e manifestazioni, i partiti si scontrano, caos e agitazione sono all’ordine del giorno. Siamo nel 1919 quando emerge la figura di Benito Mussolini, e nel 1921-22 prende vita il regime dittatoriale fascista. Tra controversie ma anche molta speranza, si evolve  una nuova intenzione politica e si dà inizio al rinnovamento del Paese.

Illustrazione di Cristina Sarcina - Stazione Centrale
Illustrazione di Cristina Sarcina – Stazione Centrale

Razionalismo e regime fascista

Parlare di razionalismo vuol dire parlare anche di regime fascista, credo sia importante fare luce sul legame che l’architettura di questo tempo creò con il potere politico. Arte e Architettura si mescolano con il contesto, si inseriscono in esso, e a questo rispondono attraverso una progettazione mirata. Tutto ciò accade in ogni epoca, come abbiamo visto attraverso gli scorsi itinerari. Il contesto storico e antropomorfico sono pretesto e obiettivo per definire nuovi stili e metodi costruttivi, ma mai come in questo periodo il costruire diventa così legato alle forme di potere. Le opere architettoniche, spogliate di giudizio, saranno memoria di fatti storici, patrimonio artistico di inestimabile valore ed espressione talora di ideali politici, talora di aspirazioni e obiettivi intellettuali.

Accanto ai legami con il regime Fascista, fu l’influenza del nascente Movimento Moderno, chiamato anche International Style a ispirare gli architetti Italiani. Le opere di Walter Gropius in Germania, Le Corbusier in Francia, Frank Lloyd Wright e Mies Van Der Rohe negli Stati Uniti, furono esempi importanti da cui trarre insegnamento per la genesi del nuovo stile. Lo stile moderno risponde alla nuova era, all’industrializzazione che evolve sempre più velocemente, alle innovazioni tecnologiche, all’aumento della densità demografica cittadina, e al conseguente bisogno di nuove abitazioni e servizi annessi, un nuovo concetto di urbanistica e lo studio delle tipologie edilizie. Quali sono dunque i caratteri fondamentali del Razionalismo? Nel progettare, il movimento coniuga rigore e precisione, con funzionalità e innovazione. Il calcestruzzo diventa la materia prima per costruire, il colore bianco predomina su tutti, l’altezza degli edifici si innalza, si studia l’orientamento solare, proporzioni e salubrità degli spazi abitati, tutto è in funzione del loro uso. La progettazione ha inizio dalla «ragione che tutto governa», ovvero da procedimenti matematici e corrispondenze, rigore e funzionalità; vedremo un’evoluzione del concetto di casa, in particolare nei quartieri ad alta densità, l’uso di finestre a nastro (ovvero a tutta lunghezza) e l’uso del calcestruzzo permettono di prediligere planimetrie aperte e libere dalla divisione puntiforme a pilastri; il decoro passerà in secondo piano, se non del tutto celato. Eppure il razionalismo italiano non raggiungerà mai l’estro e l’audacia del modernismo europeo e d’oltre Oceano. Il razionalismo in Italia rimarrà sempre legato alla tradizione e alla classicità, una classicità che viene evocata come radice e fondamento, per essere trasformata in altro, cambiandone l’aspetto.

Illustrazione di Cristina Sarcina - particolare Palazzo di Giustizia
Illustrazione di Cristina Sarcina – particolare Palazzo di Giustizia

Il movimento del Novecento

Anni ‘20, l’azione prima del partito fascista come forma di propaganda e prestigio, si manifesta nella realizzazione di statue e monumenti raffiguranti l’immagine del duce, che si affacciano su piazze e sul fronte di edifici istituzionali, con grande classicità artistica. La sensazione, descritta da Italo Calvino era che il fascismo avesse colonizzato tutti gli spazi pubblici italiani: «Ho passato i primi vent’anni della mia vita con la faccia di Mussolini sempre in vista»,ricorda lo scrittore.

