Il Libro A Staffetta VIII – «Il bisogno di qualcuno a cui possa dimostrare di esserci, di avere idee»

Illustrazione in evidenza di Giulia Pez
Illustrazione in evidenza di Giulia Pez

L’illustrazione di copertina è di Giulia Pez, che ringraziamo di cuore. In questi disegni c’è l’essenza di quello che vogliamo fare: un libro, la mano di tutti i ragazzi e i volontari de Il Bullone, e il simbolo della nostra Fondazione. Il bullone perché è qualche cosa di concreto, che tiene insieme. Un gruppo di ragazzi provenienti da diverse esperienze di malattia che hanno voglia di raccontare
come vedono e come vorrebbero il mondo fra qualche anno.

Il Riassunto Dei Primi 7 Capitoli

Lapo e Riccardo sono due amici milanesi. Riccardo vuole scrivere un libro ma si blocca davanti al foglio bianco. Lapo lo prende in giro mentre camminano per Milano. Riccardo racconta di un incontro al semaforo tra via Santa Sofia e corso Italia con una bella ragazza dagli occhi verdi e i capelli neri. Lapo corre in soccorso dell’amico e con un’app di tracciamento riesce ad individuare la misteriosa ragazza con un borsone nero. Un borsone che usano le ragazze che vanno all’Accademia della Scala. «Trovata, si va» dice Lapo all’amico. La ragazza si chiama Matilde. Matilde viene inseguita dai due ragazzi e corteggiata fino alla stazione. I ragazzi cominciano a parlare con questa bella ragazza. Sono in piazza Gae Aulenti, nella parte nuova di Milano dove c’è una bella fontana. Riccardo, Lapo, Matilde parlano di tutto, anche di Puccini e Pavarotti. Ma a un certo punto Matilde sembra di scorgere tra la folla sua madre. Un grande dubbio, un tormento. Ora vuole rimanere da sola.

Di Alessia Franceschini

Avete presente quei momenti in cui tutto sembra fermarsi? I suoni si fanno ovattati, le immagini sfocate, la mente vuota? Stavate pensando a qualcosa di ben preciso, così preciso che neanche ve lo ricordate più.

Lì, in quella piazza, in mezzo al caos, le sirene, le spinte, Riccardo che la tira per la mano. Matilde lo guarda negli occhi: non cerca di trasmettere nulla, ma non sa cosa fare, si sente incapace di muoversi, perché qualcosa la sta chiamando dietro di lei: si volta ancora, un’ultima volta, devo rivederla, non può essere mia madre, pensa. Ci prova e riprova, finché le sembra di avere la vista annebbiata e ad occhi chiusi si lascia trascinare dal ragazzo ai margini della piazza, dove possono fermarsi e prendere fiato.

«Che facciamo? Dove devi andare? Come torni?»

Un attimo, calma. Lascia stare, non era nessuno. Fermati, pensa: Francesca abita abbastanza vicino, ora saluti, ti allontani e raggiungi casa sua, prima di trovarti in un altro allarme.

Matilde, ancora con gli occhi stralunati e una voce per nulla convincente, prova a rispondere: «Mmh… da qui… sì sì, sono solo due fermate di metro per arrivare a casa della mia amica». Dà uno sguardo al telefono: le 21.30.

«È anche tardi… mi aspetta da un po’, devo proprio andare. Grazie per la passeggiata, e lo spettacolo di prima, sai…». Viene interrotta dalla suoneria del telefono di Riccardo: è Lapo, troppo pigro per usare i mezzi e per aspettare l’amico, è saltato su un taxi e sta tornando a casa.

«Dove sei finito? Se vuoi mi faccio portare dove sei tu e possiamo restare insieme da me. I tuoi tornano domani vero? Non ti farà male prolungare di qualche giorno la tua libertà».

Ora è Riccardo che si blocca: ovviamente non aveva realizzato che il ritorno dei genitori fosse così vicino: le giornate davanti al foglio bianco avevano completamente offuscato il reale scorrere del tempo: sembrava tutto così lento, da non vederci una fine, in quel tempo.

