Quando la pandemia non ferma gli sbarchi

Un barcone di migranti ANSA / ETTORE FERRARI
Un barcone di migranti ANSA / ETTORE FERRARI

Di Francesco Arnaboldi

Durante l’emergenza sanitaria mi è stato chiesto di andare su una nave quarantena per i migranti che sbarcano in Italia. È qualcosa di talmente distante dalla mia realtà milanese che ho dovuto riflettere diversi giorni prima di decidermi: parto, certo che qualsiasi cosa mi si presenterà davanti sarà un’esperienza unica. L’impatto è dirompente e la prima giornata, visto il mio totale spaesamento, è di puro stress. Mantengo un po’ di sangue freddo solo grazie all’uniforme che indosso. La sera sono pronto a ritirarmi in cabina per scaricare la tensione, invece mi chiedono di coprire anche il turno di notte. Sono in navigazione, senza internet, solo, a guardia di un corridoio vuoto. Non riesco a rimanere sveglio, ma ogni mezz’ora balzo sulla sedia per qualsiasi rumore sospetto.

Non Siamo Tutti Uguali

Il giorno dopo però, tutto cambia. Vinco la timidezza e inizio a intrattenere conversazioni con gli ospiti sulle rispettive storie personali. Al ponte 5 alloggiano solo minori e ventenni, per lo più partiti da soli e arrivati dopo anni a fronte di una spesa di migliaia di euro, spesso insufficiente a pagare la polizia dei checkpoint per evitare loro il carcere. Qualcuno mi mostra anche i segni di quelle esperienze e provo disagio ad ascoltarne i racconti: vista l’età il paragone con me è inevitabile. È frustrante, ma per non sentirmi in colpa devo convincermi che l’uniforme nasconda il mio «io», che il mio interlocutore mi veda come mero rappresentante di un’ideale super partes. Accetto con rammarico che i valori con cui sono cresciuto siano in realtà una mera illusione: non siamo tutti uguali né vogliamo esserlo, perché nessuno vorrebbe vivere quella vita. Poi interviene la razionalità, e ho bisogno di giustificare come sia possibile che esista una tale realtà di violazioni dei diritti più fondamentali nel 2020, perché un conto è sapere e un conto è vedere con i propri occhi.

È il momento di trovare un responsabile, dunque, e lo Stato può essere un buon capro espiatorio. Venire legalmente da uno di quei Paesi è ormai quasi impossibile; per chi arriva, invece, si è creato un sistema kafkiano di carte bollate. Da un lato, le richieste di protezione hanno tempistiche infinite, tanto che, quando arriva finalmente la decisione, il destinatario è andato via o si è ormai costruito una vita; vita che in caso di rigetto viene distrutta. Dall’altro, le modalità di respingimento immediato si traducono spesso in misure la cui inconsistenza è testimoniata dall’ultimo attentato in Francia.

Sembra giusto, almeno in parte, proiettare le colpe sullo Stato: è evidente che questa retorica di «porti chiusi» contro «accoglienza», cui siamo abituati, sia una consapevole finzione. Lo Stato finge di non vedere, riversando il problema sul Terzo settore e altri Paesi di destinazione. Ma al di là di questo, mi chiedo, si può attribuire tutta la responsabilità ad un’Istituzione?

La Politica

Il discorso merita di essere esteso. L’incapacità tecnica di chi scrive le leggi appare talvolta evidente, anche se è spesso una scusa, perché in fondo manca la stessa volontà di intervenire. Siamo ormai abituati a una costante semplicizzazione di ogni problema da parte della politica; in questo modo si può presentare una soluzione comprensibile a tutti vendendola come efficace, anche se già consapevoli che non lo sarà affatto. Leggiamo di «spazzacorrotti», «cura Italia», «decreti sicurezza», ma questi provvedimenti dai nomi eroici non producono più di qualche isolato effetto. Sembrano più spot televisivi che leggi dello Stato, e in effetti la funzione legislativa risulta spesso appiattita a una magnifica operazione di marketing: è più importante veicolare un messaggio, l’apparenza di un intervento che in realtà non esiste. Il problema pare essere sociale. Sono sempre più spesso le reazioni istintive dell’elettorato sui social a indirizzare la nostra politica nazionale. Manca invece una visione a lungo termine; manca un interessamento serio del cittadino alla res publica. Ci si informa frettolosamente su Facebook, così da poter ostentare qualche argomentazione a cena con gli amici. Ma di fronte a una classe dirigente che insegue i «capricci momentanei» di una popolazione sempre più in crisi, saremo noi giovani a portare la soluzione?

La generazione dei nostri genitori ha fallito, dunque l’unica alternativa potrebbe essere una «rinascita etica» della politica (come partecipazione alla vita collettiva) volta a risolvere i problemi del quotidiano, senza tifoserie da stadio, ma con un confronto serio di idee. Credo che ciascuno di noi, secondo interessi e competenze che gli sono propri, possa assumere un ruolo attivo in tal senso. O forse, chissà, ci va bene così.