Fotografia e radio saranno altri potenti mezzi utilizzati per la propaganda ad ampio spettro, da qui la pubblicazione di numerosi manifesti, e uno studio attento della grafica, che fosse allo stesso tempo solenne, classica e grandiosa. Le sistemazioni urbanistiche sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale, anche attraverso sventramenti di vie e quartieri (ricordiamo a Roma via dell’Impero). Oltre a queste vi sarà da parte del governo, una realizzazione a tappeto di distintivi e caratteristici edifici istituzionali: le Case del Fascio (chiamate Palazzi Littorio nei centri maggiori), ovvero le sedi locali del partito, riconoscibili solitamente per la presenza di una torre con orologio. Ancora: edifici scolastici, centri sportivi, collegi, oltre ad un cospicuo investimento nella realizzazione di nuovi quartieri popolari e insediamenti industriali.

È da ricordare che in questi anni, in concomitanza con gli interventi diretti dal partito e i progetti riconosciuti al movimento razionalista, vi fu una terza corrente artistica a dare un apporto importante seppur esiguo alla costruzione della nuova Milano. Parliamo del movimento denominato del Novecento, di cui fecero parte artisti di varia provenienza, tra questi Mario Sironi, Achille Funi, Anselmo Bucci come pittori e artisti, e Giò Ponti, Giovanni Muzio e Giuseppe De Finetti come architetti. Obiettivo comune del movimento è il «ritorno all’ordine» nell’arte dopo le sperimentazioni avanguardistiche del primo novecento (futurismo, cubismo): il Novecento torna ad avere come supremo riferimento l’antichità classica, la purezza delle forme e l’armonia nella composizione. Tra le opere ricordiamo: la Ca’ Bruta di Muzio, un complesso abitativo edificato negli anni ’20 in via della Moscova all’angolo con piazza Stati Uniti d’America e via Turati, la Casa della Meridiana, edificio multipiano destinato ad appartamenti di lusso, sito a sud del centro storico, in via Marchiondi 3.

Illustrazione di Cristina Sarcina - Palazzo di Giustizia
Illustrazione di Cristina Sarcina – Palazzo di Giustizia

Il MIAR

Di pari passo il movimento razionalista avanza: il primo step è guidato dai giovani laureandi e studenti del Politecnico meneghino, uniti in un’organizzazione denominata GRUPPO 7, istituita proprio a Milano, in seguito ampliata e ridefinita con il nome di MIAR (Movimento italiano per l’architettura razionalista) a cui presero parte anche diversi studenti della facoltà di Roma, luogo in cui per alcuni anni il razionalismo sembra avere maggiore sviluppo. Lo slittamento su Roma, sede in quel momento del governo, è ricercato dagli stessi razionalisti con l’intento di avere maggiori possibilità per creare un’architettura di regime, seguendo e manifestando architettonicamente gli ideali del partito. Tra i giovani promettenti spiccano le figure di Luigi Figini e Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnoli, sostituito poi da Adalberto Libera. Il gruppo è fresco di studi universitari, istruito e affascinato dal movimento moderno, eppure ancora fortemente legato alla tradizione italiana, oltre che attratto dal potere e dagli ideali del nuovo governo, ecco dunque spiegato il continuo confronto, dialogo e scontro con il potere politico del tempo. Il manifesto del primo razionalismo esprime, oltre ai concetti di  funzionalità e minimalismo, l’ambizione di trasmettere, attraverso il perpetuo legame con gli elementi classici, gli ideali di orgoglio, maschilità, forza, patriottismo e romanità. Il MIAR chiederà consenso e incentivi al partito fascista, per costruire a suo nome, ma la domanda verrà rifiutata. Mussolini non vuole un’architettura di regime che sia mossa da architetti rivoluzionari, troppo rischioso, preferirà avere al suo seguito gruppi di tecnici, progettisti e funzionari, selezionati dal partito stesso e in grado di elaborare con metodo e chiari criteri, i progetti per le architetture littorie di ciascun centro abitato.

