Intervista Impossibile Al Campione Ayrton Senna

Ayrton Senna interpretato da Giorgio Terruzzi (scrittore, giornalista e accademico, autore del libro Suite 200 – L’Ultima Notte Di Ayrton Senna)

Di Edoardo Hesemberger

In tempi di Covid i bar sono vuoti, soprattutto a metà mattina, ma io non ho fretta di fare niente, e quindi mi godo la mia tarda colazione. E proprio mentre sto per pagare e dedicarmi a questo venerdì autunnale, entra e si siede accanto a me, rigorosamente a un metro e mezzo di distanza, un volto noto.

Mi piace la Formula Uno, ma la mia generazione è quella di Schumacher, quindi mi perdonerete se ci ho messo un po’ a capire che accanto me si era appena seduto il più grande di tutti.

Cosa ne pensa delle macchine da Formula Uno di oggi? Si sente spesso dire che ormai faccia tutto la macchina limitando di molto le qualità del pilota.

«Io ormai ho quasi sessant’anni, e sono troppo vecchio per fare polemiche e questioni; è vero che l’elettronica, rispetto ai miei anni, ha assunto un’importanza molto rilevante, e questo comporta un approccio sicuramente diverso per chi fa il mio mestiere, perché si è più connessi a un utilizzo degli strumenti di oggi, rispetto a quelli che avevo a disposizione io. Per certi versi sarebbe semplice dire “oggi è più facile guidare”, in realtà non ne sono per niente sicuro. Ogni tempo ha le sue caratteristiche e i propri strumenti, ed è difficile valutare per me, non avendo mai avuto modo di provare le auto di oggi. E comunque dire “ai miei tempi era meglio” è una cosa che non mi piace fare».

Quindi i piloti di oggi sono comunque dei grandi piloti…

«Per fare il pilota di Formula Uno devi essere un fenomeno, con una padronanza mentale molto sviluppata, che oggi viene impiegata in modo diverso; basta confrontare un volante di oggi con uno dei miei tempi, le energie che potevo destinare io all’uso del cambio manuale, oggi vengono destinate alle mappature e a tutta una serie di regolazioni elettroniche. Mantenere la concentrazione e utilizzare gli strumenti che si hanno, qualsiasi essi siano, è sempre complicato».

E le macchine di tutti i giorni? Crede che il futuro sia nella direzione che ha preso Tesla? Saremo costretti ad abbandonare il motore a scoppio?

«Io, che sono un po’ polemico di natura, dico che dentro questo processo di salvaguardia dell’ambiente c’è qualche contraddizione connessa alla moda, mi spiego meglio: per produrre le batterie elettriche l’inquinamento generato è comunque molto elevato, non c’è ancora un modo per smaltire queste batterie e c’è uno scarto tra il desiderio di possedere un’automobile elettrica e le possibilità che ogni città offre a chi effettivamente un auto elettrica ce l’ha. Non tutti hanno un garage o un luogo privato dove poter ricaricare, e non tutti i lunghi viaggi offrono approdi per fare il pieno di energia; è un po’ più complicato del previsto, è un processo in evoluzione. Se devi andare da Milano a Roma rischi di vivere in un’ansia da ricarica che toglie il piacere del viaggio».

Il logo della rubrica, illustrazione di Emanuele Lamedica

Guardando indietro lei è sicuramente stato uno dei più grandi idoli del mondo dello sport, e il più grande nel settore automobilistico; quale responsabilità sente nell’essere così importante per tante persone? È una cosa che le piaceva o avrebbe preferito correre senza essere «disturbato» dalla fama?

«Uno fa sempre le cose perché segue una natura, un piacere, una determinazione o un’opportunità; io credo che ci sia la possibilità, a ogni livello, di manifestare se stessi, poi che questo comporti un seguito più o meno ampio, è dovuto a cose che non sono legate alla volontà. La mia immagine è rimasta gessata in pista, l’immagine di un ragazzo giovane e in forma, e questo rende più eroica la figura e la memoria della mia persona, perché ci sono dolore e sofferenza che amplificano il ricordo, e a tal proposito non ho né meriti né volontà. Se fosse stato per me avrei continuato a vivere e a correre anche nell’anonimato, baratterei tutto volentieri per qualche anno di vita in più».

Che cos’è per lei il successo?

