Le Fiabe Del Bullone: Pornilla E Il Bullone

Illustrazione di Giancarlo Calligaris
Illustrazione di Giancarlo Calligaris

Di Bill Niada

Pornilla batteva al porto, tutti i giorni, festivi compresi, dalle 7 di sera alle 3 del mattino.

Aveva una vasta clientela, di tutti i colori e idiomi e una solida reputazione, che travalicava la zona marittima. La chiamavano la «Belva del ribaltabile», perché quello che le veniva meglio era in macchina. Tutte le posizioni e le fantasie erano comprese in una tariffa modica di 35 sloty. Non poco, ma nemmeno tantissimo per quello che sapeva fare, soprattutto voltata all’indietro con la leva del cambio pericolosamente vicino alla tempia.

Era nata bionda, poi si era fatta mora, poi di nuovo bionda e ora era di un bel rosso rame, con dei riflessi bronzei. Uno spettacolo. Aveva lunghe gambe, braccia ben tornite e un seno che faceva dire wow. Lo chiamavano il voyerismo di Pornilla quello che stimolava, quando ancheggiava, su e giù per il molo 6, in attesa di quell’umanità sbavante e penzoloni che soddisfaceva con affetto e tenerezza, comprendendo i bisogni degli uomini e le loro afflizioni. Aveva sempre con sé una borsettina Luigi Vittone, dono di un suo innamorato (non era l’unico), dentro alla quale teneva una certa somma da dare ai più derelitti. Era una donna sensibile, e non solo nei posti giusti. Ma soprattutto aveva una dote unica: leggeva nei pensieri dei maschi, individuandone desideri e sofferenze.

Aveva anche buon gusto rappresentato da una piccola collezione di microscopiche gonne di nappa che le lasciavano scoperte le natiche, dimostrando un chiaro senso del risparmio. Le aveva rosse, gialle, blu, verdi, bianche, rosa, lilla, turchesi, amaranto corsa, cobalto, pavone, isabella e una, l’ultima, color cioccolato fondente. Sì, perché il nero non era il suo colore, le sbatteva un po’. 

E a lei non piaceva battere sbattuta.

Anche quella sera era in piena attività con un sorriso accogliente sul volto e una schiera di pretendenti che facevano la fila, con le braghe gonfie, dietro le bitte, tra le cime e le reti.

Bullone era arrivato con l’ultimo barcone. Aveva cinque anni e la sua mamma aveva lasciato il papà nel Ciad a fare la guerra. Una guerra sporca, da cui tutti scappavano. Però lei non ce l’aveva fatta, perché la strada era stata lunga e troppo faticosa per una donna fragile. Ora Bullone era rimasto solo.

Lui aveva un bel musetto furbo che si portava in giro sopra a un piccolo corpo emaciato e coperto di cenci. Lo avevano chiuso dentro alla zona in cui chiudevano tutti in attesa di un futuro che nessuno sapeva quale sarebbe stato. Qualcuno veniva subito rimandato indietro verso un destino buio, qualcuno rimaneva ad aspettare che uno squarcio nel buio si aprisse.

Quella sera era riuscito a sgattaiolare fuori insieme a un paio di altri scugnizzi e scorrazzava per il porto in cerca di cibo e curiosità in quella città che non conosceva e che brulicava di gente di un altro colore. Aveva gli occhi brillanti, che scintillavano dentro alla notte. Occhi bianchi che sorridevano, nonostante il nero della vita.

Si erano nascosti dietro a delle nasse e osservavano quell’andirivieni notturno alla ricerca del piacere. Bullone osservava quella pratica che aveva imparato a conoscere in una vita percorsa troppo in fretta e in troppi luoghi diversi. Osservava quelle donne che vendevano se stesse, come nel mercato di casa sua vendevano noci di cocco e datteri.

Ma soprattutto osservava quella donna, dalle gambe lunghe coperte da un fazzoletto di pelle, che scherzava con uomini eccitati dal desiderio del sesso. Però i pensieri di Bullone erano ancora fanciulleschi, puri come possono esserlo quelli di un ragazzino di 5 anni: «Ragazzi che gnocca, le metterei il platano nella bottega». Pornilla, che udiva i pensieri di tutti e li traduceva automaticamente come con Google translator, sentì una voce nuova, una voce di bimbo, una voce cristallina, la voce dell’innocenza, sebbene corrotta dal tempo e dall’esperienza della vita. 

«Chi c’è dietro a quelle nasse?», chiese frugando con il naso nell’aria, come alla ricerca di un odore nuovo e diverso (i bambini si lavavano poco), «vieni fuori, fatti vedere…».

Bullone sentendosi scoperto, ammaliato da una voce di donna come quella che poteva essere della mamma, uscì dal suo nascondiglio, mostrando solo gli occhi bianchi nella notte nera. Poi pian piano anche dei denti bianchi e forti si stagliarono nel buio pesto di un’infanzia ferita.

«Come ti chiami?», «Bullone».

Pornilla riusciva a capirlo, perché la parola prima di diventare voce, per una frazione d’istante, è pensiero e lei poteva ascoltare i suoi concetti formarsi e passare. 

«Bullone, che bel nome. Da dove vieni Bullone?»,

«Vengo da di là del mare, dove tutto si confonde tra la sabbia e le palme. Vengo dalla Terra antica dell’Uomo, dove però l’uomo ha dimenticato se stesso. Vengo da dove i bambini nascono morti e dove la morte è tutt’uno con la vita. Vengo da dove più non vorrei tornare…».

«E ma che bel bambino profondo», pensò Pornilla. Poi subito un altro pensiero le si formò in una fessura di luce in cui brillavano gli occhi del bimbo: «Sono stufa di fare quello che faccio. Vorrei amare e far crescere una vita, dandole un futuro migliore di quello che ha avuto. Vorrei un bambino a cui dedicare attenzioni e affetto. Vorrei un bambino e fargli dei bei pantaloni di nappa con le minigonne dismesse».

E fu così che durante l’Avvento del Natale del 2020, Pornilla adottò Bullone, quando schiere di cherubini suonavano le trombe e mentre lei smetteva di farlo, divenendo mamma di un bellissimo bambino color cioccolato, quello che da quel momento fu il suo colore preferito.