Il MIAR si dissolve, Milano rimane costante punto di riferimento artistico per il Paese, anche grazie al ruolo importante di due riviste specializzate che gravitano nel capoluogo lombardo e poi divenute organi ufficiali del Razionalismo stesso: Casabella, guidata da Giuseppe Pagano ed Edoardo Persico (rivista che è attiva tuttora); e Quadrante, pubblicata su iniziativa di Massimo Bontempelli e di Pier Maria Bardi, a partire dal 1933.

Illustrazione di Cristina Sarcina - La Triennale
Illustrazione di Cristina Sarcina – La Triennale

L’itinerario razionalista

Milano rinnova il suo assetto urbano, il centro città diventa polo dei servizi terziari, si apre la nuova Borsa istituendo l’attuale quartiere Affari; si edifica il nuovo Tribunale organizzando lo slargo che sul finire di corso di porta Vittoria si apre sulla chiesa di S.Pietro in Gessate; una serie di demolizioni porterà alla realizzazione dell’attuale piazza S.Babila. La fervente scena culturale meneghina, fornisce ai razionalisti le prime occasioni per il loro debutto internazionale alle Biennali di Monza, manifestazione che darà poi origine alla Triennale di Milano. Gli architetti operano ormai individualmente o attraverso studi associati e gruppi di progettazione. Alle prime manifestazioni svolte in Triennale vengono presentate opere di rilievo, come il progetto per le Officine del Gas di Terragni (1927) e la Casa Elettrica di Figini e Pollini in collaborazione con Piero Bottoni (1930).

Giuseppe Terragni rimane sicuramente uno dei principali nomi italiani legati al periodo razionalista, seguito e studiato anche all’estero, progetterà maggiormente su Como, ma anche a Milano lascerà il suo segno. Altra figura importante per il razionalismo milanese fu quella di Franco Albini, architetto forse meno conosciuto, e che concentrerà il suo lavoro sullo studio tipologico delle case popolari, oltre al disegno di rinomati allestimenti museali e arredi minimali, moderni e funzionali. Del tardo periodo razionalista ricordiamo ancora il gruppo BBPR, che lavorerà maggiormente sul settore terziario; tra i lavori dello studio associato ricordiamo la Torre Velasca e gli edifici SNAM a S. Donato Milanese.

Ecco allora l’itinerario di oggi alla scoperta di una Milano essenziale e razionalista, allo stesso tempo veloce, versatile, abile ai cambiamenti, rivoluzionaria ma ancora consapevole del valore della propria tradizione. «La città che sale», come la definì Boccioni nel suo illustre quadro futurista, usando una coppia di cavalli al galoppo sullo sfondo cittadino, come metafora del potere della velocità, dell’industrializzazione e dell’energia elettrica, per disegnare una Milano al passo coi tempi e capace di vivere in costante evoluzione. L’itinerario è ricco e intenso, pensato al fine di avere una visione completa della Milano di questo periodo: passeremo dai primi grandi interventi urbanistici e infrastrutturali, ai rivoluzionari interventi razionalisti nell’edilizia privata, finendo con un breve approfondimento sul tema della casa popolare.