Guarda Matilde, pensa a Lapo e a quello che avrebbero fatto a casa sua: nulla, forse parlato un po’ delle solite cose, con una pizza davanti perché nessuno dei due avrebbe mai avuto voglia di prendere in mano una padella per fare qualcosa di diverso, per finire con la solita canna prima di sprofondare nella noia e in qualcosa che poi non avrebbe più ricordato. Non voleva questo, o almeno non più: era andato a casa di Lapo per staccare, nella speranza di un’ispirazione da cogliere da qualche parte, poi però c’è stata Matilde, una conoscenza inaspettata e decisamente particolare, ma in effetti era stato proprio lui a cercarla.

Meglio tornare a casa, magari sistemare il salotto che dalla partenza dei suoi era diventato un campeggio, giusto per temporeggiare e ritardare il momento in cui poi si sarebbe seduto davanti al computer per continuare a fissare il foglio bianco.

«Hey? Amico, ci sei? Il tassista mi sta fissando devo dirgli dove andare, che vuoi fare?». Riccardo esita: dico di no? E cosa mi invento?

«Senti, sei ancora lì con quella ragazza, Matilde? Può venire anche lei, ma mi dici dove ti trovi?» gli dice ancora Lapo.

Riccardo torna a guardare Matilde, la proposta è assurda, come chiede ora a una ragazza conosciuta due ore prima di passare la serata a casa di un suo amico?

«Stazione di porta Garibaldi, ci troviamo lì. Chiamami quando arrivi».

Cominciano ad andare verso la stazione: girano intorno alla piazza, prendono le scale mobili che li porta al semaforo davanti alla stazione, nessuno dei due parla. Arrivano all’ingresso della metropolitana, cercano di rompere l’imbarazzo salutandosi, Riccardo le lascia il contatto, nel tentativo di non sembrare così impacciato come è in realtà.

In macchina Lapo parte a raffica con le domande: «Ma che avete fatto? Siete spariti! Non dirmi che…»

«No, no, fermo! Ci siamo fermati in piazza a guardare lo spettacolo della fontana, hai presente no… immaginavo non lo conoscesse. Poi c’è stato uno dei soliti allarmi, lei ha preso la metro, andrà da un’amica credo…»

«Per stasera, hai proposte?»

Sì, pensa Riccardo, vorrei solo andare a casa e starmene seduto davanti alla pagina bianca.

Per tutto il tragitto Lapo è nervoso, non lo dà a vedere, non sarebbe da lui, ma teme di restare di nuovo solo per giorni, e non lo ammette nemmeno a se stesso, ma questa prospettiva non lo lascia indifferente. È da un po’ che inizia a sentire lo strano peso delle giornate vuote, inutili come pensa lui, passate solo a saltare da un’idea all’altra, dal divano al tavolo dove tenta di buttare giù qualcosa, appunti, idee, qualsiasi cosa. È una sensazione quasi di fastidio, che sparisce quando è in compagnia di qualcuno, perché non è solo e non sta buttando tempo (o almeno, non da solo). In compagnia questo senso di vuoto è colmato dalle chiacchiere e dalla presenza, dalla vicinanza di qualcuno che lo fa sentire più presente e qualcuno. Ha bisogno di Riccardo per questo e tanto altro, ha bisogno di qualcuno a cui possa dimostrare di esserci, di avere delle idee, di valere qualcosa. Quello che Lapo davanti agli altri definisce come bisogno di distrarsi dalla noia, dalla solitudine imposta dal distanziamento e da tutte le sporadiche quarantene preventive.

Come al solito, non succede nulla di che: cenano, Riccardo è immerso nella sua pagina bianca, stampata nella sua testa da giorni; Lapo, stranamente silenzioso, si lascia cadere sul divano mentre cerca una serie tv che potrebbero guardarsi per passare la notte, come fanno quando non sono in vena di fare e parlare delle solite cose. Una notifica interrompe il trailer appena partito sul telefono di Lapo: riporta l’avviso di un nuovo lockdown, dati i numerosi allarmi partiti nella giornata.

«Ehm… hai letto anche tu?»

«No, cosa?»

«Altro lockdown, per ora parlano di una decina di giorni per ristabilire la situazione…»

Alessia Franceschini, illustrazione di Chiara Bosna

Perfetto. Un’altra decina di giorni per restare a casa a fissare la pagina bianca; questa volta però con i suoi insieme a lui. Ripensa all’ultima quarantena passata con loro: un ritornello di domande sugli esami ancora da dare, di responsabilità di cui non era nemmeno a conoscenza, e poi il «Perché non ti cerchi un lavoretto intanto?», oppure «Hai già pensato a un dottorato? O a uno stage dopo la laurea? Manca poco, non puoi rischiare di rimanere senza nulla da fare». Per Riccardo non mancava poco, e l’unica cosa a cui aveva pensato era che, di certo non era nei suoi piani quello di continuare gli studi.

