Le Fiabe Del Bullone: Il Diario Di Una Scarpa

Di Giangiacomo Schiavi

Sono nata in una fabbrica piena di bambini. In Vietnam.

I bambini mi palleggiavano, come se avessero in mano un pallone.  Uno di loro mi ha incollato una suola. Poi mi ha bucherellato la gomma per farci passare dei lacci. Sentivo un dolore acuto, una puntura che mi trapassava. Ma non riuscivo a farmi sentire. Infine, con una bomboletta spray mi hanno tinta di blu, che per fortuna è il mio colore preferito e da quel momento ho pensato di avere un po’ di pace. Invece, inaspettatamente, mi hanno fissato dei chiodi sulle suole e vi posso assicurare che non è poi tanto piacevole.

Mi sono rassegnata solo quando ho capito che il mio destino era quello per cui sono stata fatta: diventare una scarpa da calcio. C’è di peggio, credete. Con un po’ di fortuna, mi sono detta, potrei anche diventare famosa. Credevo di essere unica, invece avevo una gemella con cui ho diviso una scatola. Una stava a destra, l’altra a sinistra. Fuori hanno scritto il numero che mi porto addosso: 41.

Ero appena nata quando ho provato un’emozione forte come quella di volare. Avrei diviso volentieri la sensazione di essere tra la terra e il cielo, ma la mia gemella era assai ombrosa, non mi rivolgeva mai la parola. Sono finita in Brasile, nella vetrina di un grande centro commerciale. Mi piaceva che tutti mi guardassero, molti si fermavano ad ammirarmi, qualcuno mi toccava, nessuno voleva comprarmi. Fu un ragazzo, un pomeriggio, a insistere con la commessa: voleva proprio me. Si portò via anche la mia gemella, quella scontrosa, con cui non andavo molto d’accordo. Ho imparato quel giorno che non siamo mai soli, dobbiamo convivere con gli altri. Ma a casa del ragazzo la sorpresa non fu piacevole. La mamma ci aspettava con le mani sui fianchi, alla vecchia maniera, e subito sbottò:  «Ma Ronaldo, un altro paio di scarpe? Non ti bastano tutte quelle che hai?». Il mio nuovo padrone rispose sicuro di sé: «Vedrai mamma che queste scarpe non mi tradiranno». Le sue parole mi riempirono di gioia, ma la mia gemella le interpretò solo a suo favore e scoppio fra noi una lite furibonda. Decisi allora che avrei fatto tutto il contrario della mia gemella, così, per ripicca.  Alla prima partita facevo inciampare apposta Ronaldo, o facevo in modo che le stringhe si slegassero. Una carognata. Quando però sentii l’allenatore prendersela con quel povero ragazzino perché cadeva sempre e minacciava di escluderlo dalla partita, mi venne il rimorso. Perché fare del male quando c’è bisogno di bene? Cambiai strategia:  diedi una pacca simbolica alla mia gemella e mi accordai con lei per far diventare quel ragazzo un fuoriclasse.

Oggi siamo le scarpe portafortuna di Ronaldo e con lui giriamo il mondo. Abbiamo partecipato alla finali di Coppa e ai Mondiali. Non abbiamo mai più litigato. Lui con noi ha vinto anche il Pallone d’oro. Lo chiamavano il «Fenomeno», sui giornali, ma nessuno si è mai chiesto che cosa c’era dietro il suo successo. C’eravamo noi. Un paio di scarpe, cucite dai bambini in Vietnam. Anche il giorno di Natale.

(Questa favola l’ho trovata in un album di una scuola elementare. Volevo riscriverla, ma mi sembra bella così).