L’ITINERARIO

1. STAZIONE CENTRALE, Piazza Duca D’aosta – arch. Ulisse Stacchini.

La prima tappa ci porta in Piazza Duca d’Aosta per visitare la Stazione Centrale di Milano: luogo di passaggio spesso frettoloso per milanesi, pendolari e turisti, la stazione appare fin dal primo sguardo immensa per il suo aspetto e per il dedalo di entrate, passaggi, scale, uffici e negozi che vi si trovano all’interno. Inaugurata nel 1931, fu per il suo tempo uno dei maggiori simboli dell’azione fascista a Milano. La storia della stazione fu travagliata, i primi 17 progetti presentati alla commissione, guidata da Camillo Boito preside dell’Accademia delle Belle Arti di Brera, furono tutti scartati perché non riuscivano a soddisfare le richieste del bando. In seguito furono presentati altri 43 progetti a fu scelto quello dell’architetto toscano Ulisse Stacchini, che si modella sulla Union Station di Washington, mescolando differenti stili, tra i quali anche il Liberty e l’Art Deco. La celebrazione del regime, in realtà, non fu che il pretesto per la realizzazione della stazione, la volontà prima era quella di aprire la città all’Europa e rappresentare la sua nuova modernità. La stazione collegava tra l’altro i quattro principali capoluoghi del Paese di quel tempo: Torino, Venezia, Roma, Genova, rappresentate con le immagini scultoree apposte sulle facciate laterali dell’edificio: il toro, il leone, la lupa e il grifone. Queste sono le prime delle tante sculture simboliche che potrete ammirare durante la visita. Sempre partendo dall’esterno: i cavalli alati sulla facciata, metafora del «Progresso guidato da Volontà e Intelligenza»; mentre il dio del Commercio Mercurio, con il caratteristico elmo alato, compare un po’ ovunque, dentro e fuori la struttura. Si inneggiava a uno sviluppo economico ma anche tecnologico, a tal proposito si citano Edison, Marconi o Volta, per celebrare l’ingegno umano su cui poggiano l’Industria, il Commercio, il Lavoro e le Scienze, nuovi dèi moderni che appaiono nei medaglioni tondi della Galleria delle Carrozze. Nel Salone delle Biglietterie troverete invece i segni zodiacali che alludono allo scorrere del tempo, accostati a rilievi con la Storia di Roma, a giganteschi dèi e a medaglioni che presentano i vari mezzi di trasporto.

La Galleria di testa, la Biglietteria centrale e la Galleria delle Carrozze richiamano le architetture monumentali romane, ma, a dispetto dell’apparenza maestosa, vengono realizzati con materiali relativamente economici. L’acciaio, usato in abbondanza per le coperture delle gallerie, è l’elemento dominante assieme al vetro, nella costruzione delle tettoie di protezione dei binari, lunghe 341 metri e composte da cinque volte ad arco in ferro e vetro.

I diversi restauri avvenuti negli anni hanno portato alla luce luoghi come il Padiglione Reale, formato dalla Sala Reale e la Sala delle Armi, concepito in origine per accogliere i Savoia, e che oggi è visitabile e affittabile per eventi, e il Binario 21, tristemente noto per essere il luogo di partenza di centinaia di deportati durante la Seconda Guerra Mondiale, ora visitabile, e lo consiglio vivamente, come museo della Shoah.

2. PALAZZO DELL’ARTE ( la TRIENNALE),  viale Emilio Alemagna 6 – Arch. Giovanni Muzio.

La rinomata Triennale di Milano nasce in realtà a Monza nel 1923 sotto forma di mostre biennali denominate per l’appunto Biennali delle arti decorative e industriali moderne. A Monza le mostre si svolsero per quattro edizioni nella sede della Villa Reale; in particolare le prime edizioni furono caratterizzate dall’attenzione per le arti grafiche, la ceramica e le arti decorative in genere. In seguito la rassegna fu trasferita a Milano, quando nel 1933, all’interno del Parco Sempione, fu completata la costruzione del Palazzo dell’Arte (o palazzo della Triennale) da parte del progettista Giovanni Muzio. L’edificio, costruito per dare uno spazio fisso e idoneo alle mostre Biennali di arte e architettura moderna, viene progettato in posizione simmetrica all’Arena, così da creare una sorta di completamento del sistema monumentale formato dal Castello Sforzesco, dall’Arena, e dall’Arco della Pace, secondo un impianto assiale a croce. L’accesso principale è al n.6 di viale Alemagna. Sul lato del parco si apre, ispirandosi alle facciate verso giardino delle antiche ville italiane, un loggiato ad archi a tre bracci che racchiude le terrazze del caffè e la fontana metafisica Bagni misteriosi del ‘73.

Vediamo ora la planimetria: l’edificio si costruisce sulla forma di un lungo parallelepipedo, cui si aggrega all’estremità meridionale un’abside a pianta semicircolare, creando così un impianto asimmetrico. L’edificio è a tre piani, di cui uno seminterrato, in cui attualmente trova spazio la Biblioteca del progetto. I saloni e le gallerie di esposizione sono distribuiti sui vari piani, a cui è possibile accedere tramite l’ampio scalone a tre rampe. Al piano primo troverete il Salone d’Onore, destinato a cerimonie, congressi e riunioni, decorato da Sironi, Funi e De Chirico. 