«Mi ospiterai vero? Sai che i miei tornano, e la casa è un casino, meglio se non mi faccio vedere per un po’… almeno quando tornerò se ne saranno già dimenticati».

Lapo risponde con un cenno, indifferente, poi si guardano ed è uno di quei rari momenti in cui riescono a leggersi la stanchezza e lo sconforto l’uno nell’altra.

*****

«No, no, no! Un altro lockdown! Proprio ora?! Non potrò allenarmi, rimanderanno tutto, il balletto, il provino di venerdì…dici che chiuderanno anche l’accademia? Beh, in ogni caso come ci arriverei? I mezzi saranno bloccati». È passata la mezzanotte, Matilde è sul divano a casa della sua amica che cerca di prendere sonno: l’allarme alla stazione, il treno perso, poi lo spettacolo nella piazza, sua madre… no, non era sua madre, o almeno di questo vuole convincersi. Ora l’avviso del lockdown, solo dieci giorni, ma l’accademia? Nonna Mimì? Intanto lei è nel bel mezzo di Milano, troppo lontana da entrambe. Scrive ad alcune ragazze dell’accademia: dicono che resterà aperta per chi potrà raggiungerla.

Ne ha bisogno, sa che di nuovo chiusa in casa impazzirebbe; sente tutto sfuggirle di mano, l’ansia che la assale. Respira, calma. Francesca si preoccuperebbe.

Passa tutta la notte a pensare a una soluzione, finché dopo qualche ricerca trova dei piccoli appartamenti in affitto nella zona dell’accademia: non è ovviamente un quartiere economico, ma se si tratta davvero di solo una decina di giorni… Annota il numero del proprietario riportato sull’annuncio ed esausta si lascia sprofondare con la testa sul bracciolo del divano.

Quando si sveglia trova Francesca già al lavoro: una pila di libri sul tavolo, la penna che si muove sulle pagine dei suoi schemi senza staccarsi un attimo, e l’odore del caffè che immagina in una gigante tazza nascosta da tutti quei manuali. Per un attimo pensa di rimanere lì, ancora non pensa a niente se non agli occhi che si stanno per chiudere di nuovo, poi nota il telefono e un post-it giallo di fianco a lei…

«Che ore sono???»

«Le… undici e mezza. Come stai?»

«Sì… non lo so, un po’ stanca. Non volevo disturbarti, scusami, cambio stanza. Anzi, prometto che ora trovo il modo di tornare a casa, o comunque di non restare qui, hai un esame a breve e di certo non sarei una grande compagnia».

Francesca tenta di rispondere, ma quando si gira vede solo la coperta accanto al divano e il passo leggero di Matilde scomparire dietro la porta della cucina.

Matilde riprende a guardare il sito con i vari annunci trovati la sera prima, cercando di convincersi che sia l’unica opzione possibile al momento. Chiama nonna Mimì: sta bene, è ovviamente preoccupata per lei, ma la rassicura che non c’è bisogno di tornare, sarebbe rischioso data la distanza e comunque lei avrà le vicine che la aiuteranno se necessario.

Mimì sa che Matilde non è preoccupata solo per lei, ma preferisce aspettare che sia lei stessa a parlarle dell’accademia e di come continuerà in questi giorni. Sa che ha bisogno di pensarci, parlarle ora non farebbe che alimentare la sua ansia al riguardo.

Spesso Matilde si chiede se la nonna capisca, se sappia interpretare tutti i suoi silenzi e preferisca darle il tempo di elaborare, o se semplicemente creda davvero che, quando non dice nulla, vada tutto bene.

*****

Per Lapo e Riccardo la giornata inizia a mezzogiorno inoltrato, svegliati dallo squillo del telefono di Lapo: sconosciuto. Ancora troppo assonnato per leggere il nome sul display, sporge un braccio dalle coperte, alza il telefono da terra e risponde: «Sì…?»

«Pronto? Chiedo scusa, chiamo per l’annuncio degli appartamenti in affitto in via Borromei, a Milano… è lei il proprietario vero?».