Le Fiabe Del Bullone: L’Amicizia Della Musica

Illustrazione di Giancarlo Caligaris
Illustrazione di Giancarlo Caligaris

Di Nicola Saldutti

Aveva pensato che tutti ce l’avessero con lui. La maestra, il papà, la mamma. Persino il tram che arrivava sempre un attimo prima che lui fosse alla fermata. Giravano così le sue giornate, pensando a quello che poteva succedere e non succedeva mai. No, non era triste. Era solo arrabbiato con il mondo intero. Una mattina, mentre andava a piedi a scuola, vide che da una finestra qualcuno lo stava guardando, dietro le tende. Non ci fece tanto caso, ma il giorno dopo notò che quello sguardo continuava a non perderlo di vista. Poi le tende si socchiusero. Andò a scuola, litigò con i suoi compagni. E se ne tornò a casa. Da molto tempo aveva lasciato la sua chitarra nell’angolo della stanza, quando il papà l’aveva accompagnato a comprarla era felice. Pensava a quante feste con gli amici avrebbe potuto organizzare: lui in mezzo a cantare le canzoni e gli amici tutti intorno. Voleva rendere felici gli altri, questo era il suo sogno. Le corde erano scordate, lui cominciò a mettere in ordine il «la», gli avevano spiegato un segreto: si poteva sentire quella nota, di 440 hertz, anche dal telefono. Poi il sol, il mi, il re, il si, il mi cantino. E ricominciò a suonare. La mattina dopo, lungo la strada rallentò. Vide che quella finestra era chiusa, non ci fece molto caso, ma nei giorni successivi continuò a pensarci. Poi si decise a bussare, un sabato. La porta si aprì e davanti a lui vide un uomo, non troppo vecchio, lo sguardo un poco stanco. Si accorse subito che nella stanza c’erano degli spartiti. Allora si ricordò, all’improvviso. Era proprio lui, il signore che aveva venduto la chitarra al suo papà, una Yamaha g235. Classica. «Perché hai smesso di suonare?», gli chiese senza accusarlo, però. «Perché non ho amici», rispose. La musica c’è soltanto se ci sono gli amici con cui condividere le note. Il signore non sembrò sorpreso, lo fece entrare, prese una delle sue chitarre e gliela porse. Marco era indeciso, poteva fidarsi. Decise che bisogna sempre fidarsi di chi suona; la prese, si sedette sulla sedia e cominciò a provare. Il maestro corresse la postura, gli disse di tenere meglio la mano destra. Tutte le volte che entrava in quella casa si sentiva felice. Era come se quella chitarra e quel maestro avessero deciso di prendersi cura di lui, non si sentiva solo dentro quelle note e seduto su quella sedia. Una mattina entrò in classe e invitò i suoi amici a casa, a suonare con lui. E, incredibilmente, gli risposero di sì. Sarebbero andati quel sabato, alle cinque. Francesco, Piero, Mara, Emilia, Gianni. Dissero di sì e lui non poteva crederci. Aspettò e poco prima dell’ora dell’appuntamento li vide arrivare, Gianni però ancora non si vedeva. Temette che non arrivasse, poi sentì bussare. E davanti a lui, insieme a Gianni c’era un signore. Lo scrutò con attenzione e vide che era lui, il maestro di chitarra. Era il papà di Gianni. Capì. Che non era mai stato solo.