La struttura portante è in cemento armato e laterizio, con formelle esterne in granito rosa e klinker rosso scuro, le coperture prevalentemente a sheds, ovvero a falde inclinate, permettendo di filtrare la luce in modo adeguato all’esposizione delle opere. Come per altri edifici dell’architetto milanese Muzio, anche qui è riconoscibile un linguaggio piuttosto classico, lo vediamo, ad esempio, nel frequente uso di colonne; in realtà la struttura è definita da un insieme di stili perfettamente dialoganti in maniera armonica, moderna e soprattutto funzionale: vedrete come gli spazi adibiti a uffici e sale espositive mostrano caratteri principalmente razionalisti, quasi un aspetto austero da edificio industriale; altre parti rivelano una ricerca dell’ordine e della classicità palladiana, come ad esempio, il portico e il colonnato. Tutto il progetto è il risultato di un procedimento additivo delle diverse parti, con scelte tipologiche e strutturali basate sulla funzionalità, che in questo caso diventa così mobile e labile da essere considerata polifunzionale. Quest’ultimo aspetto della polifunzionalità caratterizzerà gli edifici terziari e culturali dei decenni successivi e si manifesterà con la progettazione di spazi sempre più trasformabili e aperti.

Cristina Sarcina interpretata da Chiara Bosna

3. CASA RUSTICI, Corso Sempione – arch.Giuseppe Terragni e arch. Pietro Lingeri

Giuseppe Terragni è sicuramente una delle più importanti figure di spicco nel panorama razionalista italiano. Originario di Como, progettò maggiormente per la sua città natale; in particolare vi ricordo La Casa Del Fascio in piazza del Popolo, il palazzo residenziale Novocomum e il Monumento ai Caduti. A Milano opererà maggiormente per gli spazi espositivi alle biennali di Monza e per edifici privati residenziali, tra questi oggi visiteremo Casa Rustici, progettata con la collaborazione di Pietro Lingeri.

L’edificio residenziale è situato a Milano in corso Sempione 36 ed è stato costruito tra il 1933 ed il 1935. L’iniziale desiderio del committente era una villa a due piani, che portò ad una soluzione di compromesso: l’impianto così predisposto è una soluzione a due corpi di fabbrica di sette piani fuori terra, l’uno rettangolare, l’altro con forma a T; il collegamento tra i due distinti volumi è continuamente sottolineato dai ballatoi che si allineano sulla facciata principale. Il piano tipo è organizzato con due gruppi di tre alloggi di diversa dimensione, da tre a sette locali. Al livello più alto si trova la villa monofamigliare, un volume che occupa asimmetricamente parte dei due corpi di fabbrica, lasciando tutta la restante superficie a terrazza e giardino. A venticinque metri di altezza, la villa è immersa nel verde, come se si trovasse alla quota del terreno.

4. CASE POPOLARI del TARDO RAZIONALISMO: quartieri Mangiagalli, Fabio Filzi –  arch. Franco Albini, Gardella e Camus.

Abbiamo visto come già a fine ‘800 il tema delle case operaie iniziava a mobilitare le amministrazioni comunali verso la progettazione di aree dedicate e tipologie di abitazioni studiate ad hoc, in grado di rispondere a nuove esigenze e bisogni. Siamo negli anni 40 del ‘900, in periodo tardo razionalista, l’incremento demografico e la densità abitativa sono in aumento, c’è maggior affluenza lavorativa in città e l’industrializzazione avanza, tutto ciò porta a rivedere il concetto di casa, nei suoi spazi, nelle dimensioni, attraverso criteri di salubrità. Il problema è accolto dal movimento moderno, così come dagli architetti razionalisti in Italia e anche dai tecnici progettisti di regime. In questa ultima tappa ho deciso di introdurre e dare spazio a questo tema, anche perchè più che mai attuale. Oggi vedremo tre interventi dell’Architetto Franco Albini. Egli dedicherà particolare attenzione al tema dell’edilizia popolare, e lo farà soprattutto nella città di Milano, usando come riferimento lo studio delle casistiche europee risolte dal movimento moderno. Sono anni di grandi esperienze, ma anche di profondi disincanti. La produzione architettonica di edilizia popolare del periodo anteguerra di Albini si muove tra riferimenti a una cultura europea ancora esterna rispetto al clima dominante, e la rigorosa messa a punto di schemi tipologici che seguono precise regole distributive e aggregative.