«Il successo è quando puoi andare a letto la sera tranquillo e sereno con te stesso. Il successo è una condizione di pace e corrispondenza con un’etica del fare, se uno la sera va a letto sereno per aver fatto quello che andava fatto, beh, quello è un giorno di successo. Il successo ha a che fare con una dimensione molto intima e privata di ciascuno di noi, non ha bisogno di palcoscenico».

Per guidare una monoposto ci vogliono una freddezza e un distacco importanti, quanto hanno influenzato queste doti la sua quotidianità? Riusciva ad andare a letto sereno?

«Non parlerei di freddezza, perché alla fine, come ho detto tante volte molti anni fa, la vita è fatta di emozioni più che di ragionamenti, o meglio, sono le emozioni che poi determinano i ragionamenti. Credo che a monte ci siano un’aspirazione, un desiderio e un talento; poi col tempo diventa come tutti i mestieri, un’abitudine, e ciò che dall’esterno sembra una cosa così eccezionale, per chi la fa fin da bambino lo è molto meno, è più un fronte sul quale ti devi impegnare per fare meglio ogni giorno. Ma credo che funzioni così anche per un medico o per un architetto».

Ha mai avuto paura in macchina?

«Se un pilota ha paura di guidare va a casa, non può farlo quel lavoro lì. Se un pilota comincia a riflettere un po’ troppo sui rischi del lavoro che fa, vuol dire che è pronto per fare altro. È vero che la dimensione del pilota è una dimensione un po’ particolare, ma è un discorso complesso che ha a che fare con un confine molto sottile dell’esistenza. Ha a che fare con la parola passione, la passione è una parola interessante perché, fra passione per una squadra di calcio e passione di Cristo, passa la differenza che c’è tra gioia e godimento e patimento e fine. Per qualcuno il nostro mestiere declina la passione più connessa a un patimento e a una fine, ma questo è un problema individuale».

Ayrton Senna interpretato da Max Ramezzana

Fede e spiritualità, hanno giocato un ruolo importante nella sua vita, come? E cosa ne pensa della direzione che hanno preso oggi?

«La fede per me è una verifica sulla rotta, qualche volta ne ho abusato, perché sono stato talmente rigoroso nel mio modo di comportarmi, che un po’ troppo spesso ho incontrato un dio che mi dava ragione. Avere un riferimento esterno e più alto con il quale fare i conti è un esercizio utile; lo dico per chi crede, ma anche per chi non crede, la coscienza può far le veci di un dio o di una fede, l’importante è applicare un comportamento rigoroso senza “darsela buona”. Io penso che avere fede significhi applicare uno sforzo supplementare ogni giorno, e molto spesso, parlando di oggi, mi sembra che questo sembri costare una fatica troppo alta, e si preferisce evitare di farsi un esame di coscienza che potrebbe portare a un cambio di rotta».

Avere avuto la fede al suo fianco fino alla fine, pensa che sia stato un bene?

«Sì, morire credendo significa prepararsi a un altro tempo in modo diverso rispetto a chi non ha fede, ma resta comunque il mistero.  Alla fine tocca fare i conti con un passaggio, da qualcosa che finisce a qualcosa che forse ricomincia. L’idea di avere Dio al tuo fianco nell’ultimo respiro penso sia un grande conforto».

Qual è la cosa di sé che vorrebbe dire ma non ne hai mai avuto l’occasione?

«Posso dire di aver commesso più errori di quelli che mi vengono addebitati, la mia imperfezione era grande quanto la perfezione. Spesso sento parlare di me come una figura svincolata dalla negatività e dal peccato, invece anch’io, come tutti, ho sempre avuto la mia ombra, dentro la quale non tutte le azioni erano giustificabili, non tutti i gesti erano appropriati, non tutte le ragioni erano dalla mia parte. Ci vogliono un po’ di anni per capire certe cose, e soprattutto ci vuole quella serenità che viene da una dimensione diversa e che nella foga del momento è difficile da conteggiare».

«Il mio nome è Ayrton, e faccio il pilota e corro veloce per la mia strada», apre così, Lucio Dalla in un pezzo immortale che strapperebbe una lacrima a chiunque; si sarebbe mai aspettato che la sua morte avesse una risonanza così importante in tutto il mondo?

«No, e devo dire che non è così importante. L’importante è essere riuscito a far qualcosa per gli altri, è più importante la fondazione che è nata a mio nome e che ha aiutato milioni di bambini, è più importante che in nome mio siano state offerte opportunità a chi altrimenti non le avrebbe avute. La mia personale fama, conta molto meno».