Intervista A Luca Guadagnino. Come Stanno Cinema E Cultura

Come stanno il cinema e la cultura in questo momento storico? Lo chiediamo al pluripremiato regista Luca Guadagnino.

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Di Fabio Valle

Distanziamento e mascherine, così inizia la conversazione con Luca Guadagnino, importantissimo regista italiano che ormai da diversi anni viene riconosciuto in tutto il mondo come uno tra i più interessanti registi del momento. Tra i suoi film spiccano capolavori come: The Protagonists, A bigger Splash, Io Sono L’Amore e nel 2017 Call Me By Your Name, che gli permetterà di ricevere una miriade di nomination (tre Golden Globes, quattro premi Oscar e quattro BAFTA) e addirittura portarsi a casa diversi premi, tra cui un Oscar alla miglior sceneggiatura non originale.

Il giorno successivo alla chiusura di cinema e teatri dovuta al nuovo DPCM, abbiamo avuto il piacere di intervistarlo parlando anche di questo.

Come Sta Il Cinema?

Ma iniziamo con il fil rouge che tiene unito questo numero del Bullone: come sta Luca? Come sta il cinema? E come sta la cultura?

«Per quanto riguarda me stesso, penso che posso dire di stare in un modo che raramente nella vita qualcuno può sentire, ed è un sentimento condiviso. Quando dico di sentirmi un po’ perplesso e irrequieto, posso pensare che le stesse sensazioni siano provate da molti italiani. Per quanto riguarda il cinema – giusto ieri con il nuovo DPCM è stata confermata la anche chiusura di cinema e teatri, per quanto fossero luoghi controllati e dove non si era registrata la presenza di alcun focolaio di contagio -, la considero una chiusura irresponsabile e ingenua, capace solo di creare solo ulteriori danni ad un settore sofferente che non rappresenta solo lo svago dell’utente, ma è anche un’industria che ha a che fare con le vite e i lavori di migliaia persone. La cultura in generale è invece un soggetto sempre vivo, bisogna solo dire come essa si esprima e cambi e soprattutto capire di che cultura o culture si tratta».

Le chiedo: come è possibile avvicinare i giovani al cinema?

«Spesso dalla gente della tua età il cinema è visto come una forma archeologica, gli interessi sono altri. Ma se per cinema si intende l’esperienza di andare a vedere fisicamente il film in una comunione collettiva, purtroppo i nuovi mezzi di diffusione e lo streaming hanno reso meno urgente la natura stessa del cinema (da considerarsi come una sorta di camera dei sogni elettrici, dove si condivide come in una specie di utero una visione) e mi dispiace molto. Ma il cinema, come linguaggio, è sempre più diffuso, poiché fruibile in moltissimi modi, grazie appunto a questi nuovi modi di visione. Possiamo dire che il cinema come linguaggio è vivo, è il luogo fisico che potrebbe soffrirne».

L’Epifania Di Luca Guadagnino

Ha mai avuto un’epifania o rivelazione che ha cambiato il suo modo di fare cinema?
«Grazie a un documentario su Fanny e Alexander, nel 2007 ho capito come Bergman arrivasse sul set senza avere troppi dubbi, ma li coltivasse dopo, condividendoli con la troupe e il cast. Questo mi ha illuminato e quella che tu chiami epifania, mi ha reso consapevole di quanto fosse importante trovare la mia posizione di incertezza, più che quella di certezza, per poter far fiorire al meglio il mio lavoro».

Quando capisce che un film non è per lei?
«Non credo che i film siano per me o per ciascuno, credo che siano o belli o brutti in assoluto, ovviamente ognuno può goderne o meno, ma si tratta di un discorso diverso, un film è brutto quando manca di cinema, se con cinema intendiamo un linguaggio che cerca di sondare l’invisibile: sondare la natura dei rapporti tra le persone, tra le persone e lo spazio e tra le persone e la storia. Quando il cinema illustra, quando vuole cercare di costringere a una griglia rigorosa e ripetitiva, quello che potrebbe essere un sistema di segni, è per me nel migliore dei casi una sceneggiatura filmata che definirei un po’ il collasso del cinema. Un altro momento dove secondo me non c’è cinema, è quando vedo l’approccio stilistico che ritengo sia alieno al concetto stesso di cinema, il cinema è un linguaggio, non una questione stilistica».  

Cinema E Università

Cosa ne pensa delle università di cinema?

«Per imparare a fare cinema bisogna imparare a vivere. Bisogna avere la capacità da un lato di osservare il reale e capirne i segni, essendo poi in grado di ricrearli, oppure relazionarti a qualcuno che ti serve nella messa in opera del tuo lavoro in maniera intelligente, che ha a che fare con conoscere il linguaggio del cinema. Da un lato la tecnica la impari abbastanza velocemente e ne devi fare interpretazione costante, dall’altro lato ognuno ha la possibilità di imparare la storia del cinema senza nessun bisogno di un’università. Ovviamente dalle scuole escono bravi scenografi e tecnici, ma i registi e le scuole secondo me non vanno d’accordo, se non capisci la vita non sarà una scuola di cinema ad insegnartela».

Cicatrici?

«Domanda davvero intima e mi è difficile rispondere essendo io una persona molto riservata, ma sono molto fiero della cicatrice che ho sul collo, conseguenza della rimozione di un tumore alla tiroide qualche anno fa, mi piace e mi tiene compagnia».

I Motivi Per Cui Si Fanno I Film

Quando ha capito che voleva fare il regista?

«Da quello che ricordo è qualcosa che ho sempre voluto fare, c’è stato sempre qualcosa di quasi erotico, nella figura del regista, che mi ha sempre appassionato. Non c’è mai stata un’autentica alternativa a questo, i primi passi sono stati quelli di volerlo fare e di essere convinto senza mai smettere, poi sono passato alle letture e revisioni, arrivando fino agli esperimenti con le macchine da presa, uno dei primi film che mi ha inspirato è stato Lawrence d’Arabia, avevo solo 5 anni».

Quando capisce che un argomento, una sensazione o un’idea è quella giusta per farci un film? Cosa la ispira e cosa la attrae?

«A un certo punto direi che me ne rendo conto quando mi trovo immischiato e non posso più sottrarmi. Perché se razionalizzo i motivi per cui i film si fanno, penso che sarei in difficoltà, preferisco trovarmi in condizioni per cui le cose accadono e non puoi farne a meno, avendo provato per molti anni, in passato, a farle accadere non riuscendoci, adesso aspetto semplicemente che accadano».

Luca Guadagnino interpretato nell’illustrazione da Chiara Bosna, è tra i più interessanti registi, sceneggiatori e produttori cinematografici italiani del momento. Nato a Palermo nel 1971, ha origini siciliane da parte di padre e algerine da parte di madre. Dalla sua nascita sino ai sei anni è cresciuto in Etiopia, ma al momento di iniziare le scuole è tornato a Palermo. Qui ha frequentato il liceo scientifico, per poi proseguire il suo percorso di studi lontano da casa. Laureato in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma, si è tuffato poi a capofitto nel mondo del cinema. Ha diretto le pellicole The Protagonists, Melissa P., Io sono l’amore e A Bigger Splash. Nel 2017 ha diretto l’acclamato film Chiamami col tuo nome, candidato a tre Golden Globe, quattro Premi BAFTA e quattro Premi Oscar, e Suspiria nel 2019. È da poco uscita per Sky la sua serie televisiva sui giovani: We Are Who We Are.

Le Storie Che Vale La Pena Di Raccontare

Quali storie vale la pena raccontare in questo momento storico e perché?

«Le storie in cui, anche non condividendone i punti di vista, siamo in grado di verificare che il punto di vista di cui si racconta è unico, individuale e specifico, non generico. E ti sto parlando di tutte quelle storie che secondo me non appartengono a una dimensione di manipolazione dei sistemi di comunicazioni».

È più complicato iniziare o portare avanti la professione da regista?

«Se penso a chi comincia senza avere un piano strategico – anche se poi intuitivo e una profonda curiosità dell’esistere per potere accendere la propria possibilità di espressione attraverso il medium del cinema -, mi viene sconforto. Vengo fermato spesso da ragazzi che vogliono fare i registi senza davvero sapere cosa significhi questa professione, quindi è difficile nella misura in cui la motivazione è sbagliata, devi essere regista davvero per poter essere regista. Inoltre, è importante cercare di capire come continuare ad esplorare il reale attraverso il cinema, senza cadere nella ripetizione di sé o nella sciatteria, e quello ha a che fare con la coscienza di sé e la determinazione, ma anche con il desiderio di fatica, perché alla fine è faticoso. Ma meglio essere affaticati che sciatti».

Che ruolo ha avuto l’Etiopia nella sua vita da regista?

«Sono convinto che l’Etiopia abbia avuto un vero ed effettivo ruolo nel formarmi cineasta, più che altro per la vastità dei luoghi e per la luce presente. Non ci sono mai tornato, ma mi piacerebbe fare un ritorno a casa, vedremo se sarà anche un ritorno cinematografico».