La specificità, invece, del suo contributo in questo campo nel dopoguerra, consente di individuare una nuova e precisa posizione nei confronti del problema progettuale, una vera e propria «sfida». La ricerca si fonda sugli esempi d’oltralpe per noi ancora lontani e una rigorosa messa a punto di schemi tipologici che seguono precise regole distributive e aggregative. «L’architettura è come la coscienza. Alla base dell’architettura c’è sempre un problema morale»,afferma Albini.

QUARTIERE IACP MANGIAGALLI (Via Jacopino da Tradate, Milano). I due edifici sono costituiti dall’accostamento in linea di tipi edilizi uguali, a esclusione della differente articolazione di una delle due testate, soluzione declinata in numerose varianti. L’edificio tipo è composto da due alloggi simmetrici studiati come «cellule tipo», due per piano, serviti da un unico corpo scala, separato dal volume residenziale e disimpegnato da passerelle a ponte, come si vede dagli schizzi planimetrici. Il progetto costituisce un’attenta e sapiente mediazione e sintesi di soluzioni tipologiche. L’impianto del quartiere, finanziato dall’istituto autonomo case popolari di Milano, è concepito come organismo vivo, si avvale dei criteri di funzionalità’, serialità’ e unificazione, ad essi si aggiunge una sensibilità urbanistica estremamente attuale e aderente ai reali bisogni dell’individuo e della collettività. Il tema del ballatoio, tanto caro alla città di Milano, viene ripreso in chiave moderna, utilizzato per la sua funzionalità distributiva, studiato e disegnato in armonia con edificio e contesto, contribuendo alla forma e alla bellezza della palazzina stessa. Gli spazi interni sono studiati seguendo i criteri di comfort e spazi minimi abitativi, le zone di servizio e gli impianti sono situati in posizione ravvicinata, spesso specchiati o raggruppati, così come tutt’oggi si procede a fare nella progettazione di residenze ecosostenibili e lottizzazioni di un certo rilievo, al fine di limitare costi e raggruppare aree e cavedi impiantistici.

QUARTIERE FABIO FILZI (viale Argonne, via Birago, via Illirico, Milano)

Il progetto per il quartiere Fabio Filzi è l’esito di un concorso per la progettazione di tre nuovi quartieri di edilizia popolare, bandito dall’Istituto Fascista Case Popolari (Ifacp) nel 1932. Il progetto è a opera di Franco Albini, in collaborazione con Renato Camus e Giancarlo Palanti, e manifesta come primario obiettivo quello di sradicare il tradizionale schema di lottizzazione, contraddistinto da volumi edilizi disposti «in cortina», allineati cioè senza soluzione di continuità, lungo i tracciati stradali, e articolati verso l’interno dei lotti con corti e chiostrine chiuse o semiaperte. Per la prima volta, nel pretesto di una lottizzazione nuova e in periferia, si progetta una Milano diversa, dall’aspetto europeo e moderno. Il lotto viene ora inteso come unità base della struttura urbana, in cui la disposizione degli edifici è ordinata in schiere parallele lungo l’asse solare (Nord-Sud), con la conseguente apertura dell’isolato verso la città e non più introspettivo verso il suo interno. Principi ispirati a criteri di igiene, semplicità geometrica e risparmio determinano le distanze tra le schiere, calibrate per garantire il corretto soleggiamento degli alloggi in ogni stagione, mentre gli spazi aperti hanno forme regolari.

Alla razionalizzazione delle forme dei singoli fabbricati, corrisponde la regolarità e l’innovazione tecnologica delle strutture portanti, progettate in cemento armato dalle fondazioni, alle strutture in